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Le visioni che ho strappato alle mie notti insonni

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Per la maggior parte della vita ho combattuto con sogni “neri” rendendoli “bianchi”, cioè dimenticati, o meglio, censurati
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Ognuno fa i sogni che non sa sognare. Vede quel che non osa immaginare, incontra ciò che si è lasciato alle spalle, ammette l’inconfessabile. Poi si sveglia e ricomincia dicendosi: «Era soltanto un sogno». Per la maggior parte della vita ho combattuto con sogni “neri” rendendoli “bianchi”, cioè dimenticati, o meglio, censurati. Da quel che sfuggiva all’autocontrollo affioravano Polifemo, le catacombe romane, uno tsunami a Rimini e la condanna suprema: l’eternità. Per questo, a sogno in corso, apparivo io stesso anticipando la sentenza: «È soltanto un sogno». Il tempo e la stanchezza del mondo come si è evoluto tendono a rendere più curiosi di sé stessi che degli altri, perfino quando si vive della gentilezza e dei racconti degli sconosciuti.

Cos…

Ognuno fa i sogni che non sa sognare. Vede quel che non osa immaginare, incontra ciò che si è lasciato alle spalle, ammette l’inconfessabile. Poi si sveglia e ricomincia dicendosi: «Era soltanto un sogno». Per la maggior parte della vita ho combattuto con sogni “neri” rendendoli “bianchi”, cioè dimenticati, o meglio, censurati. Da quel che sfuggiva all’autocontrollo affioravano Polifemo, le catacombe romane, uno tsunami a Rimini e la condanna suprema: l’eternità. Per questo, a sogno in corso, apparivo io stesso anticipando la sentenza: «È soltanto un sogno». Il tempo e la stanchezza del mondo come si è evoluto tendono a rendere più curiosi di sé stessi che degli altri, perfino quando si vive della gentilezza e dei racconti degli sconosciuti.

Così un giorno a New York ho accettato di partecipare a un corso sui sogni tenuto da un discepolo dello psichiatra Montague Ullman, deceduto nel 2008 a 91 anni, e autore di Working with dreams. Erano sedute collettive in cui gli iscritti raccontavano a turno un loro sogno, poi tutti insieme si cercava, sotto la guida dell’esperto, di analizzarlo. Qualcosa all’incrocio fra una terapia di gruppo e una detective story. Le scoperte furono a volte banali, spesso narrative, talora straordinarie. Mi fu suggerito di tenere sul comodino un taccuino e una di quelle penne che proiettano una flebile luce sulla pagina, in modo da annotare i sogni nel cuor della notte e poi tornare a dormire. In anni di appunti ho messo insieme materiale che potrebbe interessare un analista. Trascrivo a caso: «Ho sognato un omone coi baffi che indossava una maglietta con la scritta “La Banda Gatone Tutti assolti”», «Ho sognato di seguire una rassegna stampa il cui primo titolo era: “La sinistra promuove i nani da giardino”» e c’è un personaggio ricorrente, il rapper campano Fetezio Caricato. Mi pare evidente che il me stesso un tempo impegnato in diretta a scacciare gli incubi con la sua presenza ora sieda di lato e si diverta a scatenare la parte di me che pensa a fumetti. Così facendo mi distrae e mi impedisce l’ingresso in quel corridoio di porte chiuse dietro le quali, lo so, stanno le persone che ho perduto e che vorrei rivedere anche soltanto per un attimo, perfino dimenticando al risveglio. Così riapro gli occhi alle 4 e 30, sempre, ma Osvaldo Soriano mi ha insegnato che «anche l’insonnia ha i suoi incubi, porte che si aprono e da cui non entra nessuno, e io lì, ad aspettare che qualcuno venga a svelarmi la verità».

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