Non solo armi. L’Europa ha bisogno anche di medicine. Perché è illogico prepararsi per una guerra con missili e droni quando due terzi dei nostri farmaci provengono dalla Cina o da altri paesi asiatici a lei vicini.
Se dall’oggi al domani ci venissero tagliati antibiotici e anestetici diventerebbe impossibile effettuare interventi chirurgici anche minimi o curare infezioni sia pur banali. Il taglio dei rifornimenti dei medicinali può mettere in ginocchio nel giro di poche settimane tanto la sanità militare quanto quella civile.
La lettera degli 11 ministri
Questo è il ragionamento che ha spinto undici ministri della salute europei (Italia assente, capofila la Germania) a chiedere in una lettera a Euronews che la discussione in atto sul riarmo dell’Europa includa anche i medicinali, essenziali quanto l’artiglieria. Che negli 800 miliardi stimati per il nuovo piano di difesa europea vengano previste fabbriche europee di antibiotici, non solo di proiettili. E che gli arsenali siano riempiti sì di armi e munizioni, ma anche di quei farmaci senza i quali i soldati insieme ai civili rischierebbero di morire senza cure.
“La rischiosa dipendenza dell’Europa in campo di medicinali è il tallone d’Achille della sua strategia di difesa” è il titolo della lettera che i responsabili della Salute di Germania, Spagna, Belgio, Repubblica Ceca, Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Portogallo, Slovenia e Grecia hanno scritto alla vigilia di un appuntamento importante per la Commissione Europea.
I farmaci essenziali quanto le armi
Per martedì 11 marzo infatti è prevista la discussione sul Critical Medicines Act, un provvedimento che la commissione studia dal 2023, da quando dopo il Covid, quando eravamo alla disperata ricerca di mascherine, ci siamo accorti che una qualunque strozzatura nei canali di approvvigionamento sanitari può costare un numero enorme di vite.
I farmaci, chiedono gli undici paesi firmatari, devono diventare beni essenziali alla sicurezza del continente, come già accade negli Stati Uniti, che possono accumularne scorte, ridurne l’esportazione o aumentarne la produzione con un semplice atto del presidente. E’ accaduto durante la pandemia, quando gli impianti della General Motors si misero a costruire apparecchi per la ventilazione meccanica da destinare agli ospedali.
Non che all’Europa manchi un’industria farmaceutica. Il problema è che allo scadere dei brevetti la produzione dei generici si trasferisce in genere nei paesi dell’est. I farmaci meno innovativi come antibiotici, anestetici, antidolorifici, insulina e anticoagulanti sono i protagonisti principali di questa migrazione. Sono però anche fra i pilastri più importanti della medicina di oggi.
L’Europa vulnerabile
“Immaginiamo – scrivono gli undici ministri della Salute – che la catena di approvvigionamento degli antibiotici venga interrotta nel bel mezzo di un conflitto. Non è uno scenario di fantasia, visto che l’’80-90% degli antibiotici del mondo viene prodotto in Asia, principalmente in Cina".
"Senza queste medicine essenziali interventi chirurgici di routine diventerebbero rischiosissimi e infezioni facilmente curabili si trasformerebbero in malattie fatali. Sarebbe facile per un paese straniero trasformare la dipendenza dell’Europa in una vulnerabilità capace di compromettere la sicurezza e la capacità di difesa del continente. Senza antibiotici infatti i nostri sistemi sanitari semplicemente collasserebbero”.
Individuare i medicinali a rischio è uno degli obiettivi del Critical Medicines Act. Non è affatto sicuro però che l’Unione Europea disponga in futuro di fondi ad hoc per la sanità. Il passo che i paesi firmatari della lettera chiedono allora è autorizzare in caso di necessità la Commissione a decretare l’aumento della produzione interna per ridurre la dipendenza dall’Asia, che al momento ci fornisce tra il 60% e l’80% dei nostri farmaci, anche se dal punto di vista economico converrebbe continuare ad importare.
Più potere alla Commissione
“Diventa un imperativo – prosegue la lettera – che l’Unione Europea integri il Critical Medicines Act nella cornice più ampia della sua sicurezza, così come fanno gli Stati Uniti che hanno inserito le catene di approvvigionamento farmaceutiche fra le questioni di sicurezza nazionale”.
Se nel nostro continente dovessero essere individuate delle criticità simili a quelle degli antibiotici, prosegue il documento, “l’Europa deve essere in grado di agire con decisione e incrementare la produzione domestica”.