Gjader, nel bunker dei migranti costruito da Roma: “L’Albania una trappola non lasciateci qui”
dal nostro inviato Davide CarlucciIl centro di permanenza temporanea a Gjader, in Albania
(agf)GJADER (ALBANIA) – Le montagne dei Balcani, lontane e rarefatte tra le nuvole, fanno da corona visiva nel percorso lungo i viali infiniti e tristi che conducono alle celle. Le stanze ancora come nuove dove sono ospitati i 44 migranti nel purgatorio di Gjader. Sono arrivati lì, passando dalla Libia. E oggi i giudici della corte d’appello di Roma decideranno del loro destino, esprimendosi sulla richiesta di convalida del trattenimento. «Ci torturavano bastonandoci sotto le piante dei piedi e poi mandavano ai nostri familiari i video di quello che ci facevano», racconta un cittadino del Bangladesh.
La trappola pulita e asettica
Riporta particolari feroci anche un altro ospite della struttura, egiziano. Parlano spontaneamente, delle crudeltà inferte. E ora sono in una nuova trappola, più pulita e asettica, dall’asfalto ancora nero, sorvegliata da poliziotti, finanzieri e carabinieri cortesi e professionali. Ma è una macchina, quella delle procedure accelerate di frontiera, sulla quale dev…
GJADER (ALBANIA) – Le montagne dei Balcani, lontane e rarefatte tra le nuvole, fanno da corona visiva nel percorso lungo i viali infiniti e tristi che conducono alle celle. Le stanze ancora come nuove dove sono ospitati i 44 migranti nel purgatorio di Gjader. Sono arrivati lì, passando dalla Libia. E oggi i giudici della corte d’appello di Roma decideranno del loro destino, esprimendosi sulla richiesta di convalida del trattenimento. «Ci torturavano bastonandoci sotto le piante dei piedi e poi mandavano ai nostri familiari i video di quello che ci facevano», racconta un cittadino del Bangladesh.
La trappola pulita e asettica
Riporta particolari feroci anche un altro ospite della struttura, egiziano. Parlano spontaneamente, delle crudeltà inferte. E ora sono in una nuova trappola, più pulita e asettica, dall’asfalto ancora nero, sorvegliata da poliziotti, finanzieri e carabinieri cortesi e professionali. Ma è una macchina, quella delle procedure accelerate di frontiera, sulla quale devono salire in corsa. E al buio. Fino a ieri a mezzogiorno - «e forse anche fino a questo momento, le 18.15», diranno poi i parlamentari del Pd all’uscita dall’ispezione - nessuno aveva avuto modo di mettersi in contatto con un avvocato. E su quest’aspetto verte, in mattinata, la prima discussione tra gli attivisti del tavolo asilo e immigrazione, i dirigenti della polizia di Stato e il dirigente della cooperativa Medihospes, che gestisce per lo Stato - il contratto, a quanto si apprende, non sarebbe stato ancora firmato - l’accoglienza dei migranti trasferiti dalle acque internazionali al largo di Lampedusa in Albania. «E’ importante che sia rispettata sostanzialmente, e non solo formalmente, la tempistica», incalza Francesco Ferri, attivista di Action Aid.
Il mega bunker impenetrabile
Si entra nel mega bunker impenetrabile costruito dall’Italia alle 11 del mattino. Il dirigente fa sapere che 43 richieste d’asilo sono state rigettate dalla commissione per la protezione internazionale, mentre una è sospesa: è quello di un cittadino del Bangladesh ritenuto «vulnerabile». E’ ricoverato, è stato tutto il giorno con la febbre, attaccato a una flebo. «E’ qui nel nostro ospedale», rassicurano i funzionari. Ma nel pomeriggio a prelevarlo arriverà, da Brindisi, la nave De Grazia della Guardia costiera, per riportarlo in Italia. «Avete già i nomi degli avvocati d’ufficio?», chiede Amarilda Luci, avvocata napoletana di origini albanesi. Insiste: «Adesso, prima dell’udienza di convalida, è subentrato un rigetto della domanda. La procedura deve subire un altro iter, di fronte un altro giudice, con altre tempistiche. Se voi collegate la scelta dell’avvocato per impugnare questo rigetto alla nomina dell’avvocato che dovrà difenderlo per la richiesta di convalida del trattenimento che ancora non avete, si sarà perso un giorno…». Interviene Nadia Romeo, deputata pd: «Dev’essere garantito che i sette giorni siano sette». Risponde il direttore di Medihospes: «Oggi avremo l’elenco degli avvocati . Se dovessero rifiutare, abbiamo già l’altro elenco, di 350 nomi, da cui possono scegliere...».
L’ambulatorio chirurgico
Il sopralluogo porta poi a una delle celle, per ora vuota. Non è ancora la zona di detenzione, ma la sensazione è proprio quella, con le sedie di ferro piantate sul cemento, bagno e lavabo metallici e letti a castello. Fuori c’è uno spiazzo allagato per le piogge di ieri. «Se ci fossero stati gli ospiti l’acqua l’avremmo fatta aspirare», assicura uno dei responsabili. Nelle celle c’è un sistema di domotica che impedisce che gli addetti alle pulizie possano trovarsi da soli con i migranti, per sicurezza in caso di aggressione. Sei migranti in tuta nera prendono aria all’esterno dei loro alloggi. In una zona recintata alcuni operai sono alle prese con i lavori di installazione della fibra. Nell’ambulatorio medico un migrante è sul lettino con gli elettrodi del cardiogramma attaccati al petto. Un altro è a colloquio con un medico e un’infermiera bionda con la mascherina. Sembrano spauriti. La guida vanta l’efficienza del centro: «L’ambulatorio chirurgico verrà completato ma già abbiamo i nostri tecnici del laboratorio di analisi, ci sarà sempre uno psicologo clinico, oltre agli psichiatri che abbiamo già...».
Il rapimento per conto della mafia
A Sharmin hanno dato un numero di scarpe troppo grande per il suo piede, senza lacci. Si muove goffo nella sala dei colloqui. Era arrivato a Zuara dal Bangladesh, passando da Dubai e poi dall’Egitto. Gli avevano raccontato che in Libia si guadagnasse tanto. Sul posto ha trovato lavoro come imbianchino. Dopo due mesi, la polizia libica l’ha rapito e l’ha consegnato alla mafia. Lo hanno fatto stare con gli altri in un grande magazzino. «Ho pagato prima cinquemila dinari, mille euro, per essere liberato. E poi altre 35mila per imbarcarmi». Non sapeva nemmeno che esistesse, l’Albania. Ora è un brandello di cielo oltre le inferriate.