L’ultima volta che ha visto sua madre aveva nove anni. Lo ha lasciato in Eritrea con la nonna e ha preso la strada per la Libia. «Forse era su quella barca, di lei non abbiamo saputo più nulla». La barca è quella affondata davanti a Lampedusa il 3 ottobre del 2013, 368 morti. Dodici anni dopo, in una baracca di Kampala in Uganda, Alexander che ora di anni ne ha 22 mostra il suo cellulare a una giovane dottoressa arrivata dall’Italia. La foto dello sfondo mostra una bellissima donna, lunghi capelli lisci e neri, sembra una modella. Ok Alex, quasi certamente tua madre è morta in quel naufragio e il suo corpo — gli dice con dolcezza la dottoressa — è sepolto in un cimitero in Sicilia. Ti senti pronto a guardare una foto e a dirci se è lei? «Si, certo». La foto è brutta, il viso è deformato dall’acqua, sei sicuro di volerlo fare?«Sì». E quando la cartellina con i volti delle tante vittime senza nome dei naufragi del Mediterraneo si apre davanti a lui, ne indica senza esitare uno: «È lei».…
L’ultima volta che ha visto sua madre aveva nove anni. Lo ha lasciato in Eritrea con la nonna e ha preso la strada per la Libia. «Forse era su quella barca, di lei non abbiamo saputo più nulla». La barca è quella affondata davanti a Lampedusa il 3 ottobre del 2013, 368 morti. Dodici anni dopo, in una baracca di Kampala in Uganda, Alexander che ora di anni ne ha 22 mostra il suo cellulare a una giovane dottoressa arrivata dall’Italia. La foto dello sfondo mostra una bellissima donna, lunghi capelli lisci e neri, sembra una modella. Ok Alex, quasi certamente tua madre è morta in quel naufragio e il suo corpo — gli dice con dolcezza la dottoressa — è sepolto in un cimitero in Sicilia. Ti senti pronto a guardare una foto e a dirci se è lei? «Si, certo». La foto è brutta, il viso è deformato dall’acqua, sei sicuro di volerlo fare?«Sì». E quando la cartellina con i volti delle tante vittime senza nome dei naufragi del Mediterraneo si apre davanti a lui, ne indica senza esitare uno: «È lei». Piange, le lacrime gli rigano il viso, si alza e va a lavarsi, poi torna e piange di nuovo. Infine abbraccia la donna arrivata dall’Italia. «Grazie, grazie, sono triste ma sollevato dal non dovere più vivere con la speranza che fosse ancora viva. Non avrei mai pensato che dopo 12 anni, qualcuno venisse dall’Italia a cercarmi».
Per le prime 24 ore le tante famiglie eritree rifugiate in Uganda si sono chieste chi fossero queste persone planate da un altro mondo a fare domande, chiedere informazioni personali, mostrare foto di uomini e donne senza vita, offrire il prelievo del Dna. La giovane dottoressa è Annalisa D’Apuzzo, specializzanda all’ultimo anno di Medicina legale “arruolata” nelle fila del Labanof, il laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’Università di Milano, fondato trent’anni fa dalla professoressa Cristina Cattaneo. «Dai naufragi del 2013 a Lampedusa a quello con più di mille persone del 2015, quello che ci fa andare avanti è l’importanza di rendere i morti ai loro cari. È un diritto quello di sapere un familiare è vivo o morto, anche dopo 10 anni», dice. È stata lei ad accogliere con entusiasmo l’invito di Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre, a tentare la strada della missione in Uganda per dare risposte ad alcune famiglie che nel naufragio di Lampedusa hanno perso i loro cari. Eritreo anche lui, oggi cittadino italiano, è stato contattato da un paio di famiglie che avrebbero voluto fornire il loro Dna per un eventuale riconoscimento. «Eravamo partiti per incontrare due famiglie ma poi il tam tam della comunità eritrea ha diffuso la notizia della nostra presenza e alla fine abbiamo prelevato ben 11 Dna, raccolto una enorme mole di informazioni e di dati che spero consentiranno al Labanof e alla Polizia scientifica di identificare con certezza altre vittime», dice Brhane. Nei due giorni trascorsi in Uganda il suo telefonino non ha smesso mai di squillare. «Prima le persone che abbiamo contattato erano spaventate, non capivano bene chi fossimo, perché dopo tanti anni ci presentavamo lì a fare domande — racconta la dottoressa D’Apuzzo — siamo andati in posti incredibili, baracche spesso senza acqua né luce, un letto dove dormivano in tanti, le interviste e i prelievi fatti alla sola luce della torcia del nostro cellulare».
Così è andata con Mulugueta, cinquantenne eritreo che ha perso la sorella. «Sono stato tanti anni in carcere in Eritrea e non vedo Genet da molto tempo, ma se mi mostrate una foto sono sicuro di non sbagliarmi», le sue parole a D’Apuzzo e Brhane. Che hanno fatto fatica a trattenere l’emozione davanti a quest’uomo che, riconosciuta la sorella, è passato dal pianto convulso alle urla e persino alle risate per finire con una preghiera a braccia alzate.
Due i riconoscimenti firmati dai familiari che ovviamente adesso dovranno essere confermati dalle analisi del Labanof prima che la pratica venga passata al Commissariato per le persone scomparse del Viminale. «Ma abbiamo raccolto una grande mole di elementi utili, foto dei familiari, informazioni, particolari fisici delle persone disperse. Anche tutto quello che si trova sui profili social ci è enormemente utile, oltre all’esame del Dna che non sempre — spiega la professoressa Cattaneo — è risolutivo. Tranne, per esempio per il migliaio di vittime recuperate dopo mesi dalla stiva del peschereccio affondato nel Mediterraneo il 15 ad aprile 2015 di cui sono rimaste solo ossa, ma ne abbiamo comunque identificate una cinquantina».
La missione in Uganda è una tappa della battaglia per l’istituzione di una banca europea del Dna che Tareke Brhane conduce da tempo: «Non esiste neanche un registro delle vittime — dice — e le famiglie non sanno a chi rivolgersi. Chiediamo che prima di seppellire una vittima di un naufragio venga prelevato il Dna e catalogato in una banca dati, ma quasi mai si fa. Neanche a Cutro si è voluto farlo».