Pio, il comunista nato nel letto del Papa: “Francesco? A me sembra un compagno”
di Iacopo ScaramuzziLe puerpere a Castel Gandolfo nel 1944. A destra, i gemelli Zevini in braccio alla mamma
Pio Eugenio Zevini, una vita nel Pci, porta il nome Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli, perché 80 anni fa nacque nel letto del Papa noto alla storiografia per il suo anticomunismo. Lui e suo fratello gemello, Eugenio Pio, morto qualche anno fa, sono due degli oltre trentadue bambini che nacquero a casa del Pontefice nei mesi in cui la villa di Castel Gandolfo diede rifugio a circa 12mila abitanti dei Castelli Romani in fuga dalla morsa della seconda guerra mondiale.
Era il 1944, gli Alleati erano sbarcati a Anzio, i tedeschi e i fascisti fuggivano a nord, e i paesi attorno alla capitale rischiarono di trovarsi intrappolati. La villa del Papa, che gode dell’extraterritorialità, apparve a molti come l’unica via di fuga possibile. Grazie all’intercessione del sindaco dell’epoca, Marcello Costa, democristiano, l’allora direttore delle Ville Pontificie, Emilio Bonomelli, il 25 gennaio aprì i cancelli.
«Il sindaco conosceva…
Pio Eugenio Zevini, una vita nel Pci, porta il nome Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli, perché 80 anni fa nacque nel letto del Papa noto alla storiografia per il suo anticomunismo. Lui e suo fratello gemello, Eugenio Pio, morto qualche anno fa, sono due degli oltre trentadue bambini che nacquero a casa del Pontefice nei mesi in cui la villa di Castel Gandolfo diede rifugio a circa 12mila abitanti dei Castelli Romani in fuga dalla morsa della seconda guerra mondiale.
Era il 1944, gli Alleati erano sbarcati a Anzio, i tedeschi e i fascisti fuggivano a nord, e i paesi attorno alla capitale rischiarono di trovarsi intrappolati. La villa del Papa, che gode dell’extraterritorialità, apparve a molti come l’unica via di fuga possibile. Grazie all’intercessione del sindaco dell’epoca, Marcello Costa, democristiano, l’allora direttore delle Ville Pontificie, Emilio Bonomelli, il 25 gennaio aprì i cancelli.
«Il sindaco conosceva bene mio padre e mia madre e sapeva che erano iscritti al Pci, ma sono stati fatti entrare lo stesso», racconta Pio Eugenio Zevini. Pio XII nel corso degli anni è stato accusato di non aver difeso gli ebrei. «Credo che fecero entrare anche qualche ebreo», dice questo signore di ottant’anni.
La vicenda degli sfollati nei giardini del Papa, raccontata da una mostra fotografica ospitata in questi mesi dai Musei vaticani nel palazzo apostolico di Castel Gandolfo, ha un risvolto tragico: sabato 10 febbraio 1944 l’aviazione americana colpì la sede estiva di Propaganda Fide, all’interno delle ville pontificie, provocando oltre cinquecento morti tra i profughi.
Una vicenda che la storiografia ufficiale, forse perché erano bombe alleate, ha trattato con una certa cautela, ma che rimane impressa nella memoria locale. Ogni anno il 10 febbraio una marcia della pace, promossa dall’Associazione Storia e Memoria dei Castelli Romani presieduta da Ada Scalchi, sfila dentro i giardini del Papa. Il curatore della mostra, Luca Carboni, archivista vaticano, cita Primo Levi: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare».
Cosa pensa un uomo nato sotto le bombe dei conflitti di oggi? «Per me queste guerre non ci dovrebbero stare», risponde Pio Eugenio Zevini. Si schermisce, «io sono ignorante», ma ha le idee chiare: «Putin secondo me non doveva invadere l’Ucraina. Poi se andiamo in fondo alla guerra c’è la politica, la guerra fa comodo a chi vende le armi». Sembra di sentire papa Francesco.
I 12mila sfollati si sistemarono chi con le tende sotto un arco dei resti della villa di Domiziano, visibile oggi a chi visita il Borgo Laudato si’, il nuovo villaggio ecologico voluto da Bergoglio, altri al coperto. Le donne incinte e le puerpere furono fatte accomodare negli appartamenti papali. La leggenda vuole che i 32 bambini nacquero direttamente nel letto del Papa. A molti di loro, per riconoscenza, furono messi i nomi Eugenio o Pio.
Ai gemelli Zevini, nati il primo marzo, capitò un disguido. «All’inizio eravamo Eugenio e Pio. Uno dei due aveva un fiocchetto per l’allattamento, sennò mangiava sempre lo stesso e l’altro non mangiava mai. Venne su una zia che non lo sapeva, ci fece il bagnetto e tolse il fiocchetto. A quel punto non si sapeva più chi era Pio e chi era Eugenio». Per non sbagliare, i genitori tornarono all’anagrafe e raddoppiarono i nomi. «Un vecchio di Castel Gandolfo», racconta Pio Eugenio con una risata, «mi disse: guarda che tu’ padre voleva mettervi i nomi Lenin e Stalin!».
Pio Eugenio, autista dell’Atac, e suo fratello, fabbro, morto nel 2020, hanno passato la loro vita politica a sinistra.
Non è mai stato in Vaticano? «Ci passavo solo quando guidavo l’autobus 64 che ha il capolinea a Città Leonina…», racconta. Nato nel letto del Papa, scampato alla guerra, ai miracoli ci crede? «Quando succedono le catastrofi, muoiono 50 persone, ne salvano una e dicono che è un miracolo… bisogna spiegarmi come funziona questa faccenda», risponde scettico Pio Eugenio Zevini. Papa Francesco, però, gli piace: «Mi sembra un compagno!», dice con un sorriso largo.