Roma — «Un’indagine polverizzata dal governo italiano, una decisione inaccettabile e ingiustificabile dal punto di vista degli obblighi di cooperazione e che, cosa da non sottovalutare affatto, espone i testimoni che vivono in Italia e che adesso sono molto preoccupati».
Chantal Meloni, giurista, associata di Diritto penale all’Università di Milano, l’inchiesta della Corte penale internazionale sui crimini contro i diritti umani di cui è accusato anche il comandante Almasri, la conosce bene. Come senior legal advisor dell’European Center for Constitutional and Human Rights, da anni va a caccia di testimonianze e prove, ossatura delle denunce che hanno dato un grande contributo all’inchiesta dei procuratori internazionali.
Professoressa Meloni, cosa c’è sul tavolo della Corte penale ?
«Ci sono decine di testimonianze dei sopravvissuti ai centri di detenzione che hanno subìto torture, violenze, stupri, rapimenti e che hanno visto morire tante persone. Ci sono foto, video, referti me…
Roma — «Un’indagine polverizzata dal governo italiano, una decisione inaccettabile e ingiustificabile dal punto di vista degli obblighi di cooperazione e che, cosa da non sottovalutare affatto, espone i testimoni che vivono in Italia e che adesso sono molto preoccupati».
Chantal Meloni, giurista, associata di Diritto penale all’Università di Milano, l’inchiesta della Corte penale internazionale sui crimini contro i diritti umani di cui è accusato anche il comandante Almasri, la conosce bene. Come senior legal advisor dell’European Center for Constitutional and Human Rights, da anni va a caccia di testimonianze e prove, ossatura delle denunce che hanno dato un grande contributo all’inchiesta dei procuratori internazionali.
Professoressa Meloni, cosa c’è sul tavolo della Corte penale ?
«Ci sono decine di testimonianze dei sopravvissuti ai centri di detenzione che hanno subìto torture, violenze, stupri, rapimenti e che hanno visto morire tante persone. Ci sono foto, video, referti medici, ci sono prove inconfutabili di quello che succede in Libia dal 2011 ad oggi, comprese le complicità di attori internazionali».
Anche l’Italia?
«Sì certamente anche l’Italia. Noi abbiamo sempre sostenuto che è necessario includere le responsabilità degli attori europei in questo complesso network criminale foraggiato da politiche e fondi europei. Nella seconda denuncia, che abbiamo presentato nel 2022, in cui esaminiamo più specificamente l’intercettazione in mare di migranti sequestrati e riportati nei centri di detenzione, abbiamo sottolineato il ruolo di alcuni attori europei di cui abbiamo anche fatto i nomi».
Dunque singole responsabilità?
«Visto che la Corte ha giurisdizione personale, abbiamo ricostruito un piano criminale che include le persone che in quel momento stavano determinando la politica dell’Italia, a cominciare dall’allora ministro dell’Interno del suo capo di gabinetto che ne ha condiviso le responsabilità».
Lei crede che anche questo possa avere contribuito alla decisione di rimandare in Libia Almasri?
«Se Almasri fosse stato consegnato alla Corte avrebbe potuto tirare fuori responsabilità che potevano arrivare alle autorità italiane anche se non credo che ci fosse la possibilità che un processo ad Almastri si potesse trasformare in un processo all’Italia. Non so se ci fosse questa preoccupazione, ma è difficile pensare che i buoni rapporti che il governo rivendica con gli apparati libici non abbiano influito sulla decisione di non collaborare e non consegnare questa persona all’Aia».
Insomma, la Libia interessa più della giustizia internazionale?
«Guardiamo con preoccupazione le dichiarazioni del governo Meloni di opposizione ai provvedimenti della Cpi, come nel caso Netanyahu. Davanti agli attacchi degli Stati Uniti che vogliono smantellare la giustizia internazionale penale che abbiamo faticato 70 anni a mettere insieme, se c’è una speranza che questo organismo sopravviva è nella compattezza dell’Europa. Ed è grave che proprio l’Italia stia giocando questo ruolo di rottura».