Lei, un po’ più piccola, vestita di giallo. Le operatrici di Save the children in rosso. Si tengono tutte per mano. Usa i pastelli per raccontarsi la piccola Yasmine, la penna per scrivere «le quattro migliori amiche». E quel disegno sembra, o forse è, l’incipit di un capitolo tutto nuovo della sua vita. Quella che oggi vuole essere lei a raccontare, ma a soli undici anni è stata così vicina a perdere nel mezzo del Mediterraneo, dove ha vagato da sola, aggrappata a una camera d’aria, prima di essere trovata e salvata dal veliero ong Trotamar III.
Di quello che è successo parla di malavoglia. Anche Jacinta, il nome con cui è stata registrata in Sierra Leone, sembra volerlo dimenticare. «Voglio studiare, mi è sempre piaciuta la matematica», ha detto al team di Save the children che l’ha seguita e con lei ha colorato, cantato, tifato durante una delle infinite partite di calcio nell’hotspot di Lampedusa.
Lei, un po’ più piccola, vestita di giallo. Le operatrici di Save the children in rosso. Si tengono tutte per mano. Usa i pastelli per raccontarsi la piccola Yasmine, la penna per scrivere «le quattro migliori amiche». E quel disegno sembra, o forse è, l’incipit di un capitolo tutto nuovo della sua vita. Quella che oggi vuole essere lei a raccontare, ma a soli undici anni è stata così vicina a perdere nel mezzo del Mediterraneo, dove ha vagato da sola, aggrappata a una camera d’aria, prima di essere trovata e salvata dal veliero ong Trotamar III.
Di quello che è successo parla di malavoglia. Anche Jacinta, il nome con cui è stata registrata in Sierra Leone, sembra volerlo dimenticare. «Voglio studiare, mi è sempre piaciuta la matematica», ha detto al team di Save the children che l’ha seguita e con lei ha colorato, cantato, tifato durante una delle infinite partite di calcio nell’hotspot di Lampedusa.
«Questa canzone spiega perché la bandiera della Sierra Leone è verde, bianca e azzurra», ha detto agli operatori di Save the children prima di cantarla tutta, per poi cercare i brani che conosce e che le piacciono per farli ascoltare «alle mie nuove migliori amiche». Adora le percussioni, «un po’ suonavo», ha raccontato, per poi giurare convinta, alzando la testa piena di treccine: «Da grande lavorerò nel mondo della musica».
La chiamano “la guerriera”. Tutta seria, spiega la portavoce di Save the Children Giovanna Di Benedetto, ha detto: «Ho visto tante persone soffrire in Tunisia, spero riescano a arrivare qui e essere al sicuro».
Delle sue sofferenze invece parla a fatica. Agli operatori ha raccontato un po’ di quando era sola in mezzo alle onde. «Due giorni», sostiene. Per i medici che l’hanno visitata è improbabile che sia rimasta in acqua per più di dodici ore «ma in quelle condizioni di shock — spiega il dottore Francesco D’Arca, direttore del Poliambulatorio di Lampedusa — è facile perdere la cognizione del tempo».
Il suo viaggio dell’orrore Yasmine ha però dovuto raccontarlo più volte anche agli investigatori, che dopo aver ascoltato l’equipaggio del veliero ong, con il supporto di uno psicologo da lei hanno cercato di avere indicazioni su dove il naufragio sia avvenuto. Tracce non ne sono state trovate a dispetto di ricerche approfondite in un’area ritenuta compatibile, ma dalla Tunisia arriva la notizia dell’ennesima tragedia del mare: nove morti, ventisette sopravvissuti, decine di dispersi, tutti partiti da Sfax.
Era con loro la piccola? Nessuno oggi lo può dire. Lei racconta di essere partita da lì, giusto in quei giorni. «Eravamo in quarantacinque su una barca di ferro, forse meno. C’erano pure mio fratello e un cugino». Poi, ha riferito agli investigatori, « il mare è diventato troppo più grande di noi. La barca si è riempita d’acqua ed è andata a fondo». C’erano delle grandi camere d’aria e lei e altri le hanno afferrate. «Eravamo tre. Ci tenevamo. Pregavamo. A un certo punto non li ho più visti. Sono rimasta sola».
In realtà, forse lo è da tempo. I genitori — ha spiegato in hotspot — li ha persi quando era piccola, in Sierra Leone c’è ancora una zia, in Tunisia un uomo che considera un padre e che dal poliambulatorio di Lampedusa ha chiamato. Tutti legami che andranno verificati, anche perché — osservano i medici — non si può escludere che la bimba, dopo uno shock così grande, non stia confondendo traumi del presente e del passato.
«Approfondiremo per capire se Yasmine ha ancora i genitori o altri parenti — chiarisce la procuratrice per i minorenni Claudia Caramanna — poi capiremo che procedimento effettuare». Nel caso avesse ancora familiari in vita, si lavorerà per il ricongiungimento, altrimenti per la piccola si apriranno le strade dell’affido o dell’adozione. Ma sono procedure complesse, ci sono verifiche e persino esami del Dna da fare. I tempi saranno lunghi. Nell’attesa Yasmine, che ha lasciato Lampedusa e da oggi avrà anche un tutore legale, verrà messa al sicuro in comunità. Ne è stata individuata una nel trapanese, dove la bambina è arrivata nella serata di ieri, ma una fuga di notizie potrebbe convincere gli inquirenti a cercare un’altra soluzione. «La bambina — è l’imperativo — va protetta».