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Paragon, l’allarme degli esperti: “L’Italia ha un problema di spyware. I casi potrebbero crescere”

Secondo il team di ricerca CitizenLab, che sta analizzando i telefoni infettati, il caso Yambio apre nuovi scenari
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“L’Italia ha un enorme problema di spyware e su quello che sta succedendo bisognerebbe chiedere lumi al governo italiano”. Dal Canada, dove il team CitizenLab sta lavorando sui telefoni di giornalisti e attivisti hackerati con lo spyware Paragon, il ricercatore senior John Scott-Railton lancia l’allarme. Il caso Yambio, attivista e fondatore di Refugees in Libya che ieri ha denunciato di essere fra i target di uno spyware cambia le carte in tavola.

A avvertirlo non è stata Whatsapp, come nel caso dei 90 attivisti e giornalisti fra cui i fondatori di Mediterranea Luca Casarini e Beppe Caccia, il direttore di Fanpage Francesco Cancellato e l’attivista libico Husam el Gomati, ma Apple. Con un messaggio chiaro: “ti stanno prendendo di mira per quello che sei e che fai”. E una tempistica differente: l’incursione è stata scoperta a metà novembre.

"Nella nostra esperienza, come in quella di chi si occupa di questo tipo di incursioni – spiegano dal team di CitizenLab – questo generalmente che ci potrebbero essere più casi come quello di Yambio, con modalità di attacco diverse”. Traduzione, potrebbero esserci più vittime di spyware non ancora note, dunque altre “campagne” su cui investigare. “Questa sembra davvero la punta di un iceberg le cui dimensioni sono al momento non calcolabili”, aggiungono.

Anche perché – è dato su cui riflettere, sottolineato ieri dallo stesso Yambio – almeno due dei destinatari dell’attacco scoperto da Meta a gennaio, Casarini e Caccia, cpme Yambio impegnati sul fronte delle migrazioni e apertamente critici degli accordi Italia-Libia, sono persone con cui lui è in contatto. Sono stati presi di mira e diventati “di interesse” alla luce di quanto letto o prelevato nel telefono del fondatore di Refugees in Libya?

È uno dei tanti nodi del cosiddetto “Caso Paragon” che si sta tentando di sciogliere. Sui telefoni infettati, all’Università di Toronto ci stanno lavorando. Gli approfondimenti sono ancora in corso e per un risultato ci potrebbe volere ancora un po’ di tempo.

In Italia invece solo in sede di Copasir, dunque per legge riservata, sono state date alcune spiegazioni.Stando a quanto filtrato fino a adesso, nel corso dell’audizione di ieri il direttore dell’Aise Giovanni Caravelli avrebbe ammesso che l’agenzia ha in uso Paragon, negando però qualsiasi utilizzo improprio sui giornalisti. Il contratto sarebbe ancora in essere, dunque non sarebbero loro i clienti italiani con cui la società israeliana, stando a quanto riferito dal Guardian, ha rescisso il contratto. Nei prossimi giorni le medesime domande potrebbero essere poste al capo dell’Aisi, Bruno Valensise, ma qualche ulteriore elemento potrebbe emergere dal question time di oggi.

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