“Emilia, Italo, Alfredo, così restituisco i volti alle pietre d’inciampo”
di Brunella GiovaraMilano — La signora delle Pietre va di fretta, sempre, e ha mille storie nella testa. Molte orrende, altre piene di speranza, come quelle dei suoi studenti alla media Quintino Di Vona. Quelle orrende le raccoglie e le indaga dal 2023, quando diventò presidente del Comitato per le “Pietre d’inciampo” di Milano, la cui presidente onoraria è la senatrice Liliana Segre. Da allora, Alessandra Minerbi ha cominciato a correre, tra gli scrutini e la vicepresidenza della scuola, e insieme cercando notizie su chi è scomparso nei campi di concentramento e di sterminio. Le Stolpersteine, quei cubetti di ottone 10 per 10, con il nome del deportato, la data di nascita, di arresto, il luogo della deportazione, la data di morte. Niente sul motivo per cui vennero uccisi, perciò sbaglia chi pensa che sia un’iniziativa per ricordare la Shoah. In tutta Europa, i nomi sono di antifascisti, ebrei, sinti, rom, vittime del programma di eutanasia T4, omosessuali, e tutte le altre “categorie nemiche” scelte pe…
Milano — La signora delle Pietre va di fretta, sempre, e ha mille storie nella testa. Molte orrende, altre piene di speranza, come quelle dei suoi studenti alla media Quintino Di Vona. Quelle orrende le raccoglie e le indaga dal 2023, quando diventò presidente del Comitato per le “Pietre d’inciampo” di Milano, la cui presidente onoraria è la senatrice Liliana Segre. Da allora, Alessandra Minerbi ha cominciato a correre, tra gli scrutini e la vicepresidenza della scuola, e insieme cercando notizie su chi è scomparso nei campi di concentramento e di sterminio. Le Stolpersteine, quei cubetti di ottone 10 per 10, con il nome del deportato, la data di nascita, di arresto, il luogo della deportazione, la data di morte. Niente sul motivo per cui vennero uccisi, perciò sbaglia chi pensa che sia un’iniziativa per ricordare la Shoah. In tutta Europa, i nomi sono di antifascisti, ebrei, sinti, rom, vittime del programma di eutanasia T4, omosessuali, e tutte le altre “categorie nemiche” scelte per l’eliminazione dai nazisti e dai loro alleati.
Ma dietro ai nomi ci sono storie di persone. Ricostruirle non è facile, ottanta e più anni dopo, poi. E visto che spesso si dice che bisogna “fare memoria” (negli anniversari, soprattutto, il 27 gennaio, il 25 aprile…), Minerbi la fa, nella pratica. «Lei vuole sapere di Emilia, di Alfredo?», domanda. Alla fine li chiama per nome, come fossero ragazzini della sua classe. Emilia Levi, Alfredo Winter, due bambini, due delle nuove 27 pietre che verranno posate a Milano oggi e il 13 marzo, davanti alle case dei deportati. Significa riportarli a casa, com’era l’idea iniziale dell’artista tedesco Demnig, e «sottolineare il legame con la vita di prima, con quello che si era e si faceva prima dell’arresto», aggiunge lei.
Emilia e Alfredo, categoria bambini ebrei. E Italo, fratello di Emilia. Di quest’ultima, nemmeno una foto. Ne ha scritto Primo Levi in Se questo è un uomo. “Figlia dell’ingegnere Aldo Levi di Milano, una bambina curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente; alla quale, durante il viaggio nel vagone gremito, il padre e la madre erano riusciti a fare il bagno in un mastello di zinco, in acqua tiepida che il degenere macchinista tedesco aveva acconsentito a spillare dalla locomotiva che ci trascinava tutti alla morte”. Arrestata con la famiglia il 4 dicembre del ‘43 a Como, mentre cercavano di passare in Svizzera. «Emilia aveva 5 anni, Italo undici. Vennero uccisi il 22 febbraio del ’44 al loro arrivo ad Auschwitz, subito, assieme alla mamma Elena, appena scesi dal Trasporto numero 22».
Come si ricostruisce la storia di questi Levi, che abitavano in via Donatello 26, è complicato. Aldo era un ingegnere, capo dei servizi elettrici del Comune di Milano, licenziato e anche radiato dall’Ordine, con le leggi razziali del 1938. Controllare quindi le date in Comune, e all’Ordine degli ingegneri, e risalire all’indirizzo, e per le famiglie ebraiche una buona base di partenza è sempre l’archivio Cdec, il Centro di documentazione ebraica contemporanea. E gli studi (e gli elenchi) della storica Liliana Picciotto Fargion.
«Poi ci sono gli archivi Arolsen, in Germania, che custodiscono e studiano i documenti sulla persecuzione nazista». E gli archivi di Fossoli, e quelli del Vaticano, e l’Archivio Centrale dello Stato, dove la professoressa Minerbi è stata «nelle vacanze di Natale, per capire alcuni passaggi oscuri», e spera di consultare i fondi della Diocesi di Milano, visto che all’epoca la Chiesa del cardinale Schuster si mosse per salvare molti, talvolta riuscendo nell’impresa, a volte no. E certe volte arrivano contributi inaspettati, come quello di Paola Vita Finzi, 92 anni, professore emerito dell’Università di Pavia, docente di Chimica organica. «Emilia? Un bambolotto, più piccola di noi e del fratello Italo, con cui frequentavo la scuola ebraica di via della Spiga, dopo l’espulsione. Di lui ho una fotografia, ma non c’era Emilia. Le nostre famiglie erano molto amiche. Noi ci siamo salvati in Svizzera. Al ritorno, abbiamo scoperto che dei Levi e dei Morais non era tornato nessuno».
E bisogna capire il tormento di questa professoressa, che ha «dedicato a loro ogni mio successo professionale, e ancora adesso, se scendo in strada, non posso non guardare d’istinto il loro balcone». Vita Finzi chiese di poter mettere una pietra in loro ricordo, «ma allora mi risposero che la richiesta andava fatta dai parenti», il che per le famiglie di ebrei è molto difficile, visto che li deportavano a famiglie intere. Dovete anche sapere che ciascuna pietra costa 120 euro. Costi vivi, che qualcuno deve pagare. Il resto — le ricerche infinite, che davvero non finiscono mai — è tutto gratis et amore dei.
«Abbiamo piccoli contributi dalle associazioni, tra cui Aned, Anpi, Figli della Shoah, Cdec, la Comunità ebraica». E dice Minerbi che «adesso riesco a pagare una ricercatrice, che lavora anche al Museo diffuso di Torino, grazie a un bando della Chiesa valdese. Poi, un’altra collaboratrice». Servirebbero tanti studi e tanti soldi, per ricostruire la vita di chi è finito nel fumo e nella polvere, e ricostruirli vivi, attraverso biografie sempre in progress, perché ogni tanto spunta un documento nuovo, una notizia. Talvolta ci sono sorprese come nel caso di Alfredo Winter, deportato a 9 anni. Un bambino tedesco ebreo, arrivato a Milano (via Luisa Sanfelice 12) nel 1937 con i genitori e la nonna. Morti tutti, meno il padre. Nel documento della confisca dei beni, trovato all’Archivio di Stato, si elencano “6 bicchieri, 2 pitali, una Menorah, un fornello logoro”. Una teiera, cose così.