Scarcerato per un cavillo il generale Almasri, accusato di torture: è già tornato in Libia
di Alessandra ZinitiRoma – I siti libici, che già lunedi della scorsa settimana annunciavano l’imminente ritorno a Tripoli del generale Najeem Osema Almasri Habish «per essere processato come prevedono gli accordi Italia-Libia sui prigionieri», ci avevano visto giusto. E incredibilmente, alle 21.42 di martedì 21 gennaio, il comandante della polizia giudiziaria e responsabile del centro di detenzione di Mitiga fermato a Torino 48 ore prima su mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, era già libero e a Tripoli. Accolto da una grande festa con tanto di fuochi d’artificio.
"L’errore procedurale”
Salvato da un cavillo, un «errore procedurale», come lo hanno definito i giudici della Corte d’appello di Roma che ne hanno disposto la scarcerazione. E persino rimandato a casa con tante scuse su un I-Carg italiano decollato dall’aeroporto di Caselle alle 19.51. Un volo che però era partito da Ciampino per Torino alle 11.14, segno che già martedi mattina presto, la scorta di Almasri era stata decisa su tavoli assai diversi da quelli della Corte d’appello di Roma. E ben prima delle 16, ora in cui dal ministero di Grazia e giustizia, dopo 36 ore di imbarazzante silenzio istituzionale, partiva una nota in cui si comunicava che il ministro Nordio stava «valutando la trasmissione degli atti alla Procura generale di Roma».
"Il ministro non era stato avvertito”
Dunque, la decisione, formalmente, è dei giudici e ha motivazioni giuridiche scovate nella procedura prevista in caso di mandato di cattura della Corte penale internazionale: nella fattispecie — ha rilevato la Corte d’appello — il ministro della Giustizia è stato informato dell’arresto solo lunedì 20, quando il generale Almasri era già nel carcere de Le Vallette, e non preventivamente come avrebbe dovuto essere fatto. E a quel punto, partita la più ferrea consegna del silenzio a tutti i livelli, Palazzo Chigi si è trovato stretto tra il dovere di consegnare alla Corte penale de L’Aia un uomo da processare per crimini contro l’umanità e le aspettative degli amici libici a cui l’Italia affida buona parte della sua strategia di contrasto ai flussi migratori. Improvvisamente ripresi lunedì con 500 arrivi, tutti dalla Libia, a Lampedusa.
Le proteste delle opposizioni
È finita con il generale scarcerato, espulso e rimandato a casa e l’incredulo sconcerto delle opposizioni che preannunciano interrogazioni al ministro Nordio. «Il governo chiarisca immediatamente perché Almasri è stato scarcerato e lasciato andare», dice la segretaria del Pd Elly Schlein. «Giorgia Meloni voleva inseguire i trafficanti di esseri umani in tutto il globo terracqueo, ne era stato arrestato uno libico in Italia e invece di dare seguito alle richieste della Corte penale internazionale che lo accusa di crimini di guerra e contro la dignità umana, lo hanno rimandato impunito in Libia». «Vicenda gravissima di cui chiederemo conto a Nordio», dice Matteo Renzi. Da Riccardo Magi ad Angelo Bonelli, è un coro di «vergogna» e una richiesta di immediati chiarimenti al Parlamento.
Il mandato di cattura
La lettura dell’ordinanza dei giudici della Corte d’appello di Roma aiuta nella ricostruzione dei fatti. E le date sono importanti: sabato 18 la Corte penale internazionale emette il mandato di cattura nei confronti di Najeem Osema Almasri Habish «per i reati di crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi nella prigione di Mitiga dal 15 febbraio 2011 puniti con la pena massima dell’ergastolo».
La partita Juve-Milan
Quella stessa sera Almasri è a Torino, sicuramente va allo stadio con tre amici a vedere Juve-Milan. Poi viene fermato dalla Digos su indicazione dell’Interpol. E finisce in cella. Ma a Roma nessuno ne saprà nulla — sembra — fino a lunedì. Così almeno scrive il procuratore generale di Roma chiedendo ai giudici della Corte d’appello di non convalidare l’arresto.
La giustizia che si allontana
Eccolo l’errore procedurale di cui da molte ore si sussurrava nei palazzi: l’arresto è «irrituale in quanto non preceduto dalle interlocuzioni con il ministro della Giustizia, titolare dei rapporti con la Corte penale internazionale; ministro interessato da questo ufficio in data 20 gennaio, immediatamente dopo aver ricevuto gli atti dalla Questura di Torino, che, ad oggi, non ha fatto pervenire nessuna richiesta in merito». Le conclusioni a cui arriva il procuratore generale sono categoriche: «Non ricorrono le condizioni per la convalida e, conseguentemente, per una richiesta volta all’applicazione della misura cautelare. Ne deriva la immediata scarcerazione del pervenuto». E i 13 anni di crimini contro l’umanità commessi nel lager di Mitiga restano lontani dal banco degli imputati della Corte de L’Aia.