Viaggio a Opi, il borgo salvato da quattro neonati: “Ora non siamo più un mondo a parte”
dalla nostra inviata Maria Novella De Luca«Andare via? E perché? Noi a Opi siamo tornate per restare. Adesso poi che abbiamo i bambini. Quattro tutti insieme. Il più grande, Giulio ha un anno, la più piccola, Francesca, un mese. Non succedeva dal 2012. Quando camminiamo con le carrozzine tutti ci sorridono, dicono che seminiamo allegria, tra un po’ ci fanno l’applauso. E di certo non resteranno figli unici». Freddo che punge, aria limpida, odore di legna e cielo stellato. Roberta, Elena e Anita si incontrano nel bar di Roberta che si affaccia sul Parco Nazionale d’Abruzzo, cuore della Marsica, lupi, orsi e camosci, con loro ci sono Anita, Antonio, Giulio e sua sorella Chiara, hanno le guance rosse di chi pioggia o vento, neve o sole, respira all’aperto. Mancano soltanto Piera e Francesca, nata trenta giorni fa.
Benvenuti in uno di quegli angoli di Italia montana dove quattro bambini fanno sperare in una rinascita. Dove la “restanza” non è soltanto un’utopia antropologica, dove la popolazione non cala più anzi cresce. Opi, 473…
«Andare via? E perché? Noi a Opi siamo tornate per restare. Adesso poi che abbiamo i bambini. Quattro tutti insieme. Il più grande, Giulio ha un anno, la più piccola, Francesca, un mese. Non succedeva dal 2012. Quando camminiamo con le carrozzine tutti ci sorridono, dicono che seminiamo allegria, tra un po’ ci fanno l’applauso. E di certo non resteranno figli unici». Freddo che punge, aria limpida, odore di legna e cielo stellato. Roberta, Elena e Anita si incontrano nel bar di Roberta che si affaccia sul Parco Nazionale d’Abruzzo, cuore della Marsica, lupi, orsi e camosci, con loro ci sono Anita, Antonio, Giulio e sua sorella Chiara, hanno le guance rosse di chi pioggia o vento, neve o sole, respira all’aperto. Mancano soltanto Piera e Francesca, nata trenta giorni fa.
Benvenuti in uno di quegli angoli di Italia montana dove quattro bambini fanno sperare in una rinascita. Dove la “restanza” non è soltanto un’utopia antropologica, dove la popolazione non cala più anzi cresce. Opi, 473 abitanti, è il “Mondo a parte” del film di Riccardo Milani, amatissimo film con Virginia Raffaele e Antonio Albanese, maestri di scuola ma eroi della quotidianità, che hanno fatto diventare questo borgo dell’anno mille il simbolo della resistenza alla morte annunciata delle “aree interne”. Enclavi remote spopolate per mancanza di lavoro, di figli e di speranza.
Salendo per l’unica strada che porta alla cima del paese, in ogni angolo una targa ricorda spezzoni del film. «Questa è l’entrata della scuola Cesidio Gentile, il famoso Jurico poeta pastore, in realtà è l’ingresso del municipio, gli interni sono stati girati invece nella vera scuola di Opi, ormai chiusa da dieci anni. Questa era l’abitazione del maestro Michele, laggiù i bambini nel film facevano lezione all’aperto. Ci sono giornate in cui arrivano decine di turisti in cerca delle immagini del film. Per noi è stato un regalo, come dico spesso al regista, Riccardo Milani». È Antonio Di Santo, sindaco di Opi eletto con una lista civica di centro sinistra a fare guida tra le varie “stazioni” di un “Mondo a parte”. Ed è sempre lui, con entusiasmo, ad aver reso pubblico il piccolo, minuscolo record di natalità di Opi. «Quattro nascite in un anno sono qualcosa di straordinario, abbiano avuto stagioni senza nemmeno una culla, con i nuovi bimbi i giovani nel nostro paese sono diventati trenta, famiglie che tornano si stabiliscono nei luoghi dai quali i loro genitori erano emigrati».
Cosa sta succedendo? Segnali infinitesimali di un’inversione di tendenza? Amalia, Elena e Roberta sono quasi sorprese dall’essere diventare un caso. Amalia Tantalo ha 36 anni, studiava Fisica a Roma, poi ha scelto di rientrare, perché dice, «mi mancavano le montagne, andare a cavallo, camminare nella natura, la città mi soffocava». Ha un compagno anche lui cresciuto a Opi, un figlio, Antonio Leone, di cinque mesi. Amalia oggi vive facendo ripetizioni di matematica e con occupazioni stagionali negli alberghi. «Mancano i servizi essenziali, non fate l’errore di descriverci come il paese delle favole, non abbiamo né il pediatra né l’asilo, nè il medico di base, il lavoro è incerto, le scuole sono lontane. Ma vivere in questo silenzio regala pace, aria pulita, cibo sano, qui tutti hanno l’orto, qualche gallina, la domenica andiamo in montagna a fare la legna e a cercare funghi, è un modo per risparmiare sulla spesa. E poi oggi con le altre mamme siamo una piccola comunità».
Elena Valente di anni ne ha 34, Anita, la sua bambina, ha sei mesi, da questa zona lei, invece, non è mai andata via. Cameriera, receptionist, «se ti dai da fare il lavoro c’è», dice che forse è colpa della luna se in un anno sono rimaste incinte in quattro, tutte amiche. «Anita e Antonio, il figlio di Amalia, stanno crescendo come fratelli, è bellissimo, qui la comunità è ancora forte, per non emigrare però abbiamo bisogno di aiuti concreti, chi fa la scelta di vivere nei paesi di montagna dovrebbe essere sostenuto, altrimenti prima o poi se ne andranno tutti. A Opi ci vorrebbe un piccolo asilo per permettere a noi madri di tornare al lavoro, invece non c’è nulla, nemmeno nei paesi vicini, bisogna aspettare i tre anni per iscrivere i nostri figli alla materna a Pescasseroli. È dura, ma è qui che voglio restare e far crescere i miei figli».
Figli. Al plurale. Amalia avverte però: «Da queste parti la solitudine è tanta. E c’è chi scappa». Già. Perché, come dicono spesso gli abitanti di Opi nel film, «la montagna lo fa». Scelte, amori, andare controcorrente. Piera Cimini tra le mamme è la più grande, ha 50 anni, la sua bimba, Francesca, l’ha voluta da sola. Gestisce un ristorante nella zona nuova di Opi ma abita nel borgo antico. Sulla sua porta c’è un grande fiocco rosa. «Sono molto riservata e mia figlia è davvero troppo piccola, non amo le fotografie. Quello che sta succedendo nel nostro paese è davvero singolare: stanno tornando i bambini e i giovani. Io vivo qui da sempre, sembravamo destinati a diventare un borgo di vecchi. La piccola comunità di mamme è di grande supporto, credevo che in molti non avrebbero capito la mia scelta, la mia gravidanza così adulta e da single. Invece no, c’è solidarietà e rispetto».
E non si tratta soltanto di nascite. Il sindaco Antonio Di Santo che alla rinascita di Opi ci crede, dice che qui molto è cambiato dopo il Covid. «Diverse famiglie emigrate durante la pandemia sono tornate e non sono più andate via. Complice anche lo smart working e grazie alla fibra ottica arrivata anche qui. Potremmo essere una meta per nomadi digitali. Ma tutti i nostri sforzi rischiano di essere vanificati dai tagli. Il governo Meloni ha tolto tre miliardi e mezzo di fondi per i piccoli comuni, una mattanza per i nostri progetti».
Nel bar di Roberta Cocuzza è stata girata più di una scena di “Un mondo a parte”. «Ho fatto anche la comparsa, dietro il mio bancone». In braccio ha Giulio, 12 mesi, accanto Chiara, sei anni. «Anche io ero andata via, sono tornata nel 2016 e ho preso in gestione il bar nel 2018. Perché? Nostalgia di Opi. Qui ho costruito la mia famiglia, sì, è vero mancano tutte, dico tutte le comodità, ma vuoi mettere la libertà e la bellezza in cui crescono i nostri figli? Non mi sarei mai aspettata quattro bebè in un solo anno e credo sia soltanto l’inizio. Così magari il Comune ci riaprirà l’asilo».