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Il falconiere della Lazio tradito dalla protesi. E l’aquila non vola più

Il falconiere addestratore Juan Bernabe' con l'aquila Olympia, mascotte della Lazio

 

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Dopo l’operazione al pene e la foto postata sui social, l’imbarazzo del club che decide di licenziarlo
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Ci sono storie che a raccontarle non ci si crede tanto sono dense di simboli e insieme così buffe che a un certo punto l’elemento comico incespica, barcolla e infine si schianta per cedere il passo a una malinconica riflessione su questo tempo, anch’esso come minimo piuttosto complicato.

L’apologo del falconiere della Lazio, Juan Bernabé, della sua erezione con apposito dispositivo e dello sdegnatissimo licenziamento che l’ha fulminato è appunto una di queste storie stranianti di futuro remoto e transmediale. Perché intanto c’è l’aquila, a nome Olympia, archetipo dell’impero e animale totemico dei biancazzurri, che astutamente volteggia sopra il boato degli stadi a solennizzare astutamente la potenza antica dei circenses. Ma poi, previo potente battito d’ali, ci sono, o meglio intervengono nel racconto i progressi della scienza medica e in particolare della chirurgia penica che hanno spinto Bernabé, vitalistico hidalgo di Cadice, non solo a dotarsi di una nuova e più efficiente viril…

Ci sono storie che a raccontarle non ci si crede tanto sono dense di simboli e insieme così buffe che a un certo punto l’elemento comico incespica, barcolla e infine si schianta per cedere il passo a una malinconica riflessione su questo tempo, anch’esso come minimo piuttosto complicato.

L’apologo del falconiere della Lazio, Juan Bernabé, della sua erezione con apposito dispositivo e dello sdegnatissimo licenziamento che l’ha fulminato è appunto una di queste storie stranianti di futuro remoto e transmediale. Perché intanto c’è l’aquila, a nome Olympia, archetipo dell’impero e animale totemico dei biancazzurri, che astutamente volteggia sopra il boato degli stadi a solennizzare astutamente la potenza antica dei circenses. Ma poi, previo potente battito d’ali, ci sono, o meglio intervengono nel racconto i progressi della scienza medica e in particolare della chirurgia penica che hanno spinto Bernabé, vitalistico hidalgo di Cadice, non solo a dotarsi di una nuova e più efficiente virilità, ma anche a darne annuncio urbi et orbi con parole, foto e video di sfuggente privatezza, a conferma della sua felicità, però anche di un patriarcato onestamente un po’ rintronato e sbilenco.

E qui entra nel giocarello della scena pubblica la tirannia folle dei social, di cui l’improvvido falconiere deve essersi ampiamente inebriato, ma stavolta ricevendone in cambio il dovuto, comprensibile, virale e tifosissimo ingorgo di commenti, sberleffi, sghignazzi, incoraggiamenti e maledizioni. Sennonché l’intimismo post-fallico, più che destare scandalo, come si diceva ai tempi della nonna, ha fatto rapidamente scattare la tagliola del puritanesimo digitale, peste del web e delizia dei benpensanti, per cui a tarda sera la società ha dato il benservito a don Juan con un comunicato che, “attesa la gravità del suo comportamento”, suonava tanto severo con “costui” quanto addolorato per l’infausta mancanza del rapace nelle prossime partite.

E già questo, a ripensarci, basta “e soverchia”, come era solito dire Andreotti, acceso romanista (ai suoi tempi, auspice il sindaco Veltroni, vennero officiate cerimonie battesimali a sfondo giallorosso dopo la nascita di cinque lupacchiotti al Bioparco, anche se non risulta siano mai stati condotti all’Olimpico). Ma siccome qui nell’Urbe il senso del limite è abbastanza mobile, ecco che ieri a beneficio del gentile pubblico si sono incrociate le fuggevoli valutazioni e le incandescenti vanterie dell’aquilifero spagnolo e del presidente Lotito, altro soggetto certamente degno di rilievo narrativo in una vicenda su cui hanno convenuto di mettersi giustamente ed entusiasticamente alla prova entità mediatiche le più disparate, dalla Zanzara al New York Times.

Così il primo personaggio, ritratto al capezzale post-operatorio con il pollicione bene alzato insieme con il chirurgo urologo (pure sfiduciato dalla Lazio), ha rivendicato con schiettezza tecnica il valore della sua scelta rivelando di aver “ritrovato la piena potenza sessuale, anzi di più, perché mi basta spingere il pulsante per un’erezione che può durare il tempo che voglio”; mentre il senatore Lotito, giunto nel Transatlantico di Montecitorio per votare i giudici della Consulta, ha fermamente reclamato l’istantaneo esonero del falconiere e la sua personale integrità morale con l’argomento di non aver mai saltato una messa in 67 anni, ottimo record.

Forse c’entra il clima dell’Anno Santo, forse la pompetta bionica si è sommata ad altri dissapori societari, forse Bernabé aveva già sfidato la sorte facendo il saluto romano e dichiarandosi ammiratore di Mussolini, forse tutto, forse niente, forse troppo come sempre più spesso accade di vedere e sentire nei sogni, sbreghi e rattoppi indossati alla rovescia, grovigli di senso, allocuzioni scarruffate, enigmi che danzano — e finché dura, per tenerla alta, fa verdura.

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