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“Io, torturato da Almasri e dai suoi miliziani: ho preso così tante botte che pensavo di morire”

Il ritorno di Almasri in Libia 

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Il racconto di Lam Magok Biel Ruei che ha denunciato il generale alla Corte internazionale e le domande al governo: “Presidente Meloni, com’è stato possibile riaccompagnare in Libia un sanguinario criminale e assassino?”
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Roma — Lam Magok Biel Ruei ha 32 anni, viene dal Sud Sudan ed è una delle vittime del generale Almasri. Ora è rifugiato in Italia e ad assisterlo è Baobab experience, l’associazione di volontari e attivisti che a Roma si occupa di migranti. Per testimoniare alla Corte penale internazionale le violenze subite da Almasri e dai suoi miliziani, Lam ha trovato, racconta, «la forza di risvegliare i miei incubi peggiori e di riaprire cicatrici di traumi a cui non c’è, né ci sarà mai, rimedio».

Lam, in quali centri di detenzione libica è stato e per quanto tempo?

«Io sono stato 3 mesi e Al-Jadida e 6 mesi a Mitiga».

Quando ha incontrato Almasri?

«Per la prima volta a Al-Jadida. Gli uomini al suo comando mi hanno bendato, ammanettato e picchiato. Anche Almasri in persona mi bastonava, ma le violenze subite non sono state nulla a confronto con quello che ho vissuto a Mitiga».

Cos’è successo lì?

«Ci trattavano come schiavi, eravamo usati come forza lavoro per costruire edifici nella base militar…

Roma — Lam Magok Biel Ruei ha 32 anni, viene dal Sud Sudan ed è una delle vittime del generale Almasri. Ora è rifugiato in Italia e ad assisterlo è Baobab experience, l’associazione di volontari e attivisti che a Roma si occupa di migranti. Per testimoniare alla Corte penale internazionale le violenze subite da Almasri e dai suoi miliziani, Lam ha trovato, racconta, «la forza di risvegliare i miei incubi peggiori e di riaprire cicatrici di traumi a cui non c’è, né ci sarà mai, rimedio».

Lam, in quali centri di detenzione libica è stato e per quanto tempo?

«Io sono stato 3 mesi e Al-Jadida e 6 mesi a Mitiga».

Quando ha incontrato Almasri?

«Per la prima volta a Al-Jadida. Gli uomini al suo comando mi hanno bendato, ammanettato e picchiato. Anche Almasri in persona mi bastonava, ma le violenze subite non sono state nulla a confronto con quello che ho vissuto a Mitiga».

Cos’è successo lì?

«Ci trattavano come schiavi, eravamo usati come forza lavoro per costruire edifici nella base militare, per sistemare le armi nei magazzini sotterranei e per ordinare nei mortuari i cadaveri delle persone uccise. Quando alcuni di noi hanno tentato di fuggire e siamo stati catturati abbiamo ricevuto così tante percosse, calci, sprangate che ho creduto di morire».

Almasri era lì?

«Ci puntava la pistola addosso mentre i suoi uomini facevano dei nostri corpi carne da macello».

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C’erano molti altri con lei?

«La mia non è una storia speciale. È la storia di tutte le persone che attraversano l’inferno libico per cercare protezione in Europa e che in quell’inferno sono costrette a tornare tutte le volte in cui il barcone è intercettato dai libici».

Come ha trovato la forza e il coraggio di testimoniare alla Corte internazionale le violenze subite?

«L’ho fatto per un senso di giustizia che ancora sento mio, nonostante tutto l’orrore subito. L’ho fatto per le donne, gli uomini e i bambini che ancora marciscono nelle stanze di Al-Jadida e Mitiga, i lager infernali sotto il controllo del criminale che ieri lo Stato italiano ha accompagnato gentilmente a casa. L’ho fatto perché credevo che l’Europa fosse la patria dello Stato di diritto, che quello che accadeva in Libia fosse sconosciuto al di qua del Mediterraneo e che se il governo italiano e i governi europei avessero saputo la brutalità riservata alle persone nere avrebbero smesso di fare accordi con la Libia».

E invece l’Italia lo ha scarcerato.

«A nome mio e di tutte le vite distrutte e interrotte a causa di Almasri voglio chiedere al governo italiano e alla presidente Meloni come sia stato possibile aver avuto davanti uno dei più spietati trafficanti di esseri umani, uno dei più sanguinari criminali e assassini di migranti, e averlo riaccompagnato in Libia. Com’è possibile, presidente, vedere una festa a Tripoli davanti a un aereo italiano che riportava a casa un assassino, quando mi aspettavo che venisse processato per crimini contro l’umanità? Com’è stato possibile trasformare un torturatore in un eroe? Com’è stato possibile ucciderci una seconda volta?».

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