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Scarcerato Fazzalari, è stato il latitante numero 2 dopo Messina Denaro

Fazzalari nella foto segnaletica (a sinistra) e al momento dell'arresto 

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Il boss calabrese è malato, il Tribunale di Sorveglianza di Bologna ha concesso i domiciliari. E’ stato uno dei protagonisti della sanguinosa faida di Taurianova. A un capo del clan rivale è stata mozzata la testa in pieno giorno nel centro del paese
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«Quello che sparava come un pazzo», dicono di lui i collaboratori di giustizia. «Il secondo latitante più ricercato dopo Matteo Messina Denaro», spiegava il ministero dell’Interno quando, dopo vent’anni di latitanza, nel 2016 è stato arrestato. Mancino, infallibile, spietato, bisbiglia chi vive ancora a Taurianova e nei vicini paesi calabresi che negli anni Novanta erano insanguinati dalla faida. «Un barbaro»,sussurrano. Oggi, solo un uomo malato, incapace di prendersi cura di se stesso.

Dopo nove anni di 41bis Ernesto Fazzalari, boss di Taurianova, arrestato nel 2016 dopo vent’anni di latitanza, è uscito dal carcere. Avrebbe dovuto scontarne altri 21 per omicidi, mafia e altri reati, ma una patologia oncologica lo mangia, è rapida e peggiora. Da solo - hanno stabilito infine i magistrati - non ce la può fare.

Non é un uomo libero, né può tornare in Calabria, dove il suo nome è legato a una delle faide più sanguinose della storia della storia della ‘ndrangheta. È in detenzione domicil…

«Quello che sparava come un pazzo», dicono di lui i collaboratori di giustizia. «Il secondo latitante più ricercato dopo Matteo Messina Denaro», spiegava il ministero dell’Interno quando, dopo vent’anni di latitanza, nel 2016 è stato arrestato. Mancino, infallibile, spietato, bisbiglia chi vive ancora a Taurianova e nei vicini paesi calabresi che negli anni Novanta erano insanguinati dalla faida. «Un barbaro»,sussurrano. Oggi, solo un uomo malato, incapace di prendersi cura di se stesso.

Dopo nove anni di 41bis Ernesto Fazzalari, boss di Taurianova, arrestato nel 2016 dopo vent’anni di latitanza, è uscito dal carcere. Avrebbe dovuto scontarne altri 21 per omicidi, mafia e altri reati, ma una patologia oncologica lo mangia, è rapida e peggiora. Da solo - hanno stabilito infine i magistrati - non ce la può fare.

Non é un uomo libero, né può tornare in Calabria, dove il suo nome è legato a una delle faide più sanguinose della storia della storia della ‘ndrangheta. È in detenzione domiciliare non lontano da uno dei centri medici d’eccellenza in cui da oltre un anno chiede di essere curato.

Lui, che inchieste e indiscrezioni raccontano fra i più feroci killer degli Fazzalari- Crea- Viola, adesso è disposto a tutto pur di provare a combattere il male che lo divora, persino terapie sperimentali, incluse quelle a cui la comunità scientifica non dà alcun credito. Una richiesta che non subito è stata accettata.

In mezzo ci sono tre no dei tribunali di sorveglianza di Bologna e L’Aquila, appelli e ricorsi, il Dap - la nota del suo legale Antonio Napoli al riguardo è di agosto - che si mette di traverso sul trasferimento in un istituto di pena dotato di un reparto attrezzato, ancora ricorsi, perizie e controperizie. L’ultima parola, o meglio quella definitiva, è della Cassazione, cui i magistrati di Bologna non hanno potuto fare altro che adeguarsi. «Il tribunale - dice il suo legale, l’avvocato Antonino Napoli - ha di fatto applicato il principio di civiltà giuridica che sancisce la prevalenza del diritto alla salute come garanzia della dignità del detenuto e dell’umanità della pena».

Chi di Fazzalari sa, dice che non è neanche l’ombra dell’uomo il cui solo nome vent’anni fa provocava terrore. Lo chiamavano “U Lentu”, complice forse un passato di tossicodipendenza che da solo si è lasciato alle spalle, ma del suo clan era sicario infallibile. Veloce, lucido, determinato. E feroce.

Iniziavano i Novanta, erano gli anni della faida di Taurianova, cinquanta chilometri quadri a stento di paese e frazioni limitrofe, insanguinati dalla lotta fra i Fazzalari –Crea- Viola e gli Asciutto-Neri-Grimaldi, quasi cancellati dopo tre anni di omicidi e agguati. Il più feroce risale al 3 maggio del ‘91, il venerdì nero di Taurianova.

In pieno giorno vengono ammazzate quattro persone. Il primo e l’ultimo sono due “picciotti di giornata”, soldati: Pasquale Sorrento e Rocco La Ficara. In mezzo cadono il capo dei Grimaldi, Giuseppe e il fratello Giovanni. Un omicidio volutamente brutale per rispondere all’eliminazione del boss Rocco Zagari.

I due vengono sorpresi dai sicari nel centro storico di Taurianova, in pieno giorno, vicino alla posta con decine di persone lì davanti in fila. Giovanni muore subito, Giuseppe reagisce. Uno dei sicari lo decapita con il suo stesso coltello, afferra la testa dai capelli come se fosse una palla e la lancia in aria, l’altro prende la mira, spara, la centra una volta e poi un’altra volta ancora.

Per i magistrati che hanno istruito l’inchiesta Taurus, uno dei due killer era Fazzalari, ma il processo non ha confermato l’ipotesi. Di certo, è emerso dalle indagini, “U lentu” era un boss e tale è rimasto nei vent’anni in cui si è trasformato in un fantasma, evocato nelle conversazioni degli affiliati, maledetto in quelle dei rivali, ufficialmente sparito.

Lo hanno trovato i carabinieri nel 2016, grazie a un’inchiesta della procura antimafia di Reggio Calabria che ha messo a sistema i sussurri ascoltati in diverse indagini, tonnellate di intercettazioni, le scarse indicazioni dei pentiti. Fazzalari - hanno scoperto - come tutti i boss non si era mai allontanato dal suo feudo. E da lì - è emerso da inchieste successive -non aveva mai smesso di comandare.

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