Cronaca

Il racconto

Ferragni-Fedez, scene da un matrimonio dove tutto si fa per soldi

Ferragni-Fedez, scene da un matrimonio dove tutto si fa per soldi
La favola finita in incubo con la regia di Corona, confidente e spia del rapper

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Ora Chiara Ferragni è infuriata, ma non per il rinvio a giudizio che la manda a processo. Dinanzi al giudice avrà modo di far valere le sue ragioni, assicura, e gli avvocati daranno una mano, ma che dire delle esplosive rivelazioni di Fabrizio Corona? Il Pandoro-gate si sgonfierà, ma quante volte vedrà rimbalzare Fedez che canta «Bella stronza» a Sanremo?

Nella storia dei Ferragnez non ci sono solo lui e lei, ma, a quanto pare, anche l’altra. E gli amici di lui e gli amici di lei. E la mamma di lui, gli avvocati di lei, i genitori dell’altra, e il presidente del Senato La Russa. E c’è il fotografo amico di lui, cioè Corona, che fa imbestialire lei tirando fuori tutta la storia, e costruendoci una puntata del suo programma su Youtube da un milione e passa di visualizzazioni in poche ore. E noi, noi che non abbiamo Carlo, Camilla e Lady D, possiamo tuffarci in questa storia d’amore e denari che impazza ovunque, storia di tradimenti e fedeltà, di baldorie e malattia, di silenzi prima e sfoghi furibondi adesso che è tutto di dominio pubblico (ma quale altro dominio poteva mai esserci?). Se è vero che il matrimonio di Chiara Ferragni e Fedez è stato, sui social, l’evento più seguito del decennio, allora Corona ha davvero tra le mani uno scoop clamoroso: non una carta della Procura, ma Fedez che si nasconde in bagno e, accovacciato sotto un lavandino, telefona pochi minuti prima di recarsi all’altare al vero amore della sua vita per dirle che, sol che lo voglia, non pronuncerà il fatidico sì.

Dunque, dico io, il matrimonio significa ancora qualcosa. Non è, di primo acchitto, quel che vien fatto di pensare, me ne rendo conto, ma è un piccolo esercizio critico che mi permetto di suggerire: state sui social? Consumate da mane a sera storie, reels, shorts, tiktok? Provate almeno a cercarci quel che ci finisce dentro inavvertitamente, quello che non vi si voleva raccontare, qualcosa come il «punctum» di cui parlava Roland Barthes a proposito della fotografia: non l’ovvio, ma l’ottuso, qualcosa che non rientra nei significati intenzionali con cui la storia è costruita. Il lavandino, per esempio: perché mai, se si è già nascosto in bagno, Fedez deve finire pure sotto il lavandino? Oppure quello che dicevo prima: Fedez ama l’altra e, un passo prima del matrimonio, è pronto a mandare tutto all’aria: non vuol dire allora che il matrimonio è ancora il tutto che è in gioco, giuramento anche se sempre meno sacramento, in questa giostra vorticosa vissuta live dai protagonisti, in favore di telecamera, non importa chi ci finisca in mezzo?

Quel che Corona vuole raccontare è la vera storia dei Ferragnez: quel che c’è dietro le apparenze e le versioni ufficiali. «Falsissimo» è il nome del suo programma perché deve fare il controcanto ai rotocalchi televisivi stile «Verissimo», e rovesciarli. Il rovesciamento! Nobile operazione dialettica con cui Hegel costruiva il senso autentico dell’esperienza. Parla in studio su uno sgabello alto, ripreso su uno sfondo nero, con la stessa serietà con cui si sono raccontati in Italia – che so – la loggia P2 o la notte della Repubblica, nella postura quasi-documentaria e semi-giornalistica di chi, infine, rivelerà la più scottante, la più sorprendente delle verità. Se c’è un tasto su cui batte Corona è infatti questo: noi che lo ascoltiamo conosceremo finalmente la «vera storia di, ecc. ecc.». Ma il rovesciamento fa sì che il tutto avvenga in un contesto assolutamente posticcio, quasi surreale, in cui Ferragni è spinta a prendere la parola non sulle grane giudiziarie, ma sulle «schifezze» extra-coniugali di Fedez venute fuori in combutta con Corona, e ogni cosa è enfatizzata, recitata, sceneggiata, condita di derisione e voci in falsetto, e aggrovigliata nella commistione più incredibile, per cui colui che parla e dice il vero, è stato volta a volta dentro e fuori la storia che racconta: spettatore e pronube, amico fidato e paparazzo, confidente e spia. E ora regista a tavolino di una studiatissima operazione-verità.

Pietro Montani, studioso dei fenomeni estetici e di quella che, con Benjamin, chiama l’innervazione tecnica della sensibilità, ha lavorato a lungo sul tema della verità dell’immagine, su cosa permette di distinguere il vero dalla simulazione. Ora, passi per Corona e per il feuilleton che allestisce: tutto fa spettacolo (e tutto si usa per far soldi). Ma che ne è della verità, e cosa rimane da difendere se per esempio Corona riesce a infilare spudoratamente nel suo racconto pure cose come gli immancabili valori e il «vero amore»? Pietro Montani, studioso dei fenomeni estetici, ha forse, la risposta migliore: le immagini hanno un «debito etico» nei confronti del reale. Sono vere – di più: hanno il senso della verità – solo se mantengono questa esigenza morale, se la mediazione tecnica (la messa in scena, il montaggio, lo storyboard) si fa occasione non di fascinazione e cattura, ma di una riflessione che guardi fuori. Che guardi oltre la bolla. Che testimoni i brani scabri, prosaici – «sfigati» direbbe forse Corona – non di una favola finita in incubo, ma di una vita vera.

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