Napoli e Felipe di Spagna, la nostalgia canaglia dell’antica capitale
di Marino NiolaUn titolo accademico in cambio di una corona perduta. Il titolo è il dottorato Honoris Causa in Scienze Sociali che l’Università di Napoli Federico II ha conferito ieri al re di Spagna don Felipe VI di Borbone. La corona è quella che Francesco II di Borbone, detto Franceschiello, un antenato dell’illustre addottorato, dovette lasciare nelle mani di Garibaldi il 13 febbraio 1861. Quella fatidica data ha aperto una vera faglia nella cultura della città. Da una parte gli italiani senza se e senza ma. Dall’altra i nostalgici delle glorie borboniche, che non si sono mai rassegnati alla retrocessione della città, non più capitale e dunque destinata a una decadenza progressiva. Sono quelli che, a torto o a ragione, a un Borbone addottorato preferirebbero un Borbone incoronato.
Un titolo accademico in cambio di una corona perduta. Il titolo è il dottorato Honoris Causa in Scienze Sociali che l’Università di Napoli Federico II ha conferito ieri al re di Spagna don Felipe VI di Borbone. La corona è quella che Francesco II di Borbone, detto Franceschiello, un antenato dell’illustre addottorato, dovette lasciare nelle mani di Garibaldi il 13 febbraio 1861. Quella fatidica data ha aperto una vera faglia nella cultura della città. Da una parte gli italiani senza se e senza ma. Dall’altra i nostalgici delle glorie borboniche, che non si sono mai rassegnati alla retrocessione della città, non più capitale e dunque destinata a una decadenza progressiva. Sono quelli che, a torto o a ragione, a un Borbone addottorato preferirebbero un Borbone incoronato.
Per loro e per i partenopei in generale gli antichi sovrani sono insieme un sogno e un mugugno. Per gli uni l’incarnazione della modernità guadagnata. Per gli altri della centralità perduta. In realtà, i neoborbonici sono un’antropologia speciale, che tiene insieme l’anima aristocratica della città e quella popolare, quella anarchica e quella monarchica, quella altezzosa e quella religiosa. Che hanno nei Borboni e in San Gennaro una stessa fede. Non è un caso che il devotissimo Francesco II adesso sia addirittura riconosciuto dalla Chiesa con il titolo di Servo di Dio. E che San Gennaro fosse il comandante in capo delle armate borboniche. Il che nel 1799 non gli impedì di fare il miracolo per i francesi atei e repubblicani che avevano cacciato i fedelissimi Borboni. E allora i partenopei, furenti per il tradimento, lo declassarono ed elessero al suo posto Sant’Antonio di Padova. Poi però il santo, che scioglie il sangue si riprese il comando dell’esercito. Anche se a dire il vero l’espressione “esercito di Franceschiello” è diventata sinonimo di incapacità.
Il re Felipe di Spagna e la regina Letizia lasciano il San Carlo di Napoli
In effetti le rivendicazioni malmostose dei presunti fasti borbonici riflettono la nostalgia di un’età dell’oro che per molti è solo fantasia. È la “Napoli che se ne va” di tantissime canzoni napoletane dove il canto fa rima con il pianto e il rimpianto. È un modo di pensarsi e ripensarsi, di esaltarsi e di compiangersi tipico di questa straordinaria città mondo. Ecco perché i sovrani che i piemontesi scacciarono dal loro regno sono ormai morti e sepolti ma il loro ricordo resta vivo. Ed è proprio questa lontananza sognata, da stelle cadenti a trasformare il ritorno di un loro discendente in un evento che scalda gli animi e i cuori.