Funambolica Giulia: “La mia vita sul filo tra paura e leggerezza”
di Maurizio CrosettiLa funambola Giulia Cammarota attraversa la piazza del Comune di Moncalieri in occasione del Mooncalieri Festival, il 29 novembre 2024
Le rondini, le antenne tivù, qualche grondaia, le nuvole, le gocce di pioggia, forse gli angeli. E Giulia. C’è tutto un mondo lassù. Ma per vederlo, servono il naso per aria e l’incanto dei bambini. E poi, è meglio sapere che la leggerezza non è una questione di peso. «Io, 45 chili. Però non è questo il punto». Il punto è l’equilibrio.
Giulia Cammarota cammina sul filo, un po’ come tutti, però lei lo fa in cielo: cento metri di cavo tra un palazzo e una gru, e poi andare, un passo per volta. Si chiamano “acrobati da grandi altezze” e in Italia c’è soltanto una donna tra loro: Giulia. «Tutti pensano che il problema sia, appunto, l’altezza, invece è la lunghezza del percorso: perché l’altezza è anche un fatto mentale, il gesto in fondo è sempre quello, si passeggi a venti metri da terra oppure a uno soltanto. Il gesto è lo stesso, ma il contesto no: e bisogna arrivare in fondo, magari con il cavo bagnato dalla pioggia che incolla le scarpette invece di farle scivolare avanti. Bisogna c…
Le rondini, le antenne tivù, qualche grondaia, le nuvole, le gocce di pioggia, forse gli angeli. E Giulia. C’è tutto un mondo lassù. Ma per vederlo, servono il naso per aria e l’incanto dei bambini. E poi, è meglio sapere che la leggerezza non è una questione di peso. «Io, 45 chili. Però non è questo il punto». Il punto è l’equilibrio.
Giulia Cammarota cammina sul filo, un po’ come tutti, però lei lo fa in cielo: cento metri di cavo tra un palazzo e una gru, e poi andare, un passo per volta. Si chiamano “acrobati da grandi altezze” e in Italia c’è soltanto una donna tra loro: Giulia. «Tutti pensano che il problema sia, appunto, l’altezza, invece è la lunghezza del percorso: perché l’altezza è anche un fatto mentale, il gesto in fondo è sempre quello, si passeggi a venti metri da terra oppure a uno soltanto. Il gesto è lo stesso, ma il contesto no: e bisogna arrivare in fondo, magari con il cavo bagnato dalla pioggia che incolla le scarpette invece di farle scivolare avanti. Bisogna cercare l’equilibrio perfetto che non esiste: è solo armonia del movimento tra costanti disequilibri».
Questa donnina fatta d’aria deve, prima di tutto, superare il problema del peso, non quello della leggerezza.
«Il peso dell’attrezzatura che carico e scarico dalla mia Punto per andare ad allenarmi al Parco Europa di Cavoretto, sulla collina torinese. Venti metri di cavo d’acciaio arrotolato, e poi l’argano per metterlo in tensione tra due alberi, fasciandoli per proteggere la corteccia. E devo fare tutto da sola. Ma alla fine della fatica comincia il lavoro di testa, non sulle gambe o sui piedi». L’acrobata zen, che misteriosa creatura. «L’equilibrio è una questione mentale, non fisica».
Anche i funamboli partono dal basso dove il resto del mondo, quasi tutto, poi rimane. Giulia pensava di restare al circo e, prima ancora, alla scuola dell’infanzia: «Ci lavoravo come cuoca, e ancora adesso mia mamma mi segnala mestieri alternativi al cavo, aziende che cercano personale, cose così… È preoccupata e la capisco, ma non deve avere paura, non più di quella che ho io e che ho imparato a gestire. Il circo: mi sono diplomata lì, e non pensavo alle altezze. Cavo e bilanciere li ho scoperti più avanti, grazie al mio maestro Andrea Loreni: partecipai a un bando e mi presero. Da allora, il cavo si è alzato ed è diventato anche più lungo, un poco alla volta. Una notte mi accadde di sognare che una funambola mi invitava a salire, è stata la chiamata del mio dàimon».
L’ultima passeggiata tra le nuvole, Giulia Cammarota l’ha fatta a fine novembre a Moncalieri. «Abbiamo teso il cavo tra il palazzo comunale e una gru: a un certo punto è scesa la nebbia, e io ho continuato l’esercizio a sensazione. Le scarpette si bloccavano sul bagnato, sentivo freddo, e allora ho fatto quello che si deve fare sempre: pensare un passo per volta. Il vuoto può aprirsi dentro di noi, più che sotto i piedi. A quel punto si deve procedere per centimetri, momento per momento, nella presenza. Credo sia una dimensione da cercare anche nella vita quotidiana. Non occorre diventare acrobati per imparare a non farsi travolgere dalle emozioni».
Le rondini, le tegole, gli aeroplani, il vento là in alto e poi la paura. «Con il tempo ho imparato a non demonizzarla. Esiste, e deve avere il giusto spazio, ma non di più. E poi c’è anche un lato buono: il lato buono della paura è l’attenzione. La mia paura la porto con me, accetto che ci sia e non solo quando cammino sul filo. Compresa la paura della morte o di qualche incidente. La meditazione è una forma essenziale di allenamento, anche se forse non è questa la parola giusta. Per passeggiare per cento metri senza niente sotto, bisogna ripulirsi dentro».
Anche il tempo, lassù, perde la sua misura: «Si dilata e si allunga. L’ultima performance non è durata più di sette minuti, ma li ho sentiti come un’eternità. Non tanto per via dell’altezza, quanto per la lunghezza del cavo: più si estende davanti a te, maggiori e differenti diventano le oscillazioni. Per questo motivo, anche i gesti alla ricerca dell’equilibrio devono cambiare, bisogna sentirli e poi adattarli».
Ci sarebbe pure la solitudine. «L’altra mia compagna, insieme alla paura. L’artista è abbastanza solo, viene visto come il tipo un po’ strano, ma anche a questo ci si abitua, lo sanno bene i miei amici del circo ormai tanto cambiato: è diventato un insieme di arti che si sposano, più che di esibizioni». Il circo dove Giulia ha imparato a non cadere si chiama Vertigo, nulla è per caso: «Le vertigini esistono. Io, per esempio, in montagna ne ho tantissime e allora penso: magari ci fosse un cavo». Nessuno cammina nel vuoto senza appoggiarsi a niente.