Migranti Albania, Noury: “Ennesima forzatura del governo. Non si può aggirare la giustizia europea”
di Alessia Candito“Al netto dell’amarezza per le traversie che hanno dovuto affrontare queste persone e che questa sentenza non cancella, siamo davanti a una pronuncia importante. La Corte d’appello dice chiaramente che bisogna aspettare che si pronunci la giustizia europea”. Portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury ha seguito da vicino il terzo tentativo del governo Meloni di trasferire in Albania i naufraghi intercettati in acque internazionali.
Qual è l’elemento più importante di questa sentenza?
“C’è un avverbio che i giudici utilizzano e a cui tocca far caso. In sentenza si spiega che il trattenimento va sospeso nelle more della decisione della Corte di giustizia europea, dunque è impossibile osservare il termine di quarantotto ore previsto per la convalida, quindi come “ripetutamente” stabilito dalla Corte Costituzionale, la persona va liberata. Eppure “ripetutamente” il governo italiano ha provato a accelerare. Ma la giustizia europea non può essere aggirata”.
Questo cosa ci dic…
“Al netto dell’amarezza per le traversie che hanno dovuto affrontare queste persone e che questa sentenza non cancella, siamo davanti a una pronuncia importante. La Corte d’appello dice chiaramente che bisogna aspettare che si pronunci la giustizia europea”. Portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury ha seguito da vicino il terzo tentativo del governo Meloni di trasferire in Albania i naufraghi intercettati in acque internazionali.
Qual è l’elemento più importante di questa sentenza?
“C’è un avverbio che i giudici utilizzano e a cui tocca far caso. In sentenza si spiega che il trattenimento va sospeso nelle more della decisione della Corte di giustizia europea, dunque è impossibile osservare il termine di quarantotto ore previsto per la convalida, quindi come “ripetutamente” stabilito dalla Corte Costituzionale, la persona va liberata. Eppure “ripetutamente” il governo italiano ha provato a accelerare. Ma la giustizia europea non può essere aggirata”.
Questo cosa ci dice?
“Dice da un lato che c’è un deragliamento del governo sul rispetto dei principi del diritto, dall’altra ricorda che è necessario un chiarimento del concetto di Paese sicuro, che non può essere tale se non lo è nella sua interezza e per ogni categoria di persona”.
Qual è il nodo?
“Al momento, il governo presume di poter stabilire una lista di Paesi sicuri di default. Ma per comprendere quanto sia paradossale basta pensare che attualmente fra i Paesi sicuri c’è quella stessa Georgia di cui sosteniamo e applaudiamo i giovani che si ribellano contro il governo”.
A suo parere perché il governo insiste?
"Probabilmente si pensa che prima o poi si troverà il modo di avere ragione, costruendo nel frattempo una narrazione distorta. E non solo su questo. Restituire alla Libia Almasri, uno di quelli che la premier Meloni aveva giurato di “cercare lungo tutto l’orbe terracqueo” e disattendere gli obblighi previsti per gli Stati che riconoscono la Cpi, istituita con un trattato che si chiama non a caso Statuto di Roma, non si può raccontare come un problema di sicurezza o l’ennesimo episodio di scontro con i magistrati. E’ solo un tentativo di distogliere l’attenzione”.
Cosa succede adesso?
“Quello che vorrei è che non ci fosse un altro tentativo, quello che temo è che ci siano ulteriori forzature prima del 25 febbraio, quando finalmente sarà la Corte di giustizia europea a pronunciarsi sulla questione”.
A suo parere, in ballo ci sono i diritti dei migranti o quelli di tutti?
“In primo luogo, sicuramente delle persone migranti e dei richiedenti asilo. Ma sul fronte dei diritti – e il nuovo decreto sicurezza lo dimostra – è generale. Per tentare di far passare la propria linea, il governo ha compiuto l’ennesima forzatura, modificando il tribunale competente. Ma può cambiare i giudici italiani, non quelli europei”.
Che compito ha oggi la società civile?
“Deve usare testa, cuore e piedi. Testa per fare campagne che coinvolgano rappresentanti istituzionali, media, comunità, che permettano di fare rete, cuore per indignarsi e non arrendersi, piedi per scendere in piazza e protestare”.