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La denuncia: “Mercato di esseri umani dalla Tunisia verso la Libia. Una persona vale 12 euro”

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“La drastica riduzione degli arrivi in Italia lungo la rotta del Mediterraneo centrale è riconducibile alla violenza delle intercettazioni in mare, che vengono detenuti perché hanno un prezzo”. Un rapporto a cura di Asgi, Border Forensic, On Borders e il collettivo di ricercatori RR[X] rivela la complicità di apparati statali libici e tunisini, “finanziati anche dall’Italia”
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“La drastica riduzione degli arrivi in Italia lungo la rotta del Mediterraneo centrale da ottobre del 2023 ad oggi è direttamente riconducibile alla violenza e all’intensità delle intercettazioni in mare dei migranti”. E dietro c’è un “mercato di esseri umani” finalizzato “all’industria della detenzione”, gestito da “soggetti istituzionali tunisini e libici dal 2017 lautamente finanziati da Italia e Unione Europea”.

All’indomani dell’anniversario degli accordi Italia-Libia, ormai pubblicamente sconfessati anche dal Pd che con l’allora ministro Marco Minniti li aveva siglati, un rapporto, “Tratta di Stato” denuncia come all’ombra di quel modello si sia ormai consolidato un sistema di violazioni, abusi, torture che adesso coinvolge anche la Tunisia. Lo hanno messo insieme Asgi, Border Forensic, On Borders e il collettivo di ricercatori RR[X], obbligato all’anonimato per motivi di sicurezza, e dimostra attraverso testimonianze, geolocalizzazioni dei punti di vendita, scambio e dei luo…

“La drastica riduzione degli arrivi in Italia lungo la rotta del Mediterraneo centrale da ottobre del 2023 ad oggi è direttamente riconducibile alla violenza e all’intensità delle intercettazioni in mare dei migranti”. E dietro c’è un “mercato di esseri umani” finalizzato “all’industria della detenzione”, gestito da “soggetti istituzionali tunisini e libici dal 2017 lautamente finanziati da Italia e Unione Europea”.

All’indomani dell’anniversario degli accordi Italia-Libia, ormai pubblicamente sconfessati anche dal Pd che con l’allora ministro Marco Minniti li aveva siglati, un rapporto, “Tratta di Stato” denuncia come all’ombra di quel modello si sia ormai consolidato un sistema di violazioni, abusi, torture che adesso coinvolge anche la Tunisia. Lo hanno messo insieme Asgi, Border Forensic, On Borders e il collettivo di ricercatori RR[X], obbligato all’anonimato per motivi di sicurezza, e dimostra attraverso testimonianze, geolocalizzazioni dei punti di vendita, scambio e dei luoghi di detenzioni, rilievi cartografici “la vendita di esseri umani alla frontiera da parte di apparati di polizia e militari tunisini e l’interconnessione dell’infrastruttura dei respingimenti con l’industria dei sequestri nelle prigioni libiche”. Secondo scienze sociali e diritto internazionale, “crimini di Stato”.

Dove gli esseri umani costano dai 12 ai 90 euro

Al confine fra Libia e Tunisia gli esseri umani hanno un prezzo – emerge dalle testimonianze raccolte – fissato in trattative gestite da Garde Nationale tunisina da una parte e milizie libiche dall’altra. Ed è irrisorio: dai 12 a 90 euro a persona. “Le donne costano di più perché vengono usate come oggetti sessuali”. Ma tutti “rendono”: la prima fase della detenzione è sempre a scopo estorsivo.

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I migranti vengono picchiati e torturati, le donne abusate a favore di telecamera. I video vengono regolarmente mandati ai parenti per “convincerli” a pagare. Il target è specifico: migranti subsahariani o del Corno intercettati in mare dopo la partenza o rastrellati mentre attendono di imbarcarsi in Tunisia, dove ormai più di un anno fa il presidente Kais Saied li ha pubblicamente accusati di “invasione mirata a cambiare l’identità araba del Paese”, sdoganando – se non sponsorizzando – una vera e propria “caccia al nero”. Che diventa merce. Eccola l’altra faccia del “calo degli sbarchi”, che il governo Meloni rivendica come personale successo.

I numeri dell’Oro nero

Secondo la più grande e importante ong tunisina, il FTDES (Forum tunisino per i diritti economici e sociali), nel corso del 2023 e del 2024 la Tunisia ha infatti bloccato oltre 100.000 persone in fuga. di cui oltre l’80% provenienti dall’Africa sub-sahariana. “Una parte consistente di queste 80mila persone, a partire dal giugno del 2023, è stata vittima di espulsioni verso l’Algeria e la Libia”. E molte sono diventate “Oro nero”. In gergo i trafficanti li chiamano così. Il rapporto raccoglie e sistematizza le testimonianze di 30 di loro, 22 uomini e 8 donne, provenienti da Ciad, Guinea, Costa d’Avorio, Sudan e Camerun, intercettati, detenuti e venduti dalla Garde Nationale, la polizia tunisina fra il giugno 2023 e il novembre 2024.

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“Ci hanno picchiato con oggetti molto duri, delle barre di ferro, ci colpivano sulle parti più sensibili, sulle tibie, sulle ginocchia, sulle spalle”, testimonia uno dei sopravvissuti. “La tortura che ci hanno fatto non è qualcosa che fai all’uomo, non la fai a una persona che ha un cuore e che ha il sangue che corre nelle vene. Ci hanno picchiato come dei cani e non puoi fuggire perché attorno ci sono i cani”.

Il coinvolgimento istituzionale in Tunisia e Libia

È una delle fasi intermedie, secondo quanto emerge dal rapporto. Prima della vendita, i migranti rastrellati vengono torturati per “convincerli” a non tornare indietro. Non tutti sopravvivono. “Nel nostro gruppo eravamo più o meno una quarantina, nel secondo campo ancora 20 persone riuscivano a stare in piedi. Gli altri li portavano via come si portano i cadaveri e li gettavamo su dei camion militari. Per i piedi e per le mani, li buttavano sui 4x4”.

Chi sopravvive viene venduto, come una cosa. “Siamo arrivati col bus della Garde Nationale in frontiera ed ecco i libici. C’erano donne incinte e bambini”, racconta una donna. “Perché dico che sono stata venduta? Ci hanno contato e mentre contavano i libici davano qualcosa ai tunisini. Contano i soldi e poi ti fanno passare ai libici”. Altre volte si tratta di un baratto, persone per hashish o armi. In ogni caso, non è che l’inizio di un nuovo incubo.

Nei lager libici – il principale è la prigione di Al Assah, sotto la tutela della LBG (Libyan Border Guard) e del DCIM (Department of Combating Illegal Migration), dipendenti entrambi dal ministero dell’Interno di Tripoli – inizia un nuovo inferno. “Dove mettono gli uomini è come un barbecue, una gabbia in ferro e solo una porta per uscire. Molti sono usciti con delle malattie da lì, alcuni hanno cercato di evadere, altri sono stati colpiti con dei proiettili, altri sono stati bastonati”.

Un fiume di soldi da Italia e Ue

In Europa il rapporto sta facendo scalpore, anche perché la Tunisia, al pari della Libia, da anni riceve fondi a sostegno dei programmi di “controllo delle frontiere” e “contrasto all’immigrazione clandestina”. Solo l’Italia, a partire dal 2017, ha speso quasi 75 milioni di euro nell’equipaggiamento e nella formazione delle guardie di frontiera tunisine, prima attraverso il cosiddetto Fondo migrazioni, poi attraverso il Fondo di premialità per le politiche di rimpatrio. Altri fondi sono arrivati da Bruxelles, anche grazie al governo Meloni, grande mediatore fra Saied e l’Ue per arrivare alla firma del Memorandum che alla Tunisia ha permesso di incassare “150 milioni di euro di cui una parte sostanziale da impiegare nel rafforzamento della gestione delle frontiere e nella prevenzione delle partenze”.

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