Omicidio Meredith, Lumumba: “La mia vita distrutta da Amanda. Ora però potrei tornare a Perugia”
di Alessia Candito“Ho sempre creduto che la giustizia avrebbe ristabilito la verità, adesso posso finalmente buttarmi tutto alle spalle e iniziare un nuovo capitolo della mia vita”. A ventiquattro ore dalla sentenza che ha confermato la condanna per calunnia di Amanda Knox, Patrick Lumumba è tornato nella sua Perugia. Nel 2007, quando la città è stata catapultata al centro delle cronache dall’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, era il titolare di uno dei pub più frequentati della città, tappa fissa per gli studenti Erasmus, punto di riferimento per band locali e non. Poi, Amanda che di Meredith era coinquilina e per anni principale sospettata del suo omicidio, ha puntato il dito contro di lui, pur sapendolo innocente. E per Lumumba, che in questi mesi è al lavoro su un libro che mette in fila quei giorni, è iniziato un incubo: 14 giorni di carcere, la sua faccia su tutti i giornali come assassino della giovane britannica, il locale sotto sequestro, una vita in frantumi. “Amanda non ha …
“Ho sempre creduto che la giustizia avrebbe ristabilito la verità, adesso posso finalmente buttarmi tutto alle spalle e iniziare un nuovo capitolo della mia vita”. A ventiquattro ore dalla sentenza che ha confermato la condanna per calunnia di Amanda Knox, Patrick Lumumba è tornato nella sua Perugia. Nel 2007, quando la città è stata catapultata al centro delle cronache dall’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, era il titolare di uno dei pub più frequentati della città, tappa fissa per gli studenti Erasmus, punto di riferimento per band locali e non. Poi, Amanda che di Meredith era coinquilina e per anni principale sospettata del suo omicidio, ha puntato il dito contro di lui, pur sapendolo innocente. E per Lumumba, che in questi mesi è al lavoro su un libro che mette in fila quei giorni, è iniziato un incubo: 14 giorni di carcere, la sua faccia su tutti i giornali come assassino della giovane britannica, il locale sotto sequestro, una vita in frantumi. “Amanda non ha alcuna proprietà in Italia, sapevo già da principio che non avrei ottenuto nessun risarcimento - spiega - Ma questo processo era una questione d’onore. Volevo che si ristabilisse la verità”.
Nel frattempo, come si convive con un’esperienza del genere?
“È stata dura, ci ho messo molto tempo a uscire da quella bolla di angoscia. Ogni volta che si faceva anche un minimo accenno a quella vicenda, la mia mente tornava a quella mattina, rivivevo tutto, momento per momento”.
Cos’è successo quel giorno?
“Ero tornato tardi dal locale. Stavo dando il latte a mio figlio, che all’epoca aveva poco più di un anno. Ricordo che qualcuno ha citofonato. Avevo acceso la tv e messo un cartone animato per il bimbo, pensavo si trattasse di un vicino che si lamentava per il rumore e ho abbassato. Poi hanno suonato di nuovo. A quel punto mi sono alzato per andare a chiedere chi fosse. Un’agente, era una donna, mi ha risposto “polizia”. Quando ho aperto la porta mi è comparso davanti un esercito di agenti, erano così tanti che avrebbero potuto giocare una partita di baseball”.
Come ha reagito quando l’hanno accusata dell’omicidio?
“Me lo hanno detto solo molto dopo che mi hanno portato via. Ho intuito che potesse avere qualcosa a che fare con quella storia quando sono stato accompagnato dal medico legale per lasciare le impronte e il Dna perché lì ho visto anche Raffaele Sollecito. Inizialmente pensavo avessero convocato tutti i titolari dei locali frequentati dagli Erasmus. Nessuno mi ha detto di cosa fossi accusato, neanche quando sono stato interrogato”.
Non c’era l’avvocato con lei?
“No, nessuno mi ha detto che avrei dovuto farmi assistere. Non ho neanche mai visto il procuratore se non all’udienza di convalida, dopo due giorni di isolamento”
Quando ha capito che la mettevano in relazione con l’omicidio di Meredith, si è preoccupato?
“Oggi, dopo tutto quello che è successo, sarei terrorizzato. All’epoca, paradossalmente mi sono sentito sollevato. Sapevo di non avere nulla a che fare con quella storia, quindi ero certo che si sarebbe chiarito tutto subito. Per altro, sui giornali si diceva da giorni che l’omicidio fosse avvenuto attorno all’una, a quell’ora io ero ancora al locale e era pieno di gente. Ma gli agenti mi dicevano che non era vero nulla, che dovevo solo confessare”
Ha subito violenza?
“Fisica no, verbale sì. Soprattutto da parte di quattro agenti, due uomini e due donne. Mi insultavano, dicevano che il problema è che in Italia non esistono le camere a gas per gente come me. Io non avevo fatto nulla, non capivo la ragione di quella violenza. Diverse persone in quei giorni si sono presentate spontaneamente per dire che erano con me, ma nessuno è stato preso in considerazione”.
Secondo lei perché Amanda l’ha accusata?
“Credo che avesse capito che gli inquirenti si stavano avvicinando alla verità e ha tentato di depistarli. Magari aveva bisogno di prendere tempo. Di certo so che delle tante persone che ha indicato, sono l’unico su cui abbiano approfondito. Credo che molto sia stato dovuto all’immagine che Amanda ha dato di me: titolare di un locale, musicista, nero, con i rasta. Forse gli investigatori si sono fatti influenzare non dico dal pregiudizio, ma magari dall’emotività”.
Ma lei Meredith la conosceva?
“Solo di vista. Sembra pazzesco, ma ho associato nome e volto solo dopo il suo omicidio. Era una delle tante studentesse straniere che frequentavano il locale. Ricordo che era con Amanda quando lei si è proposta come cameriera. Aveva notato una vodka poco conosciuta che usavamo al locale e abbiamo iniziato a parlarne, come dei cocktail che si potevano fare. L’ho fatta accomodare dietro al bancone perché ne facesse uno e era buono. Per questo le avevo proposto di fare qualche serata come barmaid, ma mi ha detto che aveva degli esami da preparare. Questo è l’unico ricordo che ho di lei”.
Quanto tempo è rimasto in carcere?
“Due settimane, ma l’incubo mi ha perseguitato per molto tempo. E dopo la scarcerazione è stato tutto molto complicato. Non potevo uscire di casa perché ero fisicamente assediato dalla stampa che stazionava davanti casa mia, non potevo lavorare perché il locale era sequestrato. Ero e sono un musicista e ho dovuto a rinunciare a quasi tutte le date del tour già programmato perché non potevo allontanarmi da Perugia per ordine degli inquirenti. Mi è crollato tutto addosso”.
È mai riuscito a riaprire il locale?
“Sì, ma nel giro di un anno sono stato costretto a chiudere. Era diventata una sorta di tappa del museo dell’omicidio, c’erano spesso telecamere e la clientela storica si è rapidamente stufata di essere sempre infastidita. Lo frequentava solo chi non aspettava altro che andare in tv. Alla fine ho deciso di mollare”.
È per questo che è andato via dall’Italia?
“In realtà è stata per una combinazione di fattori. Dopo quella vicenda ho deciso di prendere un’altra laurea, ho fatto l’Erasmus e ho scelto la Polonia, che è il Paese d’origine della mia compagna. Lei alla fine mi ha chiesto di rimanere lì, il trauma di quello che è successo non l’ha mai superato. Per un po’ ho fatto avanti indietro, poi ho messo radici lì”.
Dopo questa sentenza potrebbe considerare l’idea di tornare in Italia?
“Perugia è casa mia, ci torno spesso, ho molti amici. La città si è schierata con me e mi ha sostenuto dal primo momento. Prima o poi arriverà il momento di tornare. Mio figlio vuole studiare medicina in Italia, mia figlia sogna di fare l’accademia d’arte, quindi potrebbe succedere a breve”.
Presto uscirà la nuova serie sull’omicidio di Meredith prodotta da Amanda. Cosa si aspetta?
“Nulla, non credo che la vedrò, come in passato non ho guardato tutto quello che è uscito”.
L’ha mai contattata?
“Mai. Né mi ha mai chiesto scusa. Il suo legale spesso si avvicina per assicurarmi che lei mi considera un amico. E allora ai nemici cosa fa?”