8 marzo, la marea fucsia di “Non una di meno” torna in piazza: scioperi, sit-in e cortei in 60 città
di Viola GiannoliLa marea fucsia torna in piazza. “Lotto, boicotto e sciopero” è lo slogan scelto per l’8 marzo. Non una festa della donna. Non una di meno, il movimento nato in Argentina nel 2015 e arrivato l’anno dopo anche in Italia, chiama a uno “sciopero transfemminista contro violenza, guerra e povertà”. Una giornata, cioè, di “sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dei consumi, dai ruoli imposti dal genere”. Proclamato anche da alcuni sindacati come Cobas Slai, Settore pubblico e privato, Usb Lavoro privato, Cub sanità e Clap.
Nell’appello alla mobilitazione che coinvolge più di 60 città da Roma ad Ancona, da Torino a Pisa, da Palermo a Cagliari, si legge: “Abbattiamo i ruoli e le aspettative di genere, per boicottare la riproduzione di un sistema sociale sempre più violento…
La marea fucsia torna in piazza. “Lotto, boicotto e sciopero” è lo slogan scelto per l’8 marzo. Non una festa della donna. Non una di meno, il movimento nato in Argentina nel 2015 e arrivato l’anno dopo anche in Italia, chiama a uno “sciopero transfemminista contro violenza, guerra e povertà”. Una giornata, cioè, di “sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dei consumi, dai ruoli imposti dal genere”. Proclamato anche da alcuni sindacati come Cobas Slai, Settore pubblico e privato, Usb Lavoro privato, Cub sanità e Clap.
Nell’appello alla mobilitazione che coinvolge più di 60 città da Roma ad Ancona, da Torino a Pisa, da Palermo a Cagliari, si legge: “Abbattiamo i ruoli e le aspettative di genere, per boicottare la riproduzione di un sistema sociale sempre più violento e autoritario”.
“Chi sostiene la cultura patriarcale parla della sicurezza come ordine, controllo, repressione e punizione. Rispondiamo che la sicurezza è l’educazione alla sessualità, alle emozioni e al consenso come materia curricolare fin dalle primarie, i servizi sociali per tutte e tutti, i centri antiviolenza femministi con finanziamenti adeguati e strutturali, il diritto alla salute e all'autodeterminazione, l’aborto libero, sicuro gratuito, il supporto ai percorsi di affermazione di genere, finanziare veri percorsi di autonomia e fuoriuscita dalle relazioni violente, accordare i tempi dei processi penale e civile, rigettare la Pas dai tribunali, fermare la vittimizzazione secondaria”, scrivono le attiviste.
E ancora: “La sicurezza è il salario minimo, stipendi dignitosi e contratti adeguati, il reddito di autodeterminazione, un piano casa, affitti calmierati, quartieri vivibili con spazi verdi e di socialità, contro la solitudine e l'emarginazione”.
“La nostra sicurezza – aggiungono – è riconoscere la cittadinanza alle seconde generazioni, abrogare le leggi sull’immigrazione volte a creare clandestini e clandestine, rompere gli accordi italo-libici, aprire le frontiere e chiudere i Cpr in Italia e in Albania. La sicurezza è demilitarizzazione”.
E allora lo sciopero diventa manifestazione “contro la guerra perché l’escalation bellica è esponenziale”, “contro il governo Meloni e l'asse dei governi ultra-reazionari", “contro il ddl sicurezza che esaspera norme di segregazione e punizione della povertà e della criminalizzazione del dissenso”.
La sfida è un inusuale sciopero di sabato per “risignificare e riappropriarsi di una pratica per tutte quelle persone che ne sono sempre state escluse: i lavoratori sfruttati, precari, informali, gratuiti, ibridi, in nero, non riconosciuti come tali, per trovare insieme modi di lotta che consentano l’astensione da ogni forma di lavoro a cominciare da quello di cura nei contesti familiari dato per scontato”.
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In più di 60 città allora, per tutta la giornata, si svolgeranno cortei, piazze tematiche, presidi, azioni performative, colazioni collettive, assemblee, boicottaggi, passeggiate rumorose, laboratori transfemministi.