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Università, ricercatori in rivolta contro i Decreti Bernini. A Roma occupati Sapienza e Cnr

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Mobilitazioni anche a Milano, Torino, Venezia, Palermo. “Noi assegnisti e dottorandi stiamo perdendo il lavoro”. Da due mesi i precari dormono al Consiglio nazionale delle ricerche
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ROMA – La protesta dei ricercatori e degli studenti universitari, in atto dallo scorso autunno, in queste ore è diventata manifesta. Mercoledì mattina gli Atenei romani in mobilitazione hanno occupato il cortile del palazzo borrominiano della Sapienza, appendendo due striscioni tra gli archi del davanzale. “Contro, tagli, guerra, precarietà, riprendiamoci l’università”, si leggeva nel primo. “Siamo precarie e precari della ricerca, dottorandi e studenti delle tre Università di Roma”, era la firma. Oltre ai ricercatori della Sapienza, erano coinvolti quelli di Roma Tre e Tor Vergata.

Ieri, all’occupazione ha fatto seguito un’assemblea al Dipartimento di Lettere, sempre alla Sapienza. Annaflavia Merluzzi, studentessa magistrale e coordinatrice della protesta romana, spiega: “Molti di noi sono vicini a perdere il lavoro, già nei prossimi mesi, a causa dei tagli scellerati imposti dal Governo Meloni. A partire dallo scorso novembre ci stiamo mobilitando in diversi dipartimenti, in conness…

ROMA – La protesta dei ricercatori e degli studenti universitari, in atto dallo scorso autunno, in queste ore è diventata manifesta. Mercoledì mattina gli Atenei romani in mobilitazione hanno occupato il cortile del palazzo borrominiano della Sapienza, appendendo due striscioni tra gli archi del davanzale. “Contro, tagli, guerra, precarietà, riprendiamoci l’università”, si leggeva nel primo. “Siamo precarie e precari della ricerca, dottorandi e studenti delle tre Università di Roma”, era la firma. Oltre ai ricercatori della Sapienza, erano coinvolti quelli di Roma Tre e Tor Vergata.

Ieri, all’occupazione ha fatto seguito un’assemblea al Dipartimento di Lettere, sempre alla Sapienza. Annaflavia Merluzzi, studentessa magistrale e coordinatrice della protesta romana, spiega: “Molti di noi sono vicini a perdere il lavoro, già nei prossimi mesi, a causa dei tagli scellerati imposti dal Governo Meloni. A partire dallo scorso novembre ci stiamo mobilitando in diversi dipartimenti, in connessione con gli stati di agitazione che si stanno diffondendo negli atenei di tutta Italia”.

Mercoledì mattina il blitz romano è avvenuto in contemporanea con la discussione, in corso nella settima commissione del Senato, del Decreto legge 1240, che riforma il preruolo universitario allargando, appunto, i ruoli di chi non è ancora professore e rendendo ancora più instabile il mestiere di ricercatore, affidato in gran parte ad assegni di ricerca, l’espressione più alta del precariato accademico. Sono stati aboliti, ma non sono ancora scaduti.

"Fermate il Ddl 1240”

Quelli di Atenei in mobilitazione scrivono: “La storia secolare dell’istituzione universitaria oggi è a rischio a causa delle politiche della destra, da sempre ostili all’alta formazione pubblica, accessibile, critica”.

L’occupazione simbolica di mercoledì sta dentro una settimana di mobilitazione: ricercatori e studenti chiedono ai Parlamento di fermare il DdL 1240, quello del pre-ruolo, “che va a moltiplicare gli effetti del definanziamento previsto dalla Legge di Bilancio 2025”.

“Reclutamento ordinario e straordinario”

Il decreto legge si inserisce in un contesto di tagli all’università italiana, già segnalato con forza dalla Conferenza dei rettori (Crui). “Servono risorse immediate del Fondo di finanziamento ordinario per restare al passo con la media dei Paesi Ocse", dicono ora i ricercatori in stato di agitazione, “serve stabilizzare il precariato storico, con un reclutamento straordinario e ordinario”.

Hanno raggiunto, mercoledì, il cortile della Sapienza la senatrice del Pd Cecilia D’Elia e la deputata di Alleanza Verdi Sinistra Elisabetta Piccolotti. “Il blitz non è che l’inizio, la mobilitazione andrà avanti e, se necessario, si arriverà a un nuovo sciopero del comparto della formazione”, ancora i ricercatori e gli studenti.

Sempre mercoledì all’Università di Palermo il Senato accademico ha approvato una mozione cumulativa contro la Riforma Bernini, i tagli all’Ffo e il blocco del turnover dei docenti al 75 per cento. E così hanno fatto quattordici dipartimenti: due alla Sapienza e quattro, gli ultimi in ordine di tempo, all’Università di Padova.

I soprannominati “Stati di agitazione”, promossi dalla base accademica, abbracciati da qualche docente, sono in corso nelle università pisane Normale e Sant’Anna, alla Statale di Milano, all’Università di Torino, a Ca’ Foscari di Venezia. Per sabato 8 febbraio e domenica 9 è prevista l’assemblea nazionale all’Università di Bologna, nella storica Via Zamboni, universo studentesco di giorno e di notte.

Il primo sciopero dell’alta formazione c’è stato il 29 novembre scorso, quando i precari, a Torino, bloccarono per una giornata il Campus Einaudi. In quelle stesse ore a Bologna un corteo interno all’università interruppe il Consiglio di amministrazione dell’Alma Mater per chiedere conto al rettore delle posizioni della Crui, favorevoli al Decreto 1240. "Il baronato denuncia i tagli, ma non disdegna la precarietà”, fu il riassunto di quell’azione. Le proteste per la vita dell’accademia si fusero con quelle pro Palestina.

A Pisa il 15 novembre hanno sfilato duemila tra studenti (anche della scuola) e ricercatori, quest’ultimi portavano clessidre al collo recitanti le date di scadenza dei loro contratti. Poi, il giorno dello sciopero si sono fermati il 17 per cento dei professori e ricercatori dell’Università statale, il 20 per cento della Normale e il 26 per cento della Sant’Anna.

Scrive Giacomo Gabbuti sulla rivista Jacobin, vicina al mondo universitario: “L’assemblea di Bologna sarà un momento cruciale nella presa di coscienza e strutturazione del nuovo precariato universitario, ma a doversi organizzare e sindacalizzare dovrà essere tutta la docenza, compresa quella di ruolo”.

Si dorme al Cnr

Resistono nell’occupazione di due stanze al quarto piano di Piazzale Aldo Moro 7 i precari del Consiglio nazionale delle ricerche, che dal 28 novembre chiedono l’assunzione di 4.000 ricercatori da parte del più importante istituto di ricerca italiano. Materassini appoggiati ai muri, prova delle loro notti trascorse in sede, i ricercatori del Cnr denunciano come – dopo la Legge Madia della fine del 2016 – sia nuovamente cresciuta l’onda del precariato interno “e oggi un terzo dei lavoratori del Consiglio nazionale delle ricerche non ha un contratto stabile”. Con stipendi compresi tra i 1.400 e i 2.000 euro al mese, legati a singoli progetti, “non solo non siamo in grado di progettare una vita”, raccontano quelli del Movimento precari uniti, “ma non siamo messi nelle condizioni di fare buona ricerca”.

Jaime Pitarch, 46 anni, ricercatore Cnr 

"Istituto in piedi grazie ai non assunti”

Alfondo Ragazzo, inquadrato nell’Istituto di inquinamento atmosferico di Montelibretti, alle porte di Roma, spiega: “Lavoro su sette progetti contemporanei e per ciascuno, oltre a spendere le mie competenze scientifiche, devo acquisire conoscenze economiche, manageriali, tecniche e tecnologiche. Dobbiamo tornare a focalizzarci sul nostro sapere primario per poter offrire lavori di alta qualità, come la missione del Cnr richiede”. I responsabili di progetto sono asfissiati dalla burocrazia, "molti riescono a venire in laboratorio una volta a settimana, non di più”.

Flavia Sciolette, lei dell’Istituto di Linguistica computazionale, punto di riferimento per la resa pubblica della protesta, spiega: “Non siamo nelle condizioni di poter dire no a un lavoro, dobbiamo prendere tutto quello che ci viene offerto”.

Lo status del precario storico da Cnr lo identifica perfettamente Jaime Pitarch, 46 anni, spagnolo di Valencia, ricercatore di terzo livello in Scienze marine. È arruolato a tempo determinato al Consiglio nazionale da undici anni. Ha perso l’opportunità della stabilizzazione attraverso la Legge Madia per ragioni personali e una temporanea lontananza dall’Italia. Racconta adesso: “Possiedo solo un’auto standard e una bicicletta, non posso immaginare la proprietà di una casa né il progetto di una famiglia. Ricordo le vecchie manifestazioni qui al Cnr, i ricercatori che si calavano con le corde dal terrazzo, ma non sono mai riuscito a entrare nel cuore e nel sentimento della protesta. Questo fino a quando non ho sentito parlare, in video, la mia presidente, Maria Chiara Carrozza. E’ intervenuta a un’assemblea dei precari uniti. lo scorso 28 novembre. Scortata da due guardie, la presidente ha parlato per un minuto e mezzo e ho non ho mai percepito nelle sue parole la volontà di stabilizzare i ricercatori e tecnologi del Cnr. Dopo quel video, ho scelto di lottare anch’io”.

Le risorse del Pnrr, sostiene il Movimento precari uniti, hanno immesso una droga finanziaria nella struttura e riempito nuovamente l’ente di lavoratori a tempo determinato. “I finanziamenti straordinari europei hanno spinto nuovi progetti scientifici e richiamato altri precari a gestirli, ma ora non ci sono i soldi di Stato per dare continuità lavorativa a questi ricercatori e questi tecnologi. E dal 2026, con la fine del grande piano europeo, migliaia di precari iperqualificati non sapranno più su quale progetto lavorare”.

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