Felice Maniero, l'ex boss della Mala del Brenta che agli inizi degli anni Novanta ha deciso di iniziare a collaborare con la giustizia, è stato denunciato per aver picchiato la compagna, con la quale, da anni, il rapporto è molto altalenante. Questo ultimo episodio ha convinto i giudici a imporgli il braccialetto elettronico, oltre al divieto di avvicinamento alla vittima. I fatti, come riporta Il Gazzettino, risalgono a poco tempo fa: l’uomo, soprannominato “Faccia d'Angelo”, che con le sue confessioni aveva permesso di smantellare l'ex banda che teneva sotto scacco il Veneto, vive, dopo aver scontato la sua condanna, con una nuova identità in un luogo segreto. Nel 2023 l'ex boss, 70 anni, aveva finito di scontare una condanna a 4 anni che col suo passato non aveva niente a che fare. In carcere era entrato per maltrattamenti, dopo una denuncia della compagna, Marta Bisello.
La denuncia alla compagna
L'ex boss della mafia del Brenta, Felice Maniero, nell’aprile del 2024 aveva sporto una formale denuncia ai carabinieri di Brescia, contro la ex compagna Marta Bisello, ipotizzando il reato di riciclaggio di denaro. Secondo l'accusa di Maniero - aveva spiegato il suo legale Rolando Iorio - Bisello avrebbe acquistato, intestandosela, un'auto per 40mila euro, facendo figurare che questa fosse un regalo per l'ex boss. Il denaro - secondo quanto riferito a verbale da Maniero ai carabinieri - proveniva da una riserva di 200mila euro nascosti nel doppio fondo di un mobile, frutto di delitti di mafia e quindi corpo di reato. Maniero ha detto di ricordare che l'auto era una Bmw X1 acquistata in una concessionaria di Brescia, città dove vivevano.
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Gli esordi del boss
Faccia d’Angelo ha terrorizzato il quadrante ovest del Veneto con omicidi, rapine, assalti armati, traffici di droga e armi negli anni Settanta. Ereditò la voglia di diventare un boss dallo zio, anche lui criminale, che gli mise in mano una pistola a 12 anni. Ai tempi delle prime partite di droga che sbarcarono al nord, Felice Maniero aveva solo 24 anni e una fedina penale tutt’altro che immacolata: a sedici aveva esordito con una denuncia per la guida di un motorino senza bollo, a venti era stato condannato a tre anni di carcere per aver tentato di violentare due turiste tedesche. Appena ventenne già sedeva a fianco dei più importanti mafiosi mandati al confino in Veneto e in Lombardia.
L’esercito di Maniero
«Per dare forza al nostro gruppo facevamo scorrerie nei bar, in casa dei collaboratori di giustizia abbiamo fatto dei pestaggi – dichiarò Maniero nell’udienza del 14 febbraio 1996 davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Venezia – volevamo far vedere che non avevamo paura di nessuno e incutere soggezione. Eravamo in gruppo, sempre: andavamo nelle discoteche, nei bar senza pagare. Dove ci facevano pagare l’entrata o ci trattavano male, gli bruciavamo il locale. Abbiamo raggiunto un livello tale che né la mafia e né la ’ndrangheta hanno mai tentato di invadere il territorio. Noi a Modena abbiamo mandato via i cutoliani». Ai tempi a cui fa riferimento Maniero la Mala era una potenza e vantava un esercito autoctono con un capo veneto e più di trecento soldati.
La scia di omicidi
Il controllo del territorio è una componente fondamentale per la sopravvivenza dell’associazione mafiosa del Brenta (come peraltro di tutte). Lo ha confermato lo stesso boss spiegando che la preoccupazione principale del gruppo era che nessun’altra organizzazione interferisse nella zona. Per garantire ciò si era pronti anche a uccidere. A pagare con la vita chi minacciava di ledere il potere esclusivo di Maniero furono due dei fratelli Rizzi e Gianfranco Padovan, malavitosi che detenevano il monopolio del traffico degli stupefacenti nel centro storico veneziano. L’appello dei morti per mano della Mala è lungo diciotto nomi. Un elenco cominciato nel lontano 1981 con Roberto Menin e finito nella notte tra l’8 e il 9 novembre 1994 a Cadoneghe con Giancarlo Ortes, il pizzaiolo originario di Camposampiero che aveva aiutato Maniero a evadere dal carcere, ammazzato con la sua giovane compagna serba, Naza Sabic.
Le rapine eccellenti
Le rapine sono state la principale occupazione di Maniero. Ville di facoltosi imprenditori arroccate sui colli vicentini e padovani, laboratori orafi, gioiellerie, furgoni portavalori, negozi, banche, uffici postali di tutto il Veneto e dell’Emilia sono stati i suoi bersagli preferiti. In cinque anni, dal 1982 al 1987, le «squadre» di Maniero hanno messo a segno ventidue maxirapine. Due quelle che più hanno impressionato l’opinione pubblica: la prima, nel luglio 1982, all’hotel Des Bains, Lido di Venezia, e la seconda nel dicembre 1983, all’aeroporto «Marco Polo» di Tessera. La prima fruttò 5 miliardi in gioielli, valuta e preziosi, tra i quali un anello con brillante che Maniero donò in segno di rispetto alla moglie del mafioso Nunzio Guida. La seconda, 2 miliardi e 340 milioni in contanti.