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‘Ndrangheta, l’imprenditore sotto scorta da 10 anni: “So di essere un condannato a morte”

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Intervista a Antonino De Masi, che da quattro decenni lotta contro la criminalità senza mai piegarsi. Gestisce l’azienda di famiglia nella Piana di Gioia Tauro. Tra pochi giorni uscirà il suo libro: “Inferi”. “In nome della legalità – dice – ho rovinato la vita alla mia famiglia”
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«So bene di essere un condannato a morte. Sono come brace che arde e lentamente si consuma. Fuoco ancora vivo, ma senza fiamma». Lo afferma l’imprenditore calabrese Antonino De Masi che da 40 anni lotta contro la criminalità. Gestisce l’azienda di famiglia, nel campo della meccanizzazione agricola, nella Piana di Gioia Tauro. È titolare di brevetti industriali e inventore di soluzioni innovative in ambito meccanico, ma soprattutto è un sopravvissuto alla ‘ndrangheta. Racconta la sua vita sospesa tra denunce e attentati nel libro “Inferi” (Compagnia Editoriale Aliberti), scritto con il giornalista Pietro Comito.

Cosa le ha fatto sentire l’urgenza di mettere nero su bianco la sua testimonianza?

«Non ho scelto come reagire al male, perché non ho scelto io il male che mi è stato inferto. Ho scelto, però, di dare un senso a tutto questo e di esserne testimone. Testimone della mia storia, della mia terra, della violenza a cui viene sottoposta. Racconto i miei inferi per sollecitare la presa…

«So bene di essere un condannato a morte. Sono come brace che arde e lentamente si consuma. Fuoco ancora vivo, ma senza fiamma». Lo afferma l’imprenditore calabrese Antonino De Masi che da 40 anni lotta contro la criminalità. Gestisce l’azienda di famiglia, nel campo della meccanizzazione agricola, nella Piana di Gioia Tauro. È titolare di brevetti industriali e inventore di soluzioni innovative in ambito meccanico, ma soprattutto è un sopravvissuto alla ‘ndrangheta. Racconta la sua vita sospesa tra denunce e attentati nel libro “Inferi” (Compagnia Editoriale Aliberti), scritto con il giornalista Pietro Comito.

Cosa le ha fatto sentire l’urgenza di mettere nero su bianco la sua testimonianza?

«Non ho scelto come reagire al male, perché non ho scelto io il male che mi è stato inferto. Ho scelto, però, di dare un senso a tutto questo e di esserne testimone. Testimone della mia storia, della mia terra, della violenza a cui viene sottoposta. Racconto i miei inferi per sollecitare la presa di coscienza collettiva, in una società che purtroppo ha normalizzato la criminalità».

Le origini della sua battaglia sono radicate nel suo passato familiare.

«Sono cresciuto a pane e legalità. Già negli anni ‘80, in un territorio controllato dall’antistato, mio padre era continuamente bersagliato. Ma non è mai sceso a compromessi, infatti bombe e incendi erano all’ordine del giorno. Nel ‘90 fecero saltare in aria la nostra casa al mare. Per un attimo, mio padre si arrese e annunciò la chiusura dell’azienda per mafia».

Ma non fu così. A distanza di 35 anni, lei è ancora qui a combattere.

«Nonostante minacce e danni, non potevo che seguire l’esempio di mio padre. Nel 2000, ho preso in mano le redini dell’azienda di famiglia che è diventata una holding internazionale. In quel periodo, fu chiesto il pizzo all’azienda che stava costruendo i capannoni: li convinsi a denunciare e feci arrestare gli estorsori in flagranza. Nel mio territorio, divenni una carogna. Sono stato isolato dalla comunità, travolto dal fango, a volte più cruento delle pallottole. Anche le istituzioni mi hanno voltato le spalle. Le banche mi hanno revocato fidi, distruggendo investimenti importanti. Ho denunciato e, per la prima volta in Italia, ho acceso la luce sull’agire criminale di alcuni istituti bancari».

Non sapeva che l’attendeva il peggio.

«Nel 2013, nel cuore della notte, spararono 44 colpi di kalashnikov contro il portone della mia azienda, lasciandomi 4 cartucce inesplose all’ingresso. Chiudere e trasferirmi lontano sarebbe equivalso a cedere ai ricatti della ‘ndrangheta, non potevo. Così è iniziata la fase più ardua della mia discesa agli inferi, consapevole che il vero inferno sarebbe stato vivere un’esistenza a testa china».

Cosa ha comportato questa scelta difficile?

«Dal giorno in cui ho fatto nomi e cognomi, ho la scorta, un’auto blindata, soldati a presidiare l’azienda. La mia vita sotto protezione è diventata la mia prigione. Ha comportato un prezzo alto da pagare, soprattutto per la mia famiglia».

Ovvero?

«I miei figli sono stati isolati e dileggiati, a causa di un padre onesto definito infame. Per sicurezza, li ho fatti trasferire con mia moglie al nord, faccio il pendolare per andare a trovarli. La piccola è stata la più giovane scortata d’Italia. Da qualche anno, condividendo il mio impegno contro la criminalità, il primogenito è tornato e mi affianca in azienda. Però non ha vita sociale. Ho distrutto la nostra vita per proteggerli, per assicurare loro un futuro, ma il tormento mi corrode l’anima. In certi momenti, mi sento colpevole».

Ha mai pensato di arrendersi?

«Più volte, ritrovandomi da solo, ho pensato che uccidermi potesse essere una via d’uscita. Una volta sono arrivato a puntarmi la pistola alla tempia, per fortuna la risolutezza dello spirito ha vinto sullo sconforto. Forse avrei trovato pace, ma l’avrei sottratta per sempre ai miei cari. Qualcuno avrebbe gioito, ma non posso darla vinta al male».

Cosa vede all’orizzonte, oltre le fiamme degli inferi?

«Una strada disseminata di ostacoli, ancora. Sopravvivo nella consapevolezza che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo, ma ho ancora forza e determinazione. Rivendico il mio diritto di essere un uomo libero in un territorio abbandonato dallo Stato. Invito tutti a scegliere valori come la dignità e la libertà. Di recente, è stata approvata una legge regionale che porta il mio nome e prevede premialità per gli imprenditori che denunciano la ‘ndrangheta. Non ho avuto un adeguato sostegno, ma proseguo la mia lotta, sulle mie spalle c’è l’avvenire dei miei figli, delle nuove generazioni in cui credo molto».

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