Garlasco – Nel dizionario non scritto dei grandi delitti italiani è “Alberto”. Per la fisiognomica spicciola che da sempre semplifica e racchiude nei contorni di un meme l’autore di un crimine efferato è il “biondino dagli occhi di ghiaccio”. Alberto Stasi, o anche il “bocconiano gelido”. Il secchione quasi nerd con gli occhialini, il pullover e la camicia botton down. A Garlasco, un po’ per scherzo e un po’ no, prima della mattina dell’orrore qualcuno lo chiamava “Harry Potter”.
Soprannome valgo che si sbriciola come un grissino quando i sospetti iniziali dei media e degli investigatori si saldano con le manette. È il 24 settembre 2007. No, l’ex fidanzato di Chiara, 24 anni, laureando alla Bocconi, non stava scrivendo la tesi…
Garlasco – Nel dizionario non scritto dei grandi delitti italiani è “Alberto”. Per la fisiognomica spicciola che da sempre semplifica e racchiude nei contorni di un meme l’autore di un crimine efferato è il “biondino dagli occhi di ghiaccio”. Alberto Stasi, o anche il “bocconiano gelido”. Il secchione quasi nerd con gli occhialini, il pullover e la camicia botton down. A Garlasco, un po’ per scherzo e un po’ no, prima della mattina dell’orrore qualcuno lo chiamava “Harry Potter”.
Soprannome valgo che si sbriciola come un grissino quando i sospetti iniziali dei media e degli investigatori si saldano con le manette. È il 24 settembre 2007. No, l’ex fidanzato di Chiara, 24 anni, laureando alla Bocconi, non stava scrivendo la tesi di laurea sul pc, come aveva detto ai carabinieri. Gli smanettoni della procura di Vigevano cristallizzano un buco nelle attività sul computer: si saprà poi che quel buco è largo 23 minuti. Il tempo sufficiente e forse necessario — secondo l’accusa, e lo confermeranno tre sentenze sfavorevoli su cinque, compresa quella della Cassazione che nel 2013 annulla la seconda assoluzione di Stasi (in appello) e ordina un appello bis — per uccidere Chiara, tornare a casa a ripulirsi, e inscenare un finto ritrovamento del cadavere.
La versione di “Alberto” (in un’intervista alle Iene nel 2022): «Quando mi chiedono se ho ucciso io Chiara penso che non sanno di cosa stanno parlando». E ancora: «Nell’immaginario comune un innocente in carcere è un qualcuno che soffre all’ennesima potenza. Per me non lo è, semplicemente perché la mia coscienza è leggera. Alla sera quando mi corico io non ho nulla da rimproverarmi».
In fondo a cinque lunghi gradi di giudizio e dopo le annullate assoluzioni del 2009 e 2011, nel 2015, per “Alberto” si sono schiuse le porte del carcere di Bollate: 16 anni in Cassazione (riduzione di un terzo della pena). Il carcere nel milanese è uno dei più soft e sperimentali del circuito penitenziario italiano. Nel 2023, a 39 anni, Stasi inizia a lavorare all’esterno dopo il via libera del tribunale di Sorveglianza: deve 700 mila euro alla famiglia di Chiara Poggi, la gran parte li ha saldati, gli altri li tira su facendo il contabile in un’azienda a Milano.
È un abitudinario, e non solo per gli obblighi restrittivi. Esce la mattina, prende il tram, va in ufficio, pranza con un panino e alle 19 è di nuovo in cella. Quando gli hanno chiesto «perché non ti sei mai pentito?» — il primo a far notare l’assoluta mancanza di ammissione di responsabilità è stato il legale dei Poggi, Gianluigi Tizzoni — Alberto ha risposto così: «Un innocente non si pente, persegue la propria innocenza, e aspetta».
Comunque la si voglia vedere, e al netto di una storia giudiziaria lunga diciotto anni, è dal 13 agosto 2007 che Stasi “aspetta”. «Credo che abbiano ucciso una persona», ma non è sicuro, «forse è viva». Le 13.50 e 24 secondi di quella torrida mattina: la voce di “Alberto” rimbalza alla centrale del 118. Chiede un’ambulanza. La persona che forse hanno ucciso, o forse è viva, è Chiara, la fidanzata, in quei giorni è a casa sola. Un mese e mezzo dopo Stasi viene arrestato: quattro giorni dopo è già fuori, il gip lo scarcera per insufficienza di prove. Nello spazio stretto degli indizi, delle incongruenze, le indagini a suo carico non reggono. Ma per gli investigatori il fatto che sui vestiti e sulle scarpe Lacoste dell’assassino — fin lì presunto — non ci fossero tracce di sangue, sarà poi un indizio.
Le perizie dei Ris dimostreranno che Alberto ha avuto agio nel cambiarsi e che il “ritrovamento” con tanto di recinzione scavalcata (la villetta di via Pascoli) altro non sarebbe stata che una sceneggiata. Per la procura di Vigevano l’omicida è lui. Rinviato a giudizio, assolto nel 2009. La guerra di perizie è un ginepraio. Risultato: anno 2011, assoluzione anche in appello (a Milano). Finché la Cassazione annulla e via, nuovo processo. Ancora Alberto alle Iene, avvocato di se stesso: «Sono stato assolto in primo grado, sono stato assolto in appello, sull’unica condanna il procuratore generale della Cassazione ha chiaramente detto: “Non si può condannare Alberto Stasi”, quindi in Italia hanno un sistema che a oggi funziona così!». Oggi è difeso dagli avvocati Giada Bocellari (foro di Milano, lo segue da anni) e, dal 2022, Antonio De Renzis (foro di Bologna). Dopo la condanna in appello bis (2014, 24 anni di reclusione poi ridotti a 16) e con la conferma della Cassazione sulla base di nuovi esami genetici sulle unghie di Chiara e su un capello, nel 2015 la giustizia posa quella che sembrava essere la pietra definitiva sul destino di “Harry Potter”.
Sembrava. A riaprirla, ancora il maledetto o benedetto Dna sotto le unghie della povera vittima. E lui, il “biondino dagli occhi di ghiaccio”, che dice? «Attende, è spettatore», racconta chi gli ha parlato in carcere in queste ore.