Alberto Trentini, l’appello in tv della mamma: “Tre mesi senza mio figlio, Meloni lo riporti a casa”
a cura della redazione Cronaca nazionaleNovantatré giorni senza sapere quasi nulla del proprio figlio, tranne quello che preferiva non conoscere: l’arresto in Venezuela, la detenzione in carcere, un’accusa di terrorismo. Fanno tre mesi e un po’ di più. Di silenzio, di attesa, di speranza, di delusioni, di rabbia, di disperazione. Armanda Trentini, la mamma di Alberto, il cooperante veneto dell’ong internazionale Humanity&Inclusion, inghiottito da una prigione di Caracas, torna a raccontarli in tv, intervistata da Fabio Fazio a Che tempo che fa: "Non ho notizie di Alberto dal 15 novembre 2024. Voglio dire che il 15 novembre lui era all'aeroporto e come al solito, perché ci sentivamo con messaggi o con videochiamate ogni giorno, dall'aeroporto di Caracas mi ha mandato un saluto. Poi ho aspettato, come eravamo abituati, di ricevere i saluti quando arrivava a destinazione e con i saluti la piccola mappa di Google. Non è mai arrivata, la notte l'ho cercata perché con il fuso orario avrei dovuto trovare il messaggio, e la sera del 16 ci hanno avvertito che era in stato di fermo. Da allora di Alberto non abbiamo avuto notizie. È isolato e non ci risulta che abbia incontrato nessuno, non ha potuto chiedere di parlare con un avvocato o di contattare la sua famiglia, nulla. La nostra disperazione è questa".
Alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto una lettera, “da madre a madre”: "Mi aspetto che me lo porti a casa, che percorra delle strade anche facendosi aiutare dalle Istituzioni di altri Paesi come è stato fatto per la nostra giornalista Cecilia Sala", spiega.
"Quel che mi aspetto è una telefonata, è un desiderio che abbiamo dal 15 novembre”, insiste.
"Noi non demordiamo. Passiamo notti lunghe ma non ci spaventano: abbiamo tempo per pensare e connetterci con lui. Ci resta un grande rammarico: pensare quante cose belle avrebbe fatto in questi tre mesi invece di essere rinchiuso, senza contatti con il mondo”.
Di suo figlio Alberto, “un cooperante che amava aiutare gli altri e che di questo aveva fatto la sua missione”, Armanda Trentini sa solo che sta “discretamente bene. Prima ci hanno avvertiti che è vivo e non avendo altre notizie è stata una buona notizia. Poi ci hanno detto che la sua salute è discreta e che può prendere il farmaco di cui ha bisogno".
"Aveva scelto il Venezuela – aggiunge – perché c’era questa ong che lavora con le persone con disabilità e perché si era innamorato di una ragazza e voleva starle vicino. Era arrivato da poco. Per questo siamo rimasti sconvolti del suo fermo, non ce lo spieghiamo”.
Accanto ai gentiori di Trentini c’è il conforto della famiglia, degli amici di Alberto, della parrocchia, di tutti i colleghi del figlio sparsi per il mondo, conosciuti in Nepal, in Grecia, in Perù, ma, racconta Armanda,c’è anche “qualcuno che sui social ha usato il nome e la foto di Alberto, le foto di famiglia. Si spaccia per Alberto e questa per noi è una cosa crudele. Adesso lui va riportato a casa".