Roma — “Per salvare il sistema sanitario bisogna investire sui medici”. È lo slogan scelto dai camici bianchi per avviare una campagna di protesta che a maggio culminerà in una manifestazione a Roma e che ha un aspetto del tutto inedito: unisce la gran parte delle sigle sindacali. Ci sono quelle degli ospedalieri, dei dottori di famiglia, dei pediatri, degli specialisti ambulatoriali e del territorio, degli specializzandi. Si tratta di mondi talvolta distanti, che si sono messi insieme per attaccare la gestione della sanità, che dopo la manovra vive un periodo difficile anche dal punto di vista delle risorse. Affondo della segretaria del Pd Elly Schlein: “Difendiamo la sanità pubblica, universalistica, dai tagli e dalla privatizzazione della destra”. I sindacati parlano di ruolo del medico «destrutturato», che lavora in un contesto di carenze di organico, con stipendi bassi e con il rischio di violenze. E c’è il sostegno della Federazione degli Ordini: «La classe medica urli con forza…
Roma — “Per salvare il sistema sanitario bisogna investire sui medici”. È lo slogan scelto dai camici bianchi per avviare una campagna di protesta che a maggio culminerà in una manifestazione a Roma e che ha un aspetto del tutto inedito: unisce la gran parte delle sigle sindacali. Ci sono quelle degli ospedalieri, dei dottori di famiglia, dei pediatri, degli specialisti ambulatoriali e del territorio, degli specializzandi. Si tratta di mondi talvolta distanti, che si sono messi insieme per attaccare la gestione della sanità, che dopo la manovra vive un periodo difficile anche dal punto di vista delle risorse. Affondo della segretaria del Pd Elly Schlein: “Difendiamo la sanità pubblica, universalistica, dai tagli e dalla privatizzazione della destra”. I sindacati parlano di ruolo del medico «destrutturato», che lavora in un contesto di carenze di organico, con stipendi bassi e con il rischio di violenze. E c’è il sostegno della Federazione degli Ordini: «La classe medica urli con forza: non privatizziamo», dice il presidente Anelli.
Corsie sguarnite, mancano 20mila camici bianchi
Quello degli organici è uno dei problemi più sentiti dai medici ospedali, che ha conseguenze dirette sui cittadini. Secondo i dati dei sindacati sono circa 20 mila i camici bianchi che mancano nelle corsie italiane. Il punto è che le carenze riguardano soprattutto alcuni settori specialisti, che sono particolarmente in crisi. Chi ci lavora, spesso, decide di spostarsi, mentre i giovani non li scelgono.
Ad essere in crisi sono prima di tutto i servizi di emergenza, in particolare i pronto soccorso ma anche i 118, che quasi in tutto il Paese hanno difficoltà a chiudere i turni (e in molti casi le Asl decidono ancora di utilizzare medici a gettone). Ma sono in difficoltà anche altre specialità tipicamente pubbliche, come la radioterapia oppure la chirurgia generale. Le borse di specializzazione non vengono tutte assegnate, perché i medici neo laureati scelgono altre strade, di solito quelle che assicurano una buona attività privata.
I sindacati chiedono piani di assunzione ma al momento è ancora attivo il tetto di spesa per il personale che obbliga le Regioni ad assicurare soltanto il turn over, non ad arricchire gli organici.
Turn over insufficiente: “A rischio i dottori di famiglia”
I medici di famiglia vivono un periodo molto difficile. Il ministero alla Salute e le Regioni tentano di portare in fondo una riforma già tentata dai precedenti esecutivi. L’idea è quella di far passare alle dipendenze del sistema sanitario questi professionisti, che adesso sono convenzionati e godono di una serie di libertà professionali legate al loro status. C’è anche la paura della riforma tra le ragioni della battaglia di sindacati di categoria come Fimmg e Snami. Ma i medici di famiglia hanno anche seri problemi di organico, a causa di un gran numero di pensionamenti che si sono visti in questi anni. “Abbiamo calcolato che in Italia ci sono 14.000 medici di famiglia in età non ancora da pensione ma potenzialmente pensionabili”, dice Silvestro Scotti di Fimmg: "Questo significherebbe che, se la qualità del lavoro e l’attenzione alla medicina generale non cambiano, questi medici potrebbero lasciare la professione diventata estremamente stressante”. Teoricamente, visto che i medici del territorio assistono circa 1.350 cittadini a testa, 20 milioni di italiani potrebbero rimanere senza medico di fiducia. Il dato è ovviamente sovrastimato, perché mentre in molti escono, continuano ad entrare giovani che hanno concluso il percorso di formazione.
Paghe più basse della media europea e in tanti emigrano
I medici italiani sono tra i meno pagati di Europa. Lo stipendio è molto inferiore a quello della maggior parte degli altri grandi Paesi del continente. Se ad esempio si prende la classe di professionisti con un’anzianità da 0 a 10 anni, il guadagno medio dei camici bianchi italiani è di circa 3.700 euro netti, se parametrato al potere di acquisto (in realtà lo stipendio assoluto è di 2-300 euro più basso). L’Olanda è sui 5.500 euro, la Francia a 4.300, come l’Austria e la Bulgaria. La Germania arriva a 4.000. La situazione è la stessa anche per chi lavora da più tempo, anzi, rispetto a certi Paesi la differenza aumenta con l’anzianità.
Il governo ha messo soldi, anche nell’ultima manovra, per aumentare gli stipendi dei camici bianchi ma i sindacati considerano troppo bassi gli incrementi. Non vengono ritenuti decisivi nemmeno gli sforzi fatti per pagare di più chi lavora nell’emergenza, che ha un trattamento speciale in ragione delle carenze.
Una delle conseguenze degli stipendi bassi, sempre secondo i sindacati, sono le fughe verso il privato oppure verso l’estero. Anaao ne stima che lascino il sistema sanitario ogni anno 3 mila professionisti non pensionabili.
Troppe aggressioni: “Servono reparti meglio organizzati”
Una delle ragioni della protesta dei sindacati sono le violenze, nelle corsie, negli ambulatori, nelle psichiatrie e soprattutto nei servizi di emergenze. In Italia il problema è quotidiano, il ministero alla Salute ha calcolato che ogni giorno nel nostro Paese ci sono undici violenze fisiche contro il personale sanitario, cioè in tutto 4.100 all’anno. Se si contano anche quelle verbali si sale addirittura a 16 mila.
Il governo ha agito inasprendo le pene per chi commette violenze sui professionisti della sanità oppure danneggia le strutture, anche introducendo l’arresto in flagranza differita, che in base al codice di procedura penale può avvenire fino a 48 ore dopo i fatti. Ci sono già stati casi di persone fermate a casa loro, dopo le lesioni a medici e infermieri, ma gli episodi proseguono. Secondo i sindacati è necessario migliorare le condizioni di lavoro, prima di tutto rinforzando gli organici, per rendere più sicura l’attività dei professionisti. Se si organizzano meglio le strutture, ad esempio le sale di attesa dei pronto soccorso, si possono evitare anche le aggressioni da parte degli accompagnatori dei pazienti o dei pazienti stessi.