“Un no è sempre un no, anche 20 secondi dopo. Non salvate di nuovo il mio molestatore”
di Maria Novella De Luca«Per due volte l’uomo che mi ha molestato è stato assolto. Volete sapere perché? Mentre mi metteva le mani dappertutto, mentre mi diceva cose disgustose, io avrei esitato venti secondi prima di reagire, raggelata, allibita, spaventata da una persona che avrebbe dovuto aiutarmi e invece mi aveva aggredita. Ma quei venti secondi di terrore per chi mi ha giudicato sarebbero stati, invece, un consenso. Che follia. Spero che oggi la Cassazione annulli quelle sentenze che hanno offeso non solo me, ma tutte le donne vittime di violenza».
Barbara D’Astolto, ex hostess oggi insegnante di scuola primaria, dice che la tenacia di chiedere ancora giustizia le viene dalle sue due figlie, di otto e dodici anni. «Sia che vinca, sia che perda, quando saranno più grandi capiranno il senso della mia battaglia».
La difesa: senza consenso è stupro
E’ un paradigma amaro di quanto poco valga nei tribunali la parola delle donne offese, la storia di Barbara, 48 anni, di Busto Arsizio, molestata da un sinda…
«Per due volte l’uomo che mi ha molestato è stato assolto. Volete sapere perché? Mentre mi metteva le mani dappertutto, mentre mi diceva cose disgustose, io avrei esitato venti secondi prima di reagire, raggelata, allibita, spaventata da una persona che avrebbe dovuto aiutarmi e invece mi aveva aggredita. Ma quei venti secondi di terrore per chi mi ha giudicato sarebbero stati, invece, un consenso. Che follia. Spero che oggi la Cassazione annulli quelle sentenze che hanno offeso non solo me, ma tutte le donne vittime di violenza».
Barbara D’Astolto, ex hostess oggi insegnante di scuola primaria, dice che la tenacia di chiedere ancora giustizia le viene dalle sue due figlie, di otto e dodici anni. «Sia che vinca, sia che perda, quando saranno più grandi capiranno il senso della mia battaglia».
La difesa: senza consenso è stupro
E’ un paradigma amaro di quanto poco valga nei tribunali la parola delle donne offese, la storia di Barbara, 48 anni, di Busto Arsizio, molestata da un sindacalista della Cisl assolto però in primo e secondo grado.
Contro la sentenza di appello, nel giugno del 2024, aveva presentato ricorso in Cassazione, il sostituto procuratore generale di Milano. Angelo Renna, affermando che fosse sbagliato far dipendere “la presenza o meno di violenza sessuale dal tempo di reazione della vittima”. “Rischiamo di tornare indietro di 20 anni” dice Teresa Manente legale di “Differenza Donna che rappresenterà Barbara D’Astolto in Cassazione. “Mi auguro che questa sentenza venga annullata. Non possiamo ignorare la Convenzione di Istanbul, norma sovranazionale a cui i giudizi devono attenersi, che pone al centro di tutto il consenso della donna. E’ dalla presenza o dalla mancanza dell’esplicito consenso della donna che si delinea la rilevanza penale dell’atto sessuale. E senza il consenso è sempre stupro”.
Tutte davanti alla Cassazione
Una questione delicatissima, sempre più nevralgica nei processi per violenza sessuale. Per questo oggi davanti alla Cassazione si ritroveranno centinaia di donne dei movimenti femministi e dei centri antiviolenza in un sit-in organizzato da Differenza Donna. Perché davvero venti secondi di paura mentre un uomo ti molesta possono essere definiti consenso?
Dal mobbing alla violenza storia di Barbara
Barbara, lei era hostess di una compagnia di voli charter che partivano da Milano Malpensa.
«Sì e adoravo il mio lavoro. Ma subito dopo la nascita della mia prima figlia e ancora peggio dopo l’arrivo della seconda bambina, sono stata oggetto di feroce mobbing da parte dell’azienda, dopo aver chiesto l’esonero dai turni notturni».
In che cosa consisteva il mobbing?
«Avendo chiesto di non fare più i voli a lungo raggio la mia carriera era stata fatta a pezzi. Retrocessa, emarginata. E per la seconda figlia avrebbero voluto togliermi l’esonero notturno. Così con altre hostess abbiamo fatto causa alla compagnia per discriminazione. E’ stato allora che mi sono rivolta a un sindacalista della Cisl che mi era stato segnalato da un’amica».
Come si era comportato il sindacalista durante i primi incontri?
«Si presentava come una persona semplice, affidabile, padre di famiglia. Era assistente di volo, dirigente della Fit Cisl Lombardia. Naturalmente, per aiutarci nella causa ci chiese di iscriverci al sindacato. Ancora oggi mi vergogno al pensiero di aver avuto quella tessera in tasca».
Un pomeriggio, era marzo del 2018, vi incontrate da soli.
«La mia situazione in azienda era sempre più difficile. Lui mi propose di vederci da soli, nella sede del sindacato, per analizzare la mia documentazione. La sede è in una struttura laterale all’interno dell’aeroporto. L’appuntamento era alle 16, ma lui arrivò verso le 18, quando era già buio. Non c’era più nessuno, lui aprì con le sue chiavi, mi fece entrare nella sua stanza e chiuse la porta».
Sera, un edificio isolato e stanze deserte. Il sindacalista sembrò diverso dal solito?
«Completamente diverso. Iniziò a dirmi che avrei dovuto lasciar perdere la causa contro l’azienda, sosteneva che avrebbe parlato lui con i miei responsabili, mi dovevo fidare, era inutile andare avanti, aveva un tono intimidatorio, tanto che mi arrabbiai e gli chiesi di ascoltarmi, avevo bisogno di sfogarmi di parlare».
E lui?
«Si mise dietro le mie spalle e mentre seduta sul bordo di una sedia continuavo a leggere i documenti, iniziò a baciarmi sul collo, a mettermi le mani sul seno, poi addirittura dentro gli slip, mi tirò per gli slip cercando di farmi alzare e vomitandomi oscenità nelle orecchie».
E lei Barbara invece di saltare su come una molla e mollargli uno schiaffo, è rimasta ferma. E’ questo che nei processi di primo e secondo grado le hanno contestato i giudici. Anzi le giudici.
«Non ero ferma, ero paralizzata. Avevo soltanto paura. Non c’era nessuno lì dentro, lui ed io, poteva farmi qualunque cosa. Quante donne durante uno stupro si immobilizzano, diventano inerti per il terrore di morire? Dopo venti secondi, quello più o meno credo sia stato il tempo, gli dissi: “Mi hai fatto incazzare, aprimi la porta che me ne vado”».
Lo denunciò subito?
«No, soltanto qualche settimana dopo, avendo scoperto che anche altre tre colleghe erano state pesantemente aggredite dallo stesso soggetto. Una di loro, norvegese, lo aveva anche denunciato al sindacato. Anche noi scrivemmo alla Cisl, nel 2020, la segretaria era Annamaria Furlan. Non ci hanno mai risposto».
Arriviamo ai processi.
«Gennaio 2022, sentenza di primo grado. Assolto dal tribunale di Busto Arsizio. Tre donne giudici. Il fatto non fu contestato, ma i miei venti secondi di immobilismo furono considerati troppo lunghi per essere ritenuti un consenso negato. In venti secondi – questa era la loro tesi – mi sarei potuta sottrarre a quello schifo. Ma io ero congelata”.
Insomma Barbara, lei è stata creduta ma la sua paura è stata ritenuta accondiscendenza alle avances.
«Sì, anche in appello a Milano nel 2024. A me sembra il mondo alla rovescia. Follia. Ma come dirà oggi in aula la mia avvocata Teresa Manente, se non c’è consenso è sempre violenza, è sempre stupro. In quattro l’abbiamo accusato di molestie ed è stato assolto. Quale giustizia è questa?».
Cosa fa adesso Barbara?
«Sono una maestra di scuola primaria. Avevo un diploma valido per insegnare, poi mi sono laureata. Ho un marito e due bambine. Una vita serena. Per loro oggi sarò in Cassazione, sperando in una giustizia giusta».