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Cutro, due anni dopo: sulla spiaggia la veglia notturna. Schlein: “Il governo dia risposte”

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L’iniziativa per ricordare i 94 migranti morti nel naufragio. Presenti alcuni dei superstiti della strage e i familiari delle vittime. Il vicepresidente Cei, Savino: “Non diventare complici di chi affronta la questione migratoria con un approccio securitario”
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CUTRO (CROTONE) – È buio fitto a Steccato di Cutro. Una brezza leggera increspa le onde di un mare senza orizzonte, scuro come la pece. Fa freddo. Ma non c’è la burrasca che due anni fa, a questa stessa ora “che non ha più sorelle”, fece perdere la rotta a un caicco stipato di migranti, lo scaraventò contro una secca: spezzato in due e colato a picco in un amen, a pochi metri dalla riva. Morirono in 94, almeno: l’avverbio dell’incertezza coniugato con la conta dei dispersi, tuttora impossibili da quantificare. Trentaquattro erano bambini, le loro voci impresse sui nastri della Guardia costiera: “Papà tutto a posto, sto bene, sono arrivato in Italia, stai tranquillo papà” urlava nel telefonino Sultan al Molki, siriano di 6 anni, qualche minuto prima del naufragio. È rimasto per oltre due ore in balia delle correnti, ha provato a restare aggrappato al legno che lo teneva in vita, ma i soccorsi non arrivavano più e lui si è lasciato andare, per il gelo, lo spavento, annegato. Il corpicin…

CUTRO (CROTONE) – È buio fitto a Steccato di Cutro. Una brezza leggera increspa le onde di un mare senza orizzonte, scuro come la pece. Fa freddo. Ma non c’è la burrasca che due anni fa, a questa stessa ora “che non ha più sorelle”, fece perdere la rotta a un caicco stipato di migranti, lo scaraventò contro una secca: spezzato in due e colato a picco in un amen, a pochi metri dalla riva. Morirono in 94, almeno: l’avverbio dell’incertezza coniugato con la conta dei dispersi, tuttora impossibili da quantificare. Trentaquattro erano bambini, le loro voci impresse sui nastri della Guardia costiera: “Papà tutto a posto, sto bene, sono arrivato in Italia, stai tranquillo papà” urlava nel telefonino Sultan al Molki, siriano di 6 anni, qualche minuto prima del naufragio. È rimasto per oltre due ore in balia delle correnti, ha provato a restare aggrappato al legno che lo teneva in vita, ma i soccorsi non arrivavano più e lui si è lasciato andare, per il gelo, lo spavento, annegato. Il corpicino esanime rinvenuto più a sud, a faccia in giù, come il piccolo Aylan.

La veglia sulla spiaggia

Alle 4 del mattino le candele illuminano la distesa di sabbia che separa la terraferma dallo Ionio, il braccio magnogreco del Mediterraneo diventato ormai un cimitero. Gli sguardi dei sopravvissuti incrociano quelli dei familiari delle vittime. Dei pescatori che estrassero dall’acqua i primi cadaveri e adesso in mare non ci vogliono tornare più: “Non ce la faccio, ho paura, il ricordo di quei ragazzini morti, con gli occhi spalancati, mi perseguita ancora adesso”, sussurra con un filo di voce Vincenzo Luciano, il più anziano di loro. Nel secondo anniversario della strage, sono di nuovo tutti qui, sulla spiaggia di Cutro. Madri orfane e figli senza padri, giovani, vecchi, attivisti: tutti insieme raccolti in preghiera. A invocare giustizia, ma non quella divina: la giustizia degli uomini, dei potenti del mondo che non vogliono vedere la disperazione degli ultimi in fuga da guerre, carestie, persecuzioni; preoccupati di difendere i loro confini, li respingono. Anche a costo di ucciderli.

In cerchio, davanti al sacrario delle suppellettili restituite dalla risacca – due minuscole felpe, la targa sbrecciata del caicco, tanti peluche, persino un biberon - si recita prima la prece musulmana, quindi tocca a monsignor Francesco Savino intonare l’orazione cristiana. “In questo luogo abbiamo tutti bisogno di silenzio, di fare memoria per non diventare complici di chi pensa di affrontare la questione migratoria con un approccio securitario, convinti che queste persone siano un problema anziché una risorsa”, tuona il vicepresidente della Cei. “La diversità di culture, di religioni, è sempre una ricchezza, mai un ostacolo. Quando oggi sento parlare di deportazioni, quando vedo fratelli e sorelle in catene, mi dico: ma dove siamo arrivati? La soluzione non sono i muri e i fili spinati. Non ci ha insegnato niente la banalità del male? Ciò che mi preoccupa è il male della banalità”. Il padre nostro recitato come una nenia che accompagna il lutto e prova a consolare gli afflitti.

Le testimonianze dei sopravvissuti

Elly Schlein è proprio lì accanto, unica figura istituzionale a partecipare alla cerimonia, insieme a un piccolo gruppo di esponenti pd: i parlamentari calabresi Nico Stumpo e Nicola Irto, Paolo Ciani, Sandro Ruotolo, Marta Bonafoni. Si commuove, la segretaria, ad ascoltare il grido di dolore dei sopravvissuti. “La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ci aveva promesso che avrebbe fatto venire qua le nostre famiglie, dopo due anni siamo ancora in attesa”, denuncia Assad, che nel naufragio ha perso un fratellino di 7 anni e lo zio. Anche Layla, una pakistana che non sa più niente della sorella, è delusa: “Abbiamo sentito tante parole, ma dei ricongiungimenti non si sa più nulla. Ora vivo in Germania, ma così è dura”. Raccontano tre profughi bengalesi, una ventina d’anni a testa: “Quindici giorni dopo il naufragio, dalla prefettura di Crotone ci hanno chiamato per farsi dare i nomi dei nostri familiari da far arrivare in Italia. Nessuno ci ha più ricontatati da allora”. Schlein è turbata: “Per noi”, replica stringendosi a loro, “è fondamentale essere qui, anche quest’anno, a commemorare i 94 morti, più di 30 bambini, e non si sa quanti dispersi. Siamo qui, accanto ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime, per chiedere insieme a loro verità e giustizia per quanto è accaduto. Ribadendo la stessa domanda che facciamo da due anni: perché non sono partiti mezzi adeguati per soccorrere l’imbarcazione sulla quale viaggiavano i migranti? Perché la Guardia costiera non è intervenuta subito? C’è un’inchiesta della magistratura, e questa non ci compete. Ma c’è un interrogativo politico che ancora aspetta risposta. E noi continueremo a insistere perché il governo la dia. E attivi subito i corridoi umanitari che erano stati promessi”.

La corona di fiori

Aveva un nome romantico l’imbarcazione partita da Izmir, in Turchia, il 21 febbraio 2023: “Summer love”, amore estivo, come quello - ma meno fugace - che gli oltre 180 migranti salpati alla ricerca di futuro speravano di trovare all’approdo in Europa. Un “carico residuale” come un altro, secondo la cinica definizione del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, su cui grava la responsabilità politica - che quella penale, secondo l’inchiesta in corso, sarebbe imputabile a sei ufficiali e sottufficiali in servizio la notte del naufragio - di non essere intervenuto in tempo, non aver saputo, forse voluto, interpretare l’alert lanciato da Frontex che avrebbe potuto salvarli tutti. Proprio quella comunicazione d’emergenza che la premier Meloni, a caldo, aveva negato fosse mai stata ricevuta dall’Italia. Una bugia per coprire la vergogna di una strage che tanti, sulla spiaggia di Cutro, chiamano “di Stato”. Alle cinque del mattino, una corona di fiori viene lanciata in mare: ultimo omaggio ai caduti di una guerra che nessuno di chi è qui adesso avrebbe voluto combattere.

Mohammad Jasser è uno di loro. Ha iniziato il viaggio con un amico che non ce l’ha fatta. Lui, palestinese di 21 anni, è ancora incredulo: “Io non so nuotare, avrei dovuto fare la stessa fine. Quando abbiamo avuto l’incidente sono caduto in mare, mi sono aggrappato a un pezzo di legno. E’ stato orribile, i soccorsi hanno impiegato ore ad arrivare. Ma forse doveva andare così. Forse, se fossi rimasto a Gaza, a quest’ora sarei morto. Hanno bombardato la mia casa, ucciso i miei nonni e quasi tutta la mia famiglia, mia madre è in ospedale, ferita. Il governo italiano ci aiuti a riportare da noi gli ultimi affetti che ci restano”.

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