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I nuovi programmi della scuola, lo storico: “Questa riforma Valditara non ascolta i nostri giovani”

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Francesco Filippi: “È il frutto di una classe dirigente incapace di immaginare il futuro e che riscopre vecchi cavalli di battaglia”
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Gli annunci del ministro Giuseppe Valditara sui nuovi programmi della scuola pubblica si possono riassumere in un sospiro che tutti conosciamo bene, e che suona più o meno così: “Ai nostri tempi!”. Ai nostri tempi si imparava a memoria La pioggia nel pineto, due strofe alla volta. Si studiava meglio il latino, o forse no. Ci si concentrava sui popoli italici e non sui pericolosi barbari arrivati a seguire, la geografia ci informava con dovizia di particolari di tutte le regioni in cui veniva coltivata la barbabietola da zucchero e quanti fiumi, laghi, monti.

Il 58esimo rapporto del Censis

Ai nostri tempi sì, che eravamo preparati, dice in coro il Paese che registra un tasso di ignoranza altissimo in tutte le fasce d’età, come ha rivelato il Censis nel suo cinquantottesimo rapporto. E quindi non si comprende perché si debba considerare tanto migliore una scuola che in un’epoca di pace e boom economico ha prodotto un così scarso numero di laureati e un così alto numero di persone che no…

Gli annunci del ministro Giuseppe Valditara sui nuovi programmi della scuola pubblica si possono riassumere in un sospiro che tutti conosciamo bene, e che suona più o meno così: “Ai nostri tempi!”. Ai nostri tempi si imparava a memoria La pioggia nel pineto, due strofe alla volta. Si studiava meglio il latino, o forse no. Ci si concentrava sui popoli italici e non sui pericolosi barbari arrivati a seguire, la geografia ci informava con dovizia di particolari di tutte le regioni in cui veniva coltivata la barbabietola da zucchero e quanti fiumi, laghi, monti.

Il 58esimo rapporto del Censis

Ai nostri tempi sì, che eravamo preparati, dice in coro il Paese che registra un tasso di ignoranza altissimo in tutte le fasce d’età, come ha rivelato il Censis nel suo cinquantottesimo rapporto. E quindi non si comprende perché si debba considerare tanto migliore una scuola che in un’epoca di pace e boom economico ha prodotto un così scarso numero di laureati e un così alto numero di persone che non sanno che Mussolini è stato destituito e arrestato nel 1943 (il 55,2 per cento), chi fosse Giuseppe Mazzini (lo ignora il 30,3 per cento) o a che anno risalga l’unità d’Italia.

Il liceo Made in Italy

Francesco Filippi è uno storico, un saggista e un romanziere, un formatore. Da dieci anni con l’associazione Deina porta i ragazzi delle scuole italiane ad Auschwitz. Può garantire una cosa: “L’impianto appena annunciato parla a chi la scuola l’ha finita da un pezzo e non la conosce. Non c’entra nulla con gli studenti di oggi, con le loro esigenze, con la loro preparazione”. Proviamo a pensare che non si tratti di una questione di propaganda. Che non sia il tentativo di replicare quel che non è riuscito con il liceo del Made in Italy, idea talmente fuori dal mondo che non vi si è iscritto praticamente nessuno.

“La classe dirigente al potere quasi per caso”

Tentiamo di credere che la Bibbia da mettere nei programmi non sia l’equivalente di bibbia e pistola presenti sul comodino di Elon Musk. Che il riferimento ai valori dell’Occidente non sia un modo per tenere fuori il “pericoloso” Islam alle porte, e magari far sentire più esclusi i bambini che arrivano da lontano. Che non c’entri la politica, ma che sia davvero una questione di merito. Ed esaminiamola: “Mi pare l’archiviazione della stagione delle tre i, inglese internet e impresa, che tanti danni ha fatto anche per la maniera in cui è stata applicata”, dice Filippi. “Ma mi pare anche che siamo di fronte all’afasia di una classe dirigente che si è ritrovata al potere quasi per caso, con numeri che non aspettava, e deve occuparsi di cose cui non si è mai interessata. Incapaci di immaginare un futuro, riscoprono vecchi cavalli di battaglia”.

Il latino, la bibbia e l’ora di refezione

Diceva Domenico Starnone, che da insegnante è diventato romanziere, “della scuola mi interessano i Franti”, per tornare al libro Cuore cui questa politica pare ispirarsi. Sono i Franti, quelli di cui ci si dovrebbe occupare. I ragazzi da prendere in prima elementare e portare in fondo. Adesso, l’immaginario collettivo vede Franti anche dove non ce ne sono e immagina una scuola passatista, punitiva, che li “raddrizzi”. “C’è un evidente indirizzo di carattere conservativo cui non sarei nemmeno contrario, se ne capissi le ragioni”, spiega ancora Filippi. “Chiunque conosca l’universo della scuola sa che non sono questi i modi in cui si incide e si entra nel dibattito. Se queste sono le linee guida, sono un frutto propagandistico preparato per coloro che la scuola non la fanno più. Per i vecchi. Il latino, la bibbia, poi magari l’ora di refezione. Siamo a un passo dalla suddivisione di genere per materie, con l’ora di economia domestica per la perfetta donna italiana e il salto nel cerchio di fuoco per il maschio”.

La (quasi) scomparsa della storia

Eppure alcuni bravissimi storici, come Andrea Giardina, sembrano apprezzare. Se si tratta di separare la storia dalla geografia e di cancellare dai programmi quello strano e confuso ircocervo della geostoria, sono in pochi a non essere d’accordo. Filippi fa parte della generazione che ha visto il declino della storia e ne teme la scomparsa, ma “sono convinto che la sua salvezza non passi solo da un collegamento diretto con la cronologia. E che quel che dobbiamo trasferire, con l’insegnamento, sia il concetto dello scorrere del tempo e dell’utilità dell’analisi del passato per comprendere il presente”.

“Costruire una memoria pubblica”

E quindi certo, è più che necessario studiare le guerre puniche come quelle dell’’800, e anzi per la storia servirebbero più ore di quelle attuali, “ma non starei a sottilizzare con il bilancino su quale periodo bisogna concentrarsi e quale no. Far capire che ogni epoca ha la propria storia significa fare storia. E sarebbe necessario costruire una memoria pubblica che ancora non esiste, talmente è osteggiata da visioni divisive. Su questo, il decisore politico mi sembra non avere le idee molto chiare”.

"Non confondere l’apprendimento con il nozionismo”

Se l’insegnamento è uno dei grandi pilastri della costruzione dell’identità pubblica di un Paese, cosa ci dicono questi annunci? Serviranno almeno le poesie a memoria, “l’albero a cui tendevi la pargoletta mano” certo può essere utile, “ma non bisogna confondere l’apprendimento con il nozionismo. La cultura con la memotecnica”. Ci sono cose che i ragazzi oggi possono trovare su internet molto più facilmente di quanto noi potessimo fare con i Quindici o le enciclopedie. “Ricordiamoci Umberto Eco, sapiente non è chi sa, ma chi ha imparato a ben conoscere, a trovare le risposte. Quel che bisognerebbe insegnare loro è come riconoscere le fonti attendibili, come difendersi dalle informazioni false. Ci sono ordinamenti come quello finlandese che hanno programmi sulle fake news”. Noi ripassiamo i salmi.

“Odiamo la generazione venuta dopo di noi”

La Bibbia è a fondamento della nostra cultura, vien da ribattere. Serve ad ancorarci alle nostre radici cristiane. “Ma parliamo di Cavour, di libera Chiesa in libero Stato, del concordato e di un Paese che nasce laico e bestemmiatore?”. Anche il latino può servire, certo, ma in alcune scuole medie già si studia su proposta degli insegnanti. “La verità è che odiamo i giovani”, conclude Filippi, “la generazione venuta dopo di noi che non ha i nostri sogni e ha nuove paure. Non li ascoltiamo, non lasciamo loro spazio di replica, diciamo che non sono impegnati e facciamo leggi per evitare che si impegnino, sosteniamo che non si formano ma se lo fanno diciamo che scelgono il modo sbagliato”. Li vorremmo intenti a studiare latino e recitare D’Annunzio, come se il mondo che gli abbiamo preparato fosse quello che abbiamo avuto noi.

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