“Diventerò astrofisica”, storie al femminile dal sogno alla realtà
Brunella GiovaraRiccarda de Eccher, alpinista e artista, era destinata all’azienda di famiglia ma, dice di sè, “ero deviante rispetto alla strada tracciata”
TORINO – In una nuvola di polvere, emerge il sogno di Lucie Branco. Diventare scalpellina, come è stato. E voi potreste domandare: ma perché, desiderare un lavoro così duro, seppure antico e nobile? E perché Debora Rizzetto ha lasciato il suo molto tranquillo impiego di orafa, per dedicarsi alle api (e solo alle regine) e anima e corpo? Bisogna quindi entrare nell’austero Museo del Risorgimento di Torino, a cercare risposte nella mostra Professional Dreamers, e guardare in faccia 15 donne di vari mestieri, raccontate da 94 scatti di Tiziana e Gianni Baldizzone, e i profili di Remigia Spagnolo.
Eriko Horiki, artista di washi, era impiegata di banca che ha lasciato per dedicarsi all’arte della carta. I colleghi maschi per tre anni non le hanno rivolto la parola
Una psicologa del lavoro, che spiega: «La carriera è il disegno concepito dall’azienda, che può coincidere o meno con l’aspi…
TORINO – In una nuvola di polvere, emerge il sogno di Lucie Branco. Diventare scalpellina, come è stato. E voi potreste domandare: ma perché, desiderare un lavoro così duro, seppure antico e nobile? E perché Debora Rizzetto ha lasciato il suo molto tranquillo impiego di orafa, per dedicarsi alle api (e solo alle regine) e anima e corpo? Bisogna quindi entrare nell’austero Museo del Risorgimento di Torino, a cercare risposte nella mostra Professional Dreamers, e guardare in faccia 15 donne di vari mestieri, raccontate da 94 scatti di Tiziana e Gianni Baldizzone, e i profili di Remigia Spagnolo.
Eriko Horiki, artista di washi, era impiegata di banca che ha lasciato per dedicarsi all’arte della carta. I colleghi maschi per tre anni non le hanno rivolto la parola
Una psicologa del lavoro, che spiega: «La carriera è il disegno concepito dall’azienda, che può coincidere o meno con l’aspirazione di ciascuno, il disegno intimo della persona…». Ma se non coincide, si può sognare di fare il famoso salto, per realizzare il desiderio di una vita diversa (a che costo, è altro discorso).
O impegnarsi fin dall’inizio, contro convenzioni, società e famiglia, a realizzare proprio quel sogno e nessun altro. Più facile per gli uomini che per le donne, spiega Riccarda de Eccher, destinata all’azienda di famiglia «ma deviante rispetto alla strada tracciata». Al primo corso di roccia, «che sarà stato nel ’72, il direttore commentò il mio 5° grado dicendo così: “È bravetta, ma al primo paio di braghe che passa, non la vediamo più”». Il brav’uomo intendeva che certo, c’era della stoffa, ma il fattore femminile era un ostacolo, per una vera carriera alpinistica. Poi, lei ha fatto Everest, Annapurna, Ande, le amate Dolomiti, aprendo molte vie famose, e invece di quel tipo si sono perse le tracce, «uno che mi negava la passione».
Debora Rizzetto, allevatrice di api regine, ha lasciato il suo molto tranquillo impiego di orafa per consacrarsi ai nobili insetti sociali
Quindi, se c’è un messaggio che esce — ed esce — è che non bisogna rinunciare all’idea di futuro che si ha, perciò la mostra è al Museo Nazionale del Risorgimento, dove si celebra «il sogno dell’indipendenza di questo Paese, e ora anche le aspirazioni, l’impegno e la tenacia di queste donne», diceva ieri la presidente Luisa Papotti. Non è epica, e può essere un buon esempio, per chi ci voglia accompagnare figlie e figli.
Annalisa Buffo, neuroscienziata al NICO, università di Torino: «Questa è la foto che mi rappresenta», si vede un grande albero «che è un elemento anche estetico, ma ho capito di voler cercare la stessa armonia nello studio delle cellule che formano il cervello», e in effetti è stupefacente, accostare quei rami alla struttura dei neuroni. «La mia famiglia non voleva che studiassi biologia, avrebbe preferito una professione più chiara. Il medico, ad esempio».
Armelle Chiari, fonditrice nei Compagnons du Devoir. Già sarta, poi passata al metallo
«Mio padre voleva che diventassi musicista, perché lui lo era». La madre invece l’ha spinta sulla strada che voleva Elisabetta Ajanì, oggi scenografa, e fin da bambina «preparavo spettacoli per i miei amici, in garage, con materiali di recupero». E se ripensa a quel tempo, «è stata una questione di tenacia, oltre che di Dna. Volevo fare quello. Però era difficile». Appena diplomata all’Accademia di Belle arti «sono andata alla Rai, piombando nell’ufficio del direttore. A dire “io esisto”, a mostrargli la cartella dei miei lavori». Si può immaginare lo sbalordimento di quello, «però mi ha proposto un lavoro» e da lì ha lavorato con Dario Argento, Peter Greenaway, Carlo Lizzani, oltre a insegnare scenografia in quella stessa Accademia.
E Chloè Meyzie, direttrice d’orchestra? Ha iniziato come sassofonista, poi ha cambiato direzione, diplomandosi in conduzione alla Scuola Normale di musica di Parigi. E l’astrofisica Patrizia Caraveo, famosa per le ricerche sulle stelle di neutroni, e premio Enrico Fermi nel 2021, è anche una delle «100 donne contro gli stereotipi per la scienza». E Armelle Chiari, già sarta, poi passata al metallo. Fonditrice (una delle poche al mondo) nei Compagnons du Devoir, così come la scalpellina Branco, e per entrare in queste istituzioni maschili da secoli, hanno respirato molta e vera polvere.
Patrizia Caraveo, astrofisica, è una delle “100 donne contro gli stereotipi per la scienza” ed è famosa per le sue ricerche sulle stelle di neutroni
«Talvolta bisogna proprio lottare, per raggiungere il proprio sogno», dice la psicologa Spagnolo, che le ha intervistate tutte e a lungo. «Talvolta conviene davvero cambiare strada, per arrivare più vicini alla nostra parte più autentica». Così l’impiegata di banca Eriko Horiki si è buttata nel mondo della carta giapponese fatta a mano, senza peraltro riuscire ad entrare nella comunità degli artigiani, che la rifiutavano. E ci ha messo 3 anni, ma alla fine le hanno rivolto la parola.
E sì, ci vuole forza, e anche un certo coraggio, per raggiungere non tanto il successo, quanto la realizzazione del proprio desiderio di vita. E pensate solo alla forza fisica di Elisabetta Mijno, paraplegica da quando aveva 5 anni, specialista nell’arco ricurvo, bronzo individuale ai Giochi di Parigi. Una delle poche atlete paralimpiche a gareggiare per la nazionale non paralimpica. Poi è anche chirurga al Cto di Torino, ma di fronte a così tante medaglie, sembra quasi un dettaglio.