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I preti a scuola di confessione: “Basta domande morbose, così fate scappare i fedeli”

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L’Ateneo della Santa Croce inaugura le lezioni: “Dobbiamo aggiornarci, i peccati peggiori non sono quelli della carne”
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Non è come nel fatidico 1968 ma poco ci manca. Il Papa di allora, Paolo VI, vietò i contraccettivi con l’enciclica Humanae vitae ma tante coppie cattoliche, pur praticanti e ossequiose del magistero, non lo seguirono. E per evitare quello che rischiava di essere un terzo grado finirono per disertare il confessionale. Tanto che un parroco stizzito appese il cartello “Chiuso per enciclica”.

Un corso universitario

Oggi i tempi sono meno agitati ma alla confessione ricorrono comunque pochi fedeli. Tanto che la Pontificia Università della Santa Croce si è inventata un “corso sulla pastorale del perdono”. In chiaro, lezioni di confessione. Lo scopo, spiega l’ateneo romano dell’Opus Dei, «è quello di permettere una riscoperta del Sacramento della Riconciliazione, vivendolo come una porta di accesso alla misericordia di Dio, incoraggiando i sacerdoti a essere testimoni di amore e compassione, permettendo così ai fedeli di superare paure e esitazioni».

Lo scompiglio di Francesco

L’occasione è …

Non è come nel fatidico 1968 ma poco ci manca. Il Papa di allora, Paolo VI, vietò i contraccettivi con l’enciclica Humanae vitae ma tante coppie cattoliche, pur praticanti e ossequiose del magistero, non lo seguirono. E per evitare quello che rischiava di essere un terzo grado finirono per disertare il confessionale. Tanto che un parroco stizzito appese il cartello “Chiuso per enciclica”.

Un corso universitario

Oggi i tempi sono meno agitati ma alla confessione ricorrono comunque pochi fedeli. Tanto che la Pontificia Università della Santa Croce si è inventata un “corso sulla pastorale del perdono”. In chiaro, lezioni di confessione. Lo scopo, spiega l’ateneo romano dell’Opus Dei, «è quello di permettere una riscoperta del Sacramento della Riconciliazione, vivendolo come una porta di accesso alla misericordia di Dio, incoraggiando i sacerdoti a essere testimoni di amore e compassione, permettendo così ai fedeli di superare paure e esitazioni».

Lo scompiglio di Francesco

L’occasione è innanzitutto il giubileo. «L’anno santo è un ricominciare, e la cosa migliore è riconciliarsi con Dio perché da lì discende tutto», spiega don Miguel De Salis, direttore del Centro di formazione sacerdotale. L’altra ragione «è papa Francesco», dice il sacerdote portoghese: «Fin dal suo primo Angelus ha detto che Dio perdona sempre, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono». Bergoglio ha fatto di più. Da anni fustiga la curiosità morbosa di certi confessori. «Mi fa schifo quando qualcuno nella confessione cerca solo i peccati della carne», ha detto ospite di Fabio Fazio. Nel corso degli anni ha chiarito che «i peccati sotto la cintura» non sono i più gravi, ha messo in guardia (frase apocrifa ma mai smentita) da «quegli uomini di Chiesa che vogliono mettere tutto il mondo in un preservativo», ha martellato che «il sacramento della confessione non è per torturare, ma per dare pace». Bisogna «ascoltare con mitezza, non tanto domandare, non fare lo psichiatra per favore», ha detto ai confessori — e se il penitente esita, imbarazzato, e dice qualcosa che non si capisce, «dite “ho capito”: Dio ha capito e quello è importante».

Teoria e pratica

Il corso della Santa Croce non è per seminaristi: i candidati al sacerdozio già hanno i loro corsi e manuali di confessione. «Noi ci rivolgiamo a sacerdoti che hanno già le mani in pasta», dice don De Salis. Preti abituati a confessare, che possono però avere dubbi difficili da risolvere da soli. Per questo il corso prende in esame case studies, casi concreti. L’elenco delle materie rispecchia lo spirito dei tempi, ma anche una certa agitazione che percorre la Chiesa, in particolare i settori conservatori, da quando papa Francesco ha introdotto significative riforme. Ha ribadito con forza la contrarietà all’aborto ma ha abilitato tutti i preti ad assolvere una donna che si presenti al confessore pentita, ha aperto alla comunione ai divorziati risposati, pur a certe condizioni, ha ammesso la benedizione per le coppie omosessuali.

Una Chiesa lacerata

Certo non è il libera-tutti, non per il Pontefice gesuita, tantomeno per una realtà di stampo conservatore come l’Opus Dei. «L’insegnamento della Chiesa è presupposto e qui non si tratta di dare un orientamento diverso», assicura don De Salis, «ma vogliamo capire come aiutare la persona, come accompagnarla, cosa dire, cosa evitare di dire, come dirlo». La Chiesa di questi anni è lacerata dai dilemmi, da una parte i vescovi tedeschi pronti ad aprire le porte alle donne prete e abolire il celibato obbligatorio, dall’altra africani, statunitensi, esteuropei che vorrebbero fermare tutto se non tornare a prima del Concilio vaticano II, ma il sacerdote portoghese si tiene un passo indietro. I divorziati risposati? «Ci sono cose non chiare ma la vita è complessa». L’omosessualità? «Quando una persona si avvicina al perdono è perché vuole riconciliarsi, chiede una luce e un orientamento su come vivere e come amare», afferma don Miguel De Salis.

Ricettari e lavagne

L’idea dell’università dell’Opus Dei è evitare comunque troppa teoria. «Si prende un caso concreto, ogni prete dice la sua, sulla lavagna si mettono i vari punti e si cerca una soluzione, pur con diverse sfumature», dice il sacerdote portoghese. Ma «non c’è un ricettario di formule fatte, vogliamo una riflessione fondata sulla vita e sull’esperienza che i confessori possono poi trovarsi alla grata del confessionale». Senza far correre via i penitenti a gambe levate come nel fatidico 1968.

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