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Il Papa allo scontro con Trump sui migranti. Ma tra due leader imprevedibili possibili le sorprese

(reuters)

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Francesco critica il progetto delle “deportazioni di massa” preannunciato dal presidente. Le nomine incrociate dell’ambasciatore Usa conservatore e dell’arcivescovo di Washington antri-trumpiano. Ma sull’Ucraina sono possibili convergenze
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Non potrebbero essere più diversi, sul tema dell’immigrazione sono in rotta di collisione, e hanno già posizionato le rispettive pedine in chiave polemica. Ma l’uno e l’altro sono imprevedibili, e nel solco di questa imprevedibilità potrebbero anche sbocciare inattesi motivi di intesa su scenari internazionali come l’Ucraina. Donald Trump e papa Francesco non si amano, ma è tutt’altro che escluso che nel corso del secondo mandato del tycoon alla Casa Bianca possano collaborare.

Il messaggio ufficiale

"Ispirato dagli ideali della Nazione, terra di opportunità e di accoglienza per tutti, spero che sotto la Sua guida il popolo americano prosperi e si impegni sempre nella costruzione di una società più giusta, in cui non ci sia spazio per l'odio, la discriminazione o l’esclusione”, scrive il Papa nel messaggio ufficiale inviato a Trump in occasione del giuramento odierno. “Allo stesso tempo, mentre la nostra famiglia umana affronta numerose sfide, senza contare il flagello della guerra, c…

Non potrebbero essere più diversi, sul tema dell’immigrazione sono in rotta di collisione, e hanno già posizionato le rispettive pedine in chiave polemica. Ma l’uno e l’altro sono imprevedibili, e nel solco di questa imprevedibilità potrebbero anche sbocciare inattesi motivi di intesa su scenari internazionali come l’Ucraina. Donald Trump e papa Francesco non si amano, ma è tutt’altro che escluso che nel corso del secondo mandato del tycoon alla Casa Bianca possano collaborare.

Il messaggio ufficiale

"Ispirato dagli ideali della Nazione, terra di opportunità e di accoglienza per tutti, spero che sotto la Sua guida il popolo americano prosperi e si impegni sempre nella costruzione di una società più giusta, in cui non ci sia spazio per l'odio, la discriminazione o l’esclusione”, scrive il Papa nel messaggio ufficiale inviato a Trump in occasione del giuramento odierno. “Allo stesso tempo, mentre la nostra famiglia umana affronta numerose sfide, senza contare il flagello della guerra, chiedo a Dio di guidare i Suoi sforzi nella promozione della pace e della riconciliazione tra i popoli”.

"Una disgrazia”

Le avvisaglie dello scontro ci sono già tutte. Se fosse vero che Trump espellerà i migranti irregolari, come ha promesso, sarebbe "una disgrazia", ha detto Bergoglio ospite di Fabio Fazio domenica sera: “Fa pagare ai poveri disgraziati, che non hanno nulla, il conto dello squilibrio: non va, così non si risolvono le cose”. Nelle stesse ore dalla basilica di Guadalupe, in Messico, il cardinale Blaise Cupich di Chicago, la città dalla quale le deportazioni dei migranti dovrebbero iniziare, ha tuonato: sarebbe “un affronto alla dignità di tutti i popoli e le comunità, che negherebbe l’eredità di quello che significa essere americani”.

Muri poco cristiani

Durante il primo mandato né il Papa né Trump dissimularono la distanza. Francesco dichiarò pubblicamente che “chi costruisce muri”, e intendeva il muro progettato da Trump al confine col Messico per tenere fuori dagli Stati Uniti i migranti latino-americani, “non è cristiano”. In modo altrettanto irrituale il segretario di Stato di Trump, Mike Pompeo, attaccò la Ostpolitik vaticana verso la Cina in un articolo pubblicato su First Things, la rivista neo-con di riferimento. L’udienza che il Papa concesse a Trump, a maggio del 2017, fu priva di polemiche, ma anche di calore. Oggi i due si conoscono: non si fanno illusioni, e si sono mossi con strategico anticipo.

Ambasciatore vs cardinale

Prima ancora del suo giuramento Trump ha designato come ambasciatore presso la Santa Sede Brian Burch, attivista conservatore che in passato ha attaccato apertamente Bergoglio e con la sua organizzazione Catholic Vote ha convogliato il voto di molti elettori cattolici sul candidato repubblicano. Con una mossa che ha preso di sorpresa più d’uno, su entrambe le sponde dell’oceano, Francesco, pochi giorni dopo, ha nominato arcivescovo di Washington il cardinale Robert McElroy, porporato apertamente anti-trumpiano quando si parla di pastorale nei confronti delle persone lgbtq+ o di immigrati. Le deportazioni di massa, ha detto nei giorni scorsi, sono “incompatibili con la dottrina cattolica”. A segnare plasticamente la distanza, a dicembre Trump è volato a Parigi per partecipare alla cerimonia di riapertura di Notre Dame, il Papa ha preferito andare, la settimana dopo, in Corsica, esempio tipico di quei viaggi nelle periferie con i quali il Pontefice argentino segnala la sua idiosincrasia con l’establishment e le tradizioni blasonate.

Il rischio polarizzazione

Le truppe sono schierate, si prepara la battaglia? Sì e no. Trump, si sa, è un negoziatore consumato, abituato ad alzare la posta prima di cominciare. In Vaticano prevale la prudenza. Interpellato dai cronisti all’indomani del voto di novembre, il cardinale Pietro Parolin ha augurato al nuovo presidente “tanta saggezza” per “superare la polarizzazione” che ha marcato la campagna elettorale e “essere un elemento di distensione e di pacificazione negli attuali conflitti che stanno insanguinando il mondo”. Concetti riecheggiati nei giorni scorsi dall’Osservatore Romano, che in un editoriale a firma di Alessandro Gisotti, ha notato che “gli Stati ‘disuniti’ d’America sarebbero un grave pericolo per un mondo già lacerato e frammentato”.

"Un tono più conflittuale”

Secondo Robert Gorelik, ex capo del centro Cia in Italia, “cambierà il tono, che sarà più conflittuale”, ma tra Santa Sede e amministrazione Usa “non cambierà molto con l’arrivo di Trump”. Il tycoon, ha detto Goerlik nel corso della presentazione del libro di Maria Antonietta Calabrò “Il trono e l’altare” (Cantagalli) al Centro Studi Americani, Trump riproporrà l’antica domanda posta, in modo sprezzante, da Iosif Stalin: “Quante divisioni ha il Papa?”.

Convergenze e divergenze

Ed è certo che sulle “deportazioni di massa” degli immigrati, sui rapporti conflittuali con la Cina, sullo scetticismo nei confronti del cambiamento climatico, Trump è a distanza siderale dal Papa e dalla sua diplomazia e tenterà di ignorarlo. Ma su altri temi ci potrebbe essere convergenza. A partire dalla pace in Medio Oriente e in Ucraina, per la quale Francesco ha speso molte energie. Certo l’inquilino della Casa Bianca “non ha la bacchetta magica”, ha notato con realismo Parolin, ma “vedremo le proposte”. E sull’Ucraina, in particolare, il desiderio di Trump di chiudere la guerra può collimare con il ripetuto appello di Francesco a un realistico tavolo negoziale. La difesa della vita, la contrarietà alla cosiddetta “teoria del gender” sono altrettanti campi di possibile sintonia.

Due leader imprevedibili

Tanto più che sia Donald Trump che Jorge Mario Bergoglio sono imprevedibili. Lo schema di gioco nei prossimi anni può cambiare. Francesco, per dire, ha criticato apertamente i populisti di destra all’avvio del suo pontificato, ma quando si è trattato di convincere la Russia a sedersi a un tavolo negoziale con l’Ucraina si è avvicinato a Viktor Orban, il premier ungherese che fino a quel momento aveva tenuto a distanza. Quanto a Trump, è capace di giravolte strategiche. Pur considerato dai suoi sostenitori come una sorta di messia, ha coccolato la destra cristiana, cattolica ed evangelical, ma rappresenta in realtà il trionfo del relativismo. Ed ha rapidamente abbandonato la tradizionale battaglia repubblicana per il divieto dell’aborto, dopo la nota sentenza della Corte suprema, appena ha capito che “lo avrebbe penalizzato alle urne”. Fatto non privo di rilevanza per la Santa Sede: se ora porta alla Casa Bianca Elon Musk – che fu ricevuto da Bergoglio a luglio del 2022 – nel 2016 aveva al suo fianco Steve Bannon, che delle radici cristiane, e della guerra al Papa, aveva fatto un perno della sua strategia: oggi il suo ruolo è marginale.

Cattolici per Trump

A Roma sono consapevoli che per Trump ha votato, secondo un sondaggio dell’Associated Press, il 54% degli elettori cattolici, solo il 44% ha votato Kamala Harris (ma 6 cattolici latinos su 10 hanno votato per la candidata democratica). È cattolico (convertito) il vicepresidente J.D.Vance, è cattolico (tornato alla Chiesa dopo essersene allontanato) il prossimo Segretario di Stato Marco Rubio, è cattolica la sua portavoce Karoline Leavitt. Sono cattolici i tre giudici conservatori che Trump ha nominato alla Corte suprema (a maggioranza cattolica), Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh, Amy Coney Barrett. Né il partito democratico né quello repubblicano sono l’ideale per la Santa Sede, ma tutti e due vanno tenuti in considerazione. Non è un caso che, di ritorno da un viaggio in Asia a settembre, papa Francesco non aveva preso posizione a favore né di Trump né di Harris, dicendo che sia respingere i migranti che promuovere l’aborto sono due politiche “contro la vita” e facendo appello agli elettori affinché scegliessero in coscienza “il male minore”.

Una Chiesa divisa

La Chiesa a stelle e strisce, certo, è divisa – e disorientata. La maggioranza dei vescovi “si tiene a distanza dal pontificato di Francesco”, scrive Massimo Faggioli nel libro fresco di pubblicazione “Da Dio a Trump” (Scholé-Morcelliana), e si è identificata nelle “guerre culturali” su aborto e gender theory. Bergoglio, 88 anni, ha coltivato un rapporto cordiale con Joe Biden, il secondo presidente cattolico degli Stati Uniti dopo John Fitzgerald Kennedy, che voleva venire a Roma prima della fine della sua presidenza per accomiatarsi dal Papa e insignirlo della “medaglia della libertà”, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti. Ma se sul multilateralismo, il climate change e la risposta alla pandemia la sintonia è stata piena, e se Bergoglio è intervenuto per difendere il presidente dagli strali dei settori conservatori dell’episcopato, c’è stata una “crescente distanza” tra i due, scrive ancora lo storico del cristianesimo, in particolare sull’Afghanistan, l’Ucraina, il Medio Oriente. Il partito democratico è sempre più identificato con una identity politics lontanissima tanto dal Papa quanto dalla Curia romana, e anche “sulla gestione della questione immigrazione, tra Biden e gli immediati predecessori (Trump incluso) ci sono state molte più continuità che discontinuità”, nota Faggioli. Ora arriva Trump. E Francesco segnala subito di essere pronto allo scontro – ma anche alla possibilità, se ci saranno le condizioni, di collaborare.

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