“Almasri espulso perché pericoloso”. Piantedosi difende il blitz sul torturatore
di Giuliano Foschini , Tommaso CiriacoIl ministro Matteo Piantedosi nel corso del question time al Senato
(ansa)ROMA — La decisione di scarcerare di Njeem Osama Almasri Habish è stata «presa dalla magistratura per un errore commesso dalla Corte penale internazionale». Almasri è stato poi espulso dal nostro paese in quanto «soggetto pericoloso». E quando il ministero della Giustizia stava valutando la possibilità tecnica di riarrestarlo, era già in volo. La corte penale, infine, dovrebbe chiarire «perché è stato chiesto il suo arresto soltanto dodici giorni dopo il suo arrivo in Europa, proprio quando il libico aveva messo piede in Italia». Un passaggio che sembra alludere alla possibilità che si tratti di uno sgambetto dopo la posizione assunta dall’Italia contro il mandato di cattura per il premier israeliano Netanyahu.
Tajani: “L’Aja non è il verbo”
Travolto dalle polemiche, il governo Meloni gioca la carta dell’arrocco per …
ROMA — La decisione di scarcerare di Njeem Osama Almasri Habish è stata «presa dalla magistratura per un errore commesso dalla Corte penale internazionale». Almasri è stato poi espulso dal nostro paese in quanto «soggetto pericoloso». E quando il ministero della Giustizia stava valutando la possibilità tecnica di riarrestarlo, era già in volo. La corte penale, infine, dovrebbe chiarire «perché è stato chiesto il suo arresto soltanto dodici giorni dopo il suo arrivo in Europa, proprio quando il libico aveva messo piede in Italia». Un passaggio che sembra alludere alla possibilità che si tratti di uno sgambetto dopo la posizione assunta dall’Italia contro il mandato di cattura per il premier israeliano Netanyahu.
Tajani: “L’Aja non è il verbo”
Travolto dalle polemiche, il governo Meloni gioca la carta dell’arrocco per giustificare la scarcerazione del torturatore libico Almasri. Lo fa affidandosi alle parole pronunciate ufficialmente in Parlamento dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. E lo fa ufficiosamente, cercando di adombrare il sospetto che la Corte abbia attuato una sorta di ritorsione politica ai danni di Roma. Una tensione che emerge ascoltando il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «L’Aia non è il verbo – sostiene - Si possono avere opinioni diverse: l’Italia non è sotto scacco di nessuno». E che alimenta lo scontro politico: «Siamo di fronte a un caso gravissimo», attacca il dem Francesco Boccia. «Il governo ha riportato un criminale in Libia con un aereo di Stato. Meloni spieghi».
L’inchiesta
Per fare luce è utile leggere gli atti che hanno portato alla scarcerazione di Almasri. Nel pomeriggio del 18 la corte dell’Aja spicca un mandato d’arresto (con una maggioranza di due giudici a uno). L’accusa è di crimini contro l’umanità a partire dal 2011. Il libico era arrivato in Europa il 6 gennaio, volando da Tripoli a Londra. Il 13 si era spostato a Bruxelles per poi proseguire verso Bonn, dove aveva assistito a una partita di calcio. Qui, il 13 gennaio, affitta un’auto assieme a un gruppo di amici. Le forze di polizia tedesche registrano la sua presenza. Ma nessuno, da quello che risulta a Repubblica, informa l’Aia. Il gruppo si sposta poi a Monaco, dove il 16 viene fermato per un controllo stradale di routine. Nessun problema. Al mattino del 18 i libici cambiano auto: con un van Mercedes si spostano verso l’Italia, tanto che informano l’autonoleggio che la vettura verrà riconsegnata tre giorni dopo all’aeroporto di Fiumicino. È in quel momento, ricostruiscono fonti della Corte, che il fascicolo arriva all’attenzione dei giudici dell’Aja. Per questo, viene emesso il mandato di cattura e inviato a sei Paesi, tra cui l’Italia. Da qui in avanti, i sospetti avvelena il caso.
Il mandato di arresto
La tesi che circola ai vertici del governo è che potrebbe trattarsi di una ritorsione per mettere in difficoltà Meloni. La ragione? La frenata sul mandato di arresto di Netanyahu. Dall’Olanda, ovviamente, smentiscono sdegnati. Spiegando che a dettare la tempistica del caso Almasri siano stati soltanto i fatti. E che ogni atto abbia seguito le regole. Lo snodo più delicato riguarda la scarcerazione. La Corte di appello di Roma sostiene che non ci sia stata un’interlocuzione diretta con il ministero della Giustizia, così come prevede la legge. Ma il punto è un altro: il mandato è stato inviato dall’Aja al governo. Non attraverso via Arenula, ma attraverso la struttura che l’Italia ha indicato alla Corte per queste procedure, “il focus point”: l’ufficio di collegamento dell’ambasciata italiana in Olanda, dove agisce un magistrato che ha ricevuto l’incartamento. Di più: dopo l’arresto, il 19, e poi di nuovo il 20 - prima della scarcerazione - il ministero della Giustizia viene contattato dalla corte d’Appello di Roma per sanare l’inghippo giuridico. Ma non risponde. «Stavamo valutando di riarrestarlo - fanno trapelare adesso fonti di via Arenula - ma era già in volo». È il tentativo di mettere una toppa. Tardi. Anche perché tecnici vicini alla corte fanno notare come anche l’espulsione sia interpretabile come una forzatura: la legge prevede la possibilità di un ricorso del procuratore generale contro la decisione. Ricorso però impossibile, visto che il torturatore appena scarcerato, come ha detto ieri Piantedosi, era a bordo di un aereo di stato italiano «rimpatriato a Tripoli, per urgenti ragioni di sicurezza, vista la pericolosità del soggetto a piede libero in Italia«. E che ora, secondo quello che sostiene che la Corte penale internazionale, può tornare a torturare donne e uomini in Libia.