“Io medico di base lascio, tartassata dai pazienti non vivevo più”. Lo sfogo della dottoressa social
di Michele BocciParla di “carichi di lavoro insostenibili”. Protesta per l’impegno aggiuntivo ai quali sono costretti i medici di famiglia a causa dell’organizzazione della sanità territoriale, ma anche di pazienti che non danno tregua. Chiedono prescrizioni e certificati, diventano aggressivi, non rispettano gli spazi. Ilaria Rossiello è una giovane dottoressa, ha 34 anni, che ha deciso di lasciare il suo ambulatorio di Montecosaro, in provincia di Macerata. Lo ha annunciato sui social, dove è attiva e seguita per i suoi consigli sanitari. Passerà al privato.
Quanti pazienti lascia?
"Sono arrivata a 1.800, perché ho accettato di aumentare rispetto al massimale di 1.500. Praticamente non vivevo più. Il carico di lavoro è diventato ingestibile, avevo perduto la mia serenità”.
Quali erano i problemi principali?
"Intanto, la nostra professione è sempre più incentrata sul disbrigo di questioni burocratiche, quindi non mediche. Ma poi avevo a che fare con l’aggressività dell’utenza, la pervasività degli s…
Parla di “carichi di lavoro insostenibili”. Protesta per l’impegno aggiuntivo ai quali sono costretti i medici di famiglia a causa dell’organizzazione della sanità territoriale, ma anche di pazienti che non danno tregua. Chiedono prescrizioni e certificati, diventano aggressivi, non rispettano gli spazi. Ilaria Rossiello è una giovane dottoressa, ha 34 anni, che ha deciso di lasciare il suo ambulatorio di Montecosaro, in provincia di Macerata. Lo ha annunciato sui social, dove è attiva e seguita per i suoi consigli sanitari. Passerà al privato.
Quanti pazienti lascia?
"Sono arrivata a 1.800, perché ho accettato di aumentare rispetto al massimale di 1.500. Praticamente non vivevo più. Il carico di lavoro è diventato ingestibile, avevo perduto la mia serenità”.
Quali erano i problemi principali?
"Intanto, la nostra professione è sempre più incentrata sul disbrigo di questioni burocratiche, quindi non mediche. Ma poi avevo a che fare con l’aggressività dell’utenza, la pervasività degli spazi personali. Lavoro in un posto piccolo, anche se non ci abito. Mi fermavano in palestra, quando mi incontravano a fare la spesa al supermercato. Arrivavano mail e telefonate anche nel week end. Subivo un assalto continuo che alla fine mi ha logorato”.
Cosa farà adesso?
“Intanto recupero un po’ la salute e le forze. Mi occuperò di medicina estetica, organizzerò qualcosa con il mio compagno, che è personal trainer. Ma soprattutto farò flebologia, un’attività che mi piace, che cura ulcere e malattie venose. Sono attività che mi danno più soddisfazioni”.
Non è che lascia perché nel privato si può guadagnare meglio?
"No. Fare il medico di famiglia in certi casi è gratificante, ma magari il giorno dopo lo stesso paziente che avevi curato minaccia di denunciarti perché non gli prescrivi quello che vuole. Chi paga per avere una prestazione sanitaria, invece, è meno aggressivo”.
Per quanto tempo ha fatto il medico di famiglia?
"Ho iniziato con le sostituzioni nel 2017, poi nel 2020 sono diventata di ruolo”.
Qual è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso?
"Il giorno del mio compleanno, il 24 gennaio scorso, sono tornata in ambulatorio dopo la convalescenza per un’operazione di tumore. Ho fatto qualcosa come 100 visite e sono pure stata aggredita da un paziente, che ha minacciato di sfondare la porta dello studio e di spaccare tutto perché voleva un documento. Io avevo pure un problema a una corda vocale e praticamente ero afona. Con episodi del genere, alla fine ero più in ansia per il lavoro che per il tumore”.
Quindi ha iniziato da poco a pensare di lasciare?
“No, maturavo la decisione da tempo. Già quando c’era il Covid mi facevo molte domande. Era caduto tutto addosso a noi, stavo al telefono 24 ore su 24, facevo le visite a casa, i tamponi sotto la neve. E poi c’era da lottare con i No Vax e con la paura della malattia. A casa avevo un figlio piccolo. Pensavamo che dopo la pandemia le cose sarebbero migliorate ma non è successo niente”.
Come andrebbe cambiata la medicina generale?
"Facevo anche parte del movimento culturale Giotto, dedicato alla nostra disciplina. Credo che la medicina generale sia un servizio fondamentale, perché accessibile a tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro condizioni economiche o sociali. Ero anche favorevole a un’organizzazione statale, al passaggio cioè alle dipendenze dei dottori di famiglia, che oggi sono convenzionati. Ma il sistema è mastodontico e non si riforma. Ne usciamo solo se ai dottori si lascia fare il loro lavoro e gli si tolgono le competenze gestionali, infermieristiche, sociali che hanno oggi. Ma dopo un decennio che mi batto per le cure primarie è arrivato il momento di dire basta”.
Spesso siete additati anche come i responsabili delle code al pronto soccorso, o dei troppi esami inutili che vengono fatti dai cittadini.
"Sì, siamo il capro espiatorio di tutto. E questo, dopo anni di formazione, anche all’estero, per me è sgradevole. Ci ho messo impegno, ho lavorato dalla mattina alla sera, ma essere additata alla fine stanca”.
Si era ritagliata anche un ruolo social.
"Ci sono colleghi che hanno molto più seguito di me, ma mi piace fare divulgazione. Ho trovato molte persone che mi seguono, vogliono consigli. Quando ho tempo libero mi dedico a questo tipo di comunicazione”.
Dopo l’annuncio che lascerà la professione la stanno contattando in tanti?
"Sto scrivendo centinaia di messaggi. C’è chi dice che se non fosse stato per me non sarebbe più qui. Davvero, tante parole toccanti”.
Potrebbe cambiare idea?
"No, basta. E’ da un decennio che mi batto per le cure sul territorio e vedo che le cose peggiorano inesorabilmente anno dopo anno. Stavo rimanendo schiacciata in un tritacarne. La Asl ha già trovato un sostituto”.
Ha timori per il futuro?
"No, non sono spaventata. Qualunque cosa arriverà sarà un successo”.