Il gup del tribunale di Sassari Sergio De Luca ha rinviato a giudizio Antonino Becciu, fratello del cardinale Angelo Becciu, il vescovo di Ozieri, Corrado Melis, e altri sette imputati, accusati di peculato e riciclaggio nella gestione di circa 2 milioni di euro dei fondi dell'8 per mille destinati alla diocesi. L'apertura del processo è stata fissata per il 9 aprile prossimo. Il giudice ha accolto la richiesta avanzata nell'udienza dell'8 gennaio scorso dal pubblico ministero Gianni Caria.
Le accuse
Secondo l'accusa, tra il 2013 e il 2023 gli indagati avrebbero indebitamente fatto confluire nei conti correnti della cooperativa Spes, presieduta all’epoca da Antonino Becciu, due milioni dell’otto per mille della Cei e centomila euro del Palazzo apostolico che erano invece destinati alla diocesi sarda. Gli indagati respingono le accuse.
La vicenda ha intersecato il processo a carico del cardinale Becciu che si è svolto in Vaticano, e che si è concluso con la condanna in primo grado del …
Il gup del tribunale di Sassari Sergio De Luca ha rinviato a giudizio Antonino Becciu, fratello del cardinale Angelo Becciu, il vescovo di Ozieri, Corrado Melis, e altri sette imputati, accusati di peculato e riciclaggio nella gestione di circa 2 milioni di euro dei fondi dell'8 per mille destinati alla diocesi. L'apertura del processo è stata fissata per il 9 aprile prossimo. Il giudice ha accolto la richiesta avanzata nell'udienza dell'8 gennaio scorso dal pubblico ministero Gianni Caria.
Le accuse
Secondo l'accusa, tra il 2013 e il 2023 gli indagati avrebbero indebitamente fatto confluire nei conti correnti della cooperativa Spes, presieduta all’epoca da Antonino Becciu, due milioni dell’otto per mille della Cei e centomila euro del Palazzo apostolico che erano invece destinati alla diocesi sarda. Gli indagati respingono le accuse.
La vicenda ha intersecato il processo a carico del cardinale Becciu che si è svolto in Vaticano, e che si è concluso con la condanna in primo grado del porporato (5 anni e sei mesi) e di quasi tutti gli altri imputati. Se al centro di quel procedimento vi è stata la compravendita-truffa di un palazzo al centro di Londra con fondi della Segreteria di Stato vaticana, decisa all’epoca in cui Becciu era Sostituto agli affari generali, uno dei filoni secondari ha riguardato finanziamenti che partirono dalla Segreteria di Stato – non, dunque, dei fondi dell’otto per mille – e finirono nella stessa cooperativa Spes. L’obiettivo dichiarato era la costruzione di un forno sociale. Il fratello del cardinale, Antonino, convocato come testimone nell’aula del tribunale vaticano dal presidente Giuseppe Pignatone, si è rifiutato di comparire.
La telefonata registrata col Papa
Nel contesto di quell’indagine, la Guardia di finanza di Sassari operò delle perquisizioni dalle quali emerse, tra l’altro, la registrazione di una telefonata col Papa fatta da Becciu all’insaputa di Francesco e i rapporti di consuetudine tra i famigliari del porporato e Cecilia Marogna, a sua volta condannata dal Vaticano. Sempre in quel quadro, emerse che il tribunale di Sassari aveva inviato una rogatoria alla giustizia vaticana. Secondo la corta vaticana, “appare francamente innegabile”, si legge nelle motivazioni della sentenza pubblicate lo scorso ottobre, che “l'allora Sostituto S.E.R. Becciu, pubblico ufficiale, abbia, direttamente o indirettamente, donato denaro della Chiesa, senza alcuna autorizzazione scritta dell'Autorità competente, ad un soggetto giuridico - la Cooperativa SPES - di fatto riferibile e nella concreta disponibilità dei suoi familiari”: la prova, per la corte vaticana, de “l’uso illecito delle somme di cui il pubblico ufficiale dispone”. Il cardinale ha fatto ricorso in appello.
La protesta delle difese
Gli avvocati difensori respingono le accuse: "Non condividiamo questa decisione del giudice dell'udienza preliminare che si scontra sia con l'articolo 7 del nostro dettato costituzionale sia con il Concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica", sostiene Ivano Iai, difensore della diocesi. "Questa decisione, inoltre, costituisce un clamoroso e grave precedente. Il gup, infatti, ha accolto l'impostazione della Procura secondo la quale nella gestione dei fondi dell'otto per mille i vescovi sono pubblici ufficiali tenuti a operare secondo le regole di formazione della volontà della pubblica amministrazione. Un'interpretazione destituita di ogni fondamento giuridico, coinvolge infatti a cascata ogni diocesi e la Cei", continua l'avvocato. L'avvocato Antonello Patanè, che difende gli imputati laici, si è detto certo che nel dibattimento sarà dimostrato, “puntualmente e con incontestabili riscontri e solidi argomenti, che l'impiego delle risorse, sia da parte del clero che dei laici, ha avuto a oggetto solo e soltanto attività caritative”.