Ogni giorno alle 8 prima di arrivare in classe le studentesse che indossano il niqab fanno una sosta in una stanza all’ingresso dell’istituto e alzano il velo. Così i professori sanno che a entrare a scuola sono effettivamente le allieve iscritte. È la soluzione della dirigente scolastica Carmela Piraino nell’istituto professionale Sandro Pertini di Monfalcone (Gorizia).
La città ha il trenta per cento di residenti bengalesi e da anni si scontra con l’amministrazione leghista. L’ex sindaca del Carroccio, Anna Maria Cisint, già a maggio scorso aveva lanciato una petizione per una legge che prevedesse il divieto del velo integrale. Ma aveva anche cercato, l’anno prima, di togliere ala comunità lo spazio dove potere pregare.
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Ogni giorno alle 8 prima di arrivare in classe le studentesse che indossano il niqab fanno una sosta in una stanza all’ingresso dell’istituto e alzano il velo. Così i professori sanno che a entrare a scuola sono effettivamente le allieve iscritte. È la soluzione della dirigente scolastica Carmela Piraino nell’istituto professionale Sandro Pertini di Monfalcone (Gorizia).
La città ha il trenta per cento di residenti bengalesi e da anni si scontra con l’amministrazione leghista. L’ex sindaca del Carroccio, Anna Maria Cisint, già a maggio scorso aveva lanciato una petizione per una legge che prevedesse il divieto del velo integrale. Ma aveva anche cercato, l’anno prima, di togliere ala comunità lo spazio dove potere pregare.
Diversa la visione della preside che, tra gli allievi, ha quattro ragazze islamiche iscritte all’indirizzo Sanità e assistenza sociale. «Il ragionamento a inizio anno – ha spiegato Carmela Piraino a Il Piccolo – ci ha portato a ritenere che imporre può indurre le ragazze a lasciare la scuola. L’istituzione raggiunge il suo scopo quando l’allievo consegue i cinque anni di studio». Così si sono anche adeguate le ore di ginnastica. Tanto che è stato introdotto il badminton, una disciplina che a differenza della corsa (dalla quale è stata dispensata una ragazza col niqab, ndr) non mostra troppo le forme. Poi, ci sono gli stage che sono fondamentali per accedere all’esame di Stato. Precisa la dirigente: «Che si indossi il velo o i pantaloncini, tutti gli allievi per accedervi devono avere superato il test della sicurezza, altrimenti non si esce. Non ci sono prassi consolidate, si può procedere solo col buonsenso. La scuola cerca di risolvere tanti problemi costruendo un rapporto di fiducia con gli alunni e le loro famiglie. Non solo quelle di fede diversa».
La decisione della dirigente ha scatenato il dibattito. Dalla Lega a Forza Italia e fino al Pd il no al velo è bipartisan. Il mondo della scuola, invece, sta dalla parte della preside. «A scuola gli studenti devono essere educati nel loro percorso formativo al rispetto delle differenze, alla convivenza e al dialogo. Obiettivi da perseguire non eliminando le differenze ma educando alla diversità e al dialogo», dice Roberto Mugnai, vicepresidente del sindacato “DirigentiScuola”. Ma l’assessora all’Istruzione del Friuli Venezia Giulia, Alessia Rosolen, è di diverso avviso: «Il niqab non deve trovare posto nelle nostre scuole e nella nostra società che si basa su dignità e rispetto, su uguali doveri e medesime opportunità».
Proprio ieri è stata convocata una conferenza con i vertici regionali della Lega e l’ex sindaca Cisint, adesso europarlamentare. «Presenteremo una mozione e un progetto di legge per vietare l’utilizzo del niqab nei luoghi pubblici, a partire dalle scuole», ha annunciato Marco Dreosto, senatore e segretario della Lega regionale. Non è discordante la voce del capogruppo consiliare del Pd, Diego Moretti: «Il volto coperto va inteso come un ostacolo alla piena ed effettiva integrazione, soprattutto all’interno di una scuola».
Non è solo una questione di sicurezza, puntualizza la Lega, che cita gli esempi della Svizzera e della Danimarca dove «esistono già norme specifiche». E allarga il campo delle proposte. Tanto che in consiglio regionale a Milano si è discusso su due mozioni: una della Lega contro il velo negli uffici e a scuola, e una del Pd per ribadire «che nessuno può imporre alle donne come vestirsi»
La scorsa settimana proprio il Carroccio aveva presentato una proposta di legge e un’interrogazione al Parlamento europeo per vietare il velo anche per «rispetto della dignità della donna». La pena prevista: fino a due anni di carcere, una multa fino a 30mila euro e la preclusione dalla richiesta di cittadinanza.