Prigioniero in un carcere venezuelano. Senza possibilità di difendersi, di contattare la nostra ambasciata. O di chiamare casa. Da due mesi un cittadino italiano, Alberto Trentini, 45 anni di Venezia, cooperante esperto, è stato arrestato in Venezuela. E da quel momento non ha dato più sue notizie. Lo hanno denunciato ieri i familiari dopo sessanta giorni di comunicazioni con il ministero che si è mosso immediatamente, senza però molta fortuna. «Chiediamo al governo di attivarsi con la massima determinazione, per garantire il pieno rispetto dei suoi diritti fondamentali e assicurare il suo rientro in Italia» hanno detto ieri la segretaria del Partito democratico Elly Schlein insieme al responsabile nazionale esteri Pd, Peppe Provenzano, presentando un’interrogazione parlamentare.
Prigioniero in un carcere venezuelano. Senza possibilità di difendersi, di contattare la nostra ambasciata. O di chiamare casa. Da due mesi un cittadino italiano, Alberto Trentini, 45 anni di Venezia, cooperante esperto, è stato arrestato in Venezuela. E da quel momento non ha dato più sue notizie. Lo hanno denunciato ieri i familiari dopo sessanta giorni di comunicazioni con il ministero che si è mosso immediatamente, senza però molta fortuna. «Chiediamo al governo di attivarsi con la massima determinazione, per garantire il pieno rispetto dei suoi diritti fondamentali e assicurare il suo rientro in Italia» hanno detto ieri la segretaria del Partito democratico Elly Schlein insieme al responsabile nazionale esteri Pd, Peppe Provenzano, presentando un’interrogazione parlamentare.
Una situazione complessa
La situazione è complessa. Perché i rapporti tra l’Italia e il Venezuela di Nicolas Maduro sono ai minimi termini: è notizia proprio di ieri che il paese sudamericano ha ordinato la riduzione della rappresentanza diplomatica di Italia, Francia e Olanda nel Paese, a causa - ha detto il ministro degli Esteri, Yván Gil - della «condotta ostile dei governi» dei tre Paesi. La richiesta è di «ridurre entro 48 ore a 3 i diplomatici accreditati presso ognuna delle 3 ambasciate». Non solo: «I diplomatici dovranno avere un’autorizzazione scritta del nostro ministero degli Esteri per spostarsi a più di 40 chilometri da Plaza Bolivar a Caracas».
L’arresto
La Farnesina in questi due mesi di lavoro non è riuscita a organizzare una visita consolare in carcere né a stabilire un contatto. «Il 15 novembre mentre stava raggiungendo Guasdalito dalla capitale Caracas - spiegano i familiari insieme con il loro avvocato, Alessandra Ballerini - è stato fermato ad un posto di blocco, insieme all’autista della Ong per cui lavorava, Humanity e Inclusion». Trentini era in Venezuela per portare aiuti umanitari a persone con disabilità ed era la prima volta, dopo una lunga esperienza in giro per il mondo, che lavorava nel paese sudamericano.
Nessun contatto
Da informazioni informali che l’Italia è riuscita ad avere, sembrerebbe che pochi giorni dopo il fermo Alberto sia stato trasferito nuovamente a Caracas in carcere, senza però aver ricevuto alcuna imputazione. E soprattutto senza aver potuto avere un contatto con l’Italia. Da qui l’appello dei genitori ieri al governo per «porre in essere tutti gli sforzi diplomatici possibili e necessari, aprendo un dialogo costruttivo con le istituzioni venezuelane, per riportare a casa Alberto». «E’ inaccettabile – dicono - che cittadini italiani che si trovano a lavorare o visitare altri Paesi con l’unica finalità di contribuire a migliorare le condizioni di vita dei loro abitanti, si trovino privati delle libertà e dei diritti fondamentali senza poter ricevere nessuna tutela effettiva dal nostro Paese». In realtà, da quanto risulta a Repubblica, l’Italia si è mossa. Ma sconta i difficili rapporti con il Venezuela di Maduro, alla ricerca di un riconoscimento dai paesi occidentali. Trentini potrebbe dunque essere uno strumento, un ostaggio. Un altro.