Marte o la Luna? E’ il dilemma astrale della nuova America. Da un lato c’è la promessa, fatta da Donald Trump il 21 gennaio durante l’inaugurazione presidenziale, di “perseguire il nostro destino manifesto” e “piantare la bandiera a stelle e strisce sul pianeta rosso”.
Elon Musk, che ha fondato l’azienda spaziale SpaceX proprio con lo scopo di renderci una specie multiplanetaria, alle sue spalle esultava. “Vorrei morire su Marte, certo non in uno schianto” ridacchiava poi l’uomo più ricco del mondo, stretto collaboratore di Trump, nell’intervista di martedì scorso con il presidente alla Casa Bianca.
Dove punti il cuore della coppia più potente d’America è chiaro. Peccato che gli Stati Uniti siano impegnati dal 2017 nel programma Artemis, lanciato proprio durante il primo mandato di Trump, che ha l’obiettivo di riportare gli astronauti sulla Luna dopo il saluto dell’Apollo 17 nel 1972.
Il modulo per la Luna costruito in Italia
Proprio ieri a Torino è stato presentato il primo dei cinque moduli in cui potrebbero vivere gli astronauti di Artemis in orbita attorno al satellite. Si chiama Halo ed è stato costruito da Thales Alenia Space per conto dell’Agenzia Spaziale Italiana.
Il suo responsabile dell’Esplorazione e delle Infrastrutture Orbitanti, Raffaele Mugnuolo, si dice sicuro della prosecuzione della missione: “Nel programma Artemis ci sono elementi di non ritorno”. Poi però avanza una previsione: “Probabilmente l’amministrazione Usa introdurrà nuove linee guida indirizzate più verso Marte che non la Luna”.
Il modulo Halo per la stazione spaziale Gateway destinata all'orbita lunare
Rotta sul pianeta rosso
La Nasa, sempre ieri, ha invitato la stampa a visitare il nuovo simulatore del pianeta rosso. Un gruppo di volontari da maggio vivrà per un anno in un edificio realizzato nella base di Houston che ricostruisce l’habitat marziano. I simil-astronauti resteranno completamente isolati, faranno passeggiate e coltiveranno ortaggi in vista della vera missione.
A spingere la cloche in direzione di Marte ci sono poi le dimissioni di quattro importanti funzionari della Nasa - annunciate tutte tra martedì e mercoledì – che avevano un ruolo chiave nel programma Artemis.
Il più importante è Jim Free, amministratore associato dell’agenzia spaziale americana e chiave di volta dello sviluppo della missione verso la Luna. Con lui hanno preparato le valigie tre responsabili del Marshall Flight Space Center, la base Nasa in cui vengono coordinate le attività di Artemis.
Il razzo per la Luna è in ritardo
Le notizie sul razzo che dovrebbe portare gli astronauti sulla Luna poi non sono delle migliori. Lo Space Launch System (Sls) è costruito da varie aziende americane tra cui Northrop Grumman e Boeing, che proprio pochi giorni fa ha annunciato licenziamenti nel dipartimento che si occupa di Sls.
Il razzo è già costato alla Nasa 24 miliardi di dollari, mentre per Artemis nel suo complesso la Nasa ne ha spesi 40. Nel 2022 Sls, dopo vari rinvii, ha effettuato un volo di prova attorno alla Luna con manichini a bordo al posto degli astronauti. Un riscaldamento inatteso al rientro in atmosfera ha sollevato preoccupazione, rallentando ancora il suo cammino. La prossima missione prevista per aprile 2026, stavolta con astronauti a bordo, potrebbe slittare nuovamente.
La voce che lo sviluppo del razzo sarà interrotto circola fin dall’insediamento di Trump, finora senza conferme né smentite. Gli astronauti continuano ad addestrarsi, con la tuta spaziale disegnata da Prada, anche se Jared Isaacman, l’imprenditore dei pagamenti digitali scelto dal capo della Casa Bianca per dirigere la Nasa, ha definito il progetto di Sls “scandalosamente dispendioso”, aggiungendo su X: “Non mi piace”.
I temuti funzionari del Doge – il dipartimento per il taglio delle spese pubbliche capitanato da Musk – hanno già raggiunto la Nasa per esaminare le sue commesse, minacciando di licenziamento circa mille dipendenti appena assunti.
Lo Starship di Musk scalda i motori
In seconda fila, se il progetto di Sls dovesse spegnersi, c’è proprio Musk, con il razzo Falcon Heavy realizzato da SpaceX. Anche se meno potente, costerebbe 250 milioni a ogni lancio per la Luna, circa un decimo rispetto ai 2-4 miliardi stimati per lo Space Launch System.
Falcon Heavy potrebbe poi essere sostituito dall’assai più potente Starship, capace in teoria di raggiungere anche Marte. Il nuovo sistema di lancio di SpaceX ha dimostrato di saper riatterrare alla base di lancio. Può dunque essere riutilizzato più volte. Resta però in fase di test. Almeno nel breve periodo, non risolverebbe il problema dei ritardi di Sls.
Ma Marte resta lontano
La Luna, nonostante i cospicui contratti con la Nasa già stipulati per Starship, per Musk resta “una distrazione”. L’uomo più ricco del mondo è convinto che “andremo direttamente su Marte”. Raggiungere il satellite richiede però 3 giorni, mentre per il pianeta rosso occorrono diversi mesi di viaggio. Ammesso che ci si arrivi, molte delle tecnologie per sopravvivervi e tornare indietro semplicemente non esistono.
Ecco che allora Trump potrebbe decidere di staccarsi dalla rotta di Musk e tornare a guardare la Luna, dove la Cina ha annunciato di voler sbarcare entro il 2030. La risposta al dilemma Marte o il satellite, alla fine, potrebbe essere quella suggerita dall’ex capo della Nasa Bill Nelson: “Sospetto che al presidente piacerebbe essere in carica quando ritorneremo sulla Luna dopo mezzo secolo, con 5 o 6 miliardi di persone a guardare”.