✕

“Finalmente la libertà”: le lacrime dei 43 forzati scampati al rimpatrio

Il rientro nel porto di Bari della motovedetta della guardia costiera italiana con a bordo i 12 migranti provenienti da Gjader (ansa)

Ascolta l'audio

“Davvero partiamo? E dove ci portano?”. Increduli e smarriti mostrano le cicatrici. Solo in cinque sono riusciti a scegliersi un legale: “Diritti negati”
3 minuti di lettura

Gjadër (Albania) – Nella sera umida di Gjadër, intorno alle otto, i migranti ricevono la notizia più bella che potessero desiderare. «Domani partite, non starete più qui». Sono liberi, tutti e 43. La buona novella gliela traducono per primi i mediatori culturali di Medihospes, la cooperativa che gestisce la struttura, affiancati dai dirigenti della polizia. Glielo confermano poi gli avvocati che riescono a mettersi in contatto con loro tramite i cellulari messi a disposizione. Parlano in maniera concitata nella loro lingua, il bengali e l’arabo. Chiedono con ansia agli avvocati qualche dettaglio in più: «Fateci sapere dove ci portano, chiamateci di nuovo domani».

“Finalmente l’Italia, la nostra vera meta”

Al mattino, durante le udienze di convalida alcuni di loro piangevano. Ora sono lacrime di gioia. «Finalmente potremo andare in Italia, la nostra vera meta». Li hanno liberati i sei giudici della Corte d’appello di Roma nelle loro sentenze, tutte uguali nell’impianto, nelle quali ogn…

Gjadër (Albania) – Nella sera umida di Gjadër, intorno alle otto, i migranti ricevono la notizia più bella che potessero desiderare. «Domani partite, non starete più qui». Sono liberi, tutti e 43. La buona novella gliela traducono per primi i mediatori culturali di Medihospes, la cooperativa che gestisce la struttura, affiancati dai dirigenti della polizia. Glielo confermano poi gli avvocati che riescono a mettersi in contatto con loro tramite i cellulari messi a disposizione. Parlano in maniera concitata nella loro lingua, il bengali e l’arabo. Chiedono con ansia agli avvocati qualche dettaglio in più: «Fateci sapere dove ci portano, chiamateci di nuovo domani».

“Finalmente l’Italia, la nostra vera meta”

Al mattino, durante le udienze di convalida alcuni di loro piangevano. Ora sono lacrime di gioia. «Finalmente potremo andare in Italia, la nostra vera meta». Li hanno liberati i sei giudici della Corte d’appello di Roma nelle loro sentenze, tutte uguali nell’impianto, nelle quali ogni singolo magistrato «rimette gli atti alla corte di giustizia dell’Unione europea, ai sensi degli articoli 267 del del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, 105 e successivi...». La nave della Guardia costiera parte stamattina e prenderà i migranti alle 12 per trasferirli in Italia. A Bari, dove arriveranno intorno alle 16.30, saranno ospitati nel Cara, il centro di accoglienza per richiedenti asilo di Palese. Lì saranno liberi di muoversi, non più trattenuti, in attesa che si decida sulle loro richieste di protezione internazionale.

Sballottati e confusi

Per tutto il giorno, ieri, sono rimasti in attesa. Sballottati e confusi durante le udienze in videoconferenza con Roma. Uno di loro ha mostrato al togato di Corte d’appello le sue cicatrici che i funzionari dell’Usmaf, l’ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera, non hanno preso in considerazione, invece, nel rilasciare il certificato di idoneità ad affrontare il viaggio in mare.

Per la prima volta in collegamento con gli avvocati

Chi ha assistito alle udienze racconta momenti drammatici: i naufraghi raccolti al largo di Lampedusa imploravano di essere creduti. Gli avvocati che li hanno assistiti a distanza, mentre parlavano dall’Albania con uno schermo collegato con la Corte d’appello, li hanno visti per la prima volta proprio mentre i giudici ascoltavano le loro storie.

Torture, schiavitù, umiliazioni

«Io ho ricevuto gli atti in serata, ho scritto la memoria di notte e sono andata in aula alle 9.30 del mattino», racconta l’avvocata Silvia Calderoni. Uno dei suoi quattro clienti, un cittadino del Bangladesh, è partito dal porto di Bengasi, in Libia, e ha raccontato una storia straziante di torture, schiavitù e umiliazioni. Un altro, egiziano, ha mostrato le sue ferite a un attivista di un’associazione che si occupa di tutela dei diritti umani, Gianluca Dicandia, entrato nel bunker con la delegazione guidata dai deputati del Pd Andrea Casu, Matteo Orfini, Marco Simiani e la capogruppo Chiara Braga, che in serata diffondono l’hastag “adesso basta”.

"Non sono in grado di esercitare il diritto alla difesa”

Eppure solo in cinque erano riusciti a scegliersi i loro legali. Agli altri è stato assegnato un difensore d’ufficio. Questo perché, come ha spiegato all’uscita dall’ispezione parlamentare Nazzarena Zorzella, avvocata del Tavolo asilo e immigrazione, «sono totalmente smarriti e inconsapevoli di quello che stanno vivendo. Non sapevano che il giudice dovesse confermare il loro trattenimento in Albania». Pensavano invece che l’udienza di ieri riguardasse la loro richiesta d’asilo e non la convalida del fermo a Gjadër. «Questo significa che nessuno di loro è in grado di esercitare il diritto alla difesa, previsto dalla nostra Costituzione. Ciò che abbiamo visto è una situazione terribile, prodotto di questo modello Albania».

E i giudici non convalidano

Alle 19, pochi minuti dopo queste dichiarazioni, rese all’uscita dal centro di Gjadër, si diffonde la notizia: i giudici non hanno convalidato. Esultano i militanti del Tavolo, che in questi giorni si sono dati il cambio entrando e uscendo dai centri: «È un colpo durissimo al piano del governo — dicono — L’operazione si rivela, ancora una volta, fallimentare e insostenibile dal punto di vista giuridico». Un avvocato, Gennaro Santoro, adesso rilancia: «Chiederò il risarcimento danni per il primo ragazzo trasferito a ottobre per tutto il tempo che è stato sulla nave. Non era eleggibile fin dall’inizio, perché è passato dalla Libia. E sarà un precedente per tutti». Se fosse andata diversamente, se i giudici, come sperava il governo, avessero convalidato il loro trattenimento in Albania, i migranti - hanno spiegato i funzionari alla delegazione - sarebbero dovuti tornare in aereo da Tirana, scortati dalle forze dell’ordine. E invece no.

Il costoso e inutile capriccio

Qualcuno ci sperava, tra gli agenti e i carabinieri di stanza all’hotel Rafaelo di Shengjin. Sempre più provati, anche loro, da quest’esperimento che, dopo tre stop da parte dei giudici, rischia di apparire solo un costoso e inutile capriccio.

Leggi i commenti