«Non si scende dalla Croce di Cristo. Mai. Ce lo insegna San Giovanni Paolo II, che non lo fece nemmeno dopo il gravissimo attentato del 1981 e tantomeno 24 anni dopo, quando la malattia lo costrinse a stare a letto fino alla fine, senza voce, senza poter parlare, privo di forze, servendo la Chiesa col cuore, con l’anima e con mente lucida. E sono sicuro che lo stesso farà papa Francesco, per la cui guarigione tutto il mondo sta pregando: guiderà la Chiesa fino a quando Dio vorrà, restando saldamente abbracciato alla croce, senza nessun passo indietro».
La voce che arriva da Cracovia, città della quale è arcivescovo emerito, in Polonia, è quella del cardinale Stanislao Dziwisz, per oltre quarant’anni storico segretario personale di Giovanni Paolo II, accanto al quale rimase fino alla scomparsa, la sera del 2 aprile 2005.
Vent’anni dopo, il mondo intero sta rivivendo la stessa apprensione provata durante gli ultimi giorni di vita di papa Wojtyla, pur con tempi, modalità e malattie diff…
«Non si scende dalla Croce di Cristo. Mai. Ce lo insegna San Giovanni Paolo II, che non lo fece nemmeno dopo il gravissimo attentato del 1981 e tantomeno 24 anni dopo, quando la malattia lo costrinse a stare a letto fino alla fine, senza voce, senza poter parlare, privo di forze, servendo la Chiesa col cuore, con l’anima e con mente lucida. E sono sicuro che lo stesso farà papa Francesco, per la cui guarigione tutto il mondo sta pregando: guiderà la Chiesa fino a quando Dio vorrà, restando saldamente abbracciato alla croce, senza nessun passo indietro».
La voce che arriva da Cracovia, città della quale è arcivescovo emerito, in Polonia, è quella del cardinale Stanislao Dziwisz, per oltre quarant’anni storico segretario personale di Giovanni Paolo II, accanto al quale rimase fino alla scomparsa, la sera del 2 aprile 2005.
Vent’anni dopo, il mondo intero sta rivivendo la stessa apprensione provata durante gli ultimi giorni di vita di papa Wojtyla, pur con tempi, modalità e malattie differenti, e con un Pontefice — Jorge Mario Bergoglio — alla testa della Chiesa dalla stessa stanza del Policlinico Gemelli che ospitò Giovanni Paolo II per ben sei ricoveri durante i suoi 27 anni di pontificato.
«Non è solo la stessa stanza d’ospedale ad accomunare questi due grandi Papi. Entrambi, avanti con gli anni, in lotta con gravi malattie invalidanti, senza poter parlare in pubblico a causa di problemi legati alla voce, costretti a comunicare con parole scritte e lette dai loro collaboratori nelle omelie e negli Angelus, senza però mai abdicare alla guida della Chiesa, entrambi testimoni di una teologia del dolore fisico e del corpo malato che colpisce tutti, credenti e non credenti».
Eppure, cardinale Dziwisz, come avvenne con Giovanni Paolo II anche per papa Francesco non sono poche le voci, persino dall’interno del Vaticano, che adombrano la possibilità che possa dimettersi se la salute dovesse peggiorare. Secondo lei Bergoglio cosa farà?
«San Giovanni Paolo II, al di là delle voci che venti anni fa si rincorrevano dentro e fuori la Santa Sede su eventuali dimissioni papali, servì la Chiesa fino alla fine dalla camera da letto dell’appartamento del Palazzo Apostolico. La stessa cosa sta facendo papa Francesco dal Gemelli. Amiamo credere che non si arrenderà mai: come Wojtyla anche Bergoglio sa che la Croce di Cristo non si abbandona mai e che tutto è nelle mani del Signore. E ce lo sta dimostrando con mirabile forza e inesauribile volontà di servizio. Non possiamo che essergli profondamente riconoscenti perché non solo la Chiesa, ma tutto il mondo ha bisogno di lui».
Papa Francesco è stato costretto a limitare il lavoro perché sta combattendo contro la malattia. E le previsioni non sono rosee. È preccupato?
«Il male che lo attanaglia ancora non è stato debellato. E non mancano momenti di crisi, come apprendiamo dai bollettini quotidiani. Da lontano di più non sappiamo. Ma sappiamo che tutto il mondo si sta stringendo intorno al nostro Papa con calore e affetto. Nelle chiese, nei conventi, nei ritiri, ma anche individualmente, a milioni stanno pregando per la sua guarigione con la stessa intensità con cui i cristiani della prima comunità di Gerusalemme pregavano durante i giorni di prigionia di San Pietro. È tutta la Chiesa che sta simbolicamente accanto al letto di papa Francesco con la preghiera e la speranza che la grazia divina possa ridargli la salute».
Anche negli ultimi giorni, con i suoi messaggi, Francesco continua a condannare le guerre in corso e a invocare la pace, scrivendo, tra l’altro, che «dall’ospedale si vede ancora meglio come siano inutili e pericolosi i conflitti armati».
«Certamente è così. Il nostro Papa ogni giorno invoca il dono della pace. Pur non potendo parlare in pubblico, la sua voce si leva forte e chiara su un mondo funestato da scontri e conflitti. È una voce che siamo certi continuerà a farsi sentire, pur dal chiuso dell’ospedale e quando rientrerà in Vaticano dalla sua residenza di Santa Marta. Francesco non è solo il nostro padre, è la più alta figura morale che ha a cuore le sorti dell’umanità intera. Tutto il mondo ha bisogno di lui. Preghiamo perché Dio gli conceda il dono della guarigione e ce lo conservi a lungo».
Come sta reagendo la Chiesa polacca alle notizie che arrivano ogni giorno da Roma in merito alle condizioni del Pontefice?
«C’è preoccupazione e grande apprensione. Inutile negarlo. E per questo anche in tutte le chiese polacche si sta pregando, si celebrano messe di guarigione, si recitano rosari. Altro forte momento giornaliero, le preghiere che si levano nelle chiese per Santa Faustina Kowalka, la popolare santa polacca canonizzata dallo stesso papa Wojtyla in occasione del Giubileo del 2000, affinché interceda per la guarigione di papa Francesco. È quello che stanno facendo tutte le comunità polacche sparse nel mondo. Anche in Italia e a Roma. Siamo come figli che pregano per il loro padre».