Se la Toscana è un sì, il primo in Italia, ci sono tre regioni dove di fine vita ancora non si parla: Sicilia, Molise e Trentino Alto Adige. Nelle altre sedici una proposta di legge sul suicidio assistito è almeno arrivata: spesso riscritta, fermata, bocciata, affossata per una presunta incostituzionalità, caduta nel vuoto o ora in discussione. Una babele in cui per forza di cose ci si muove in ordine sparso perché manca una legge nazionale che regolamenti l’aiuto alla morte volontaria.
In Italia la scelta del fine vita è normata da una sentenza del 2019 della Corte costituzionale, la cosiddetta sentenza dj Fabo, che ha legalizzato l’accesso al suicidio assistito a precise condizioni: il paziente dev’essere in grado di autodeterminarsi, affetto da una p…
Se la Toscana è un sì, il primo in Italia, ci sono tre regioni dove di fine vita ancora non si parla: Sicilia, Molise e Trentino Alto Adige. Nelle altre sedici una proposta di legge sul suicidio assistito è almeno arrivata: spesso riscritta, fermata, bocciata, affossata per una presunta incostituzionalità, caduta nel vuoto o ora in discussione. Una babele in cui per forza di cose ci si muove in ordine sparso perché manca una legge nazionale che regolamenti l’aiuto alla morte volontaria.
In Italia la scelta del fine vita è normata da una sentenza del 2019 della Corte costituzionale, la cosiddetta sentenza dj Fabo, che ha legalizzato l’accesso al suicidio assistito a precise condizioni: il paziente dev’essere in grado di autodeterminarsi, affetto da una patologia irreversibile fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili e dipendente da trattamenti di sostegno vitale o da cure, come ha stabilito lo scorso anno la Consulta, di cui normalmente si occupano familiari o caregiver, anche se vengono rifiutate dai malati.
Per chi ne fa richiesta — e sono 16mila solo negli ultimi 12 mesi le persone che hanno voluto informazioni dall’associazione Luca Coscioni, 11 quelli che hanno avuto il via libera al fine vita, dopo complicate battaglie legali, 5 coloro che sono dovuti arrivare in Svizzera — a dover verificare che ci siano i requisiti è il Servizio sanitario nazionale che però, e questo è il vulnus, non garantisce tempi certi per rispondere. E così chi avrebbe diritto a porre fine alla propria vita resta invece intrappolato nel proprio corpo e nelle maglie della burocrazia.
Ecco perché, in attesa che si calendarizzi l’ostacolata legge nazionale presentata da +Europa alla Camera, la Coscioni ha promosso la campagna “Liberi Subito”, raccogliendo migliaia di firme per proposte di legge regionali «che garantiscano il suicidio medicalmente assistito e i controlli necessari in tempi certi, adeguati e definiti».
In quattro regioni i numeri sarebbero dalla parte della legge: l’Emilia Romagna, dove il Tar dovrà esprimersi sulle linee di indirizzo inviate alle Asl dalla giunta regionale, il Friuli Venezia Giulia, in cui come i gamberi si è tornati in commissione, la Puglia, dove la giunta ha scelto un’altra strada depositando una delibera, e la Lombardia, dove il Consiglio regionale ha affossato la legge sollevando una questione di costituzionalità. Come in Piemonte. «Una scelta — secondo l’avvocata Filomena Gallo — che non trova fondamento giuridico poiché la legge non introduce nuovi diritti e dunque rientra pienamente nelle competenze delle Regioni previste dalla Costituzione».
Dove si lavora da mesi, ma puntando ai tempi brevi di un regolamento, evitando così d’invischiarsi nelle divisioni di una legge già bocciata un anno fa, è in Veneto. Il primo sponsor è il governatore leghista Luca Zaia: «Lo vogliamo fare, quantomeno perché ci siano dei tempi certi per la trattazione delle pratiche». Anche in Sardegna, già in fase avanzata, e in Liguria una legge sul fine vita è stata depositata. Mentre in Umbria e in Basilicata, dove si è tornati al voto lo scorso anno, è tutto da rifare. Nel Lazio, in Abruzzo e in Valle D’Aosta si aspetta l’avvio della discussione, semmai ci sarà. Un’attesa che in Campania e in Calabria dura ormai da un anno.