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I misteri sulla morte di Mara Cagol a Cascina Spiotta. Il giorno che cambiò il terrorismo rosso

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Mezzo secolo dopo il tragico conflitto a fuoco, restano ancora tanti dubbi da chiarire
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Chissà come avrebbe potuto spendere i suoi talenti Margherita Cagol se non avesse scelto la lotta armata. Sociologa? Docente universitaria? Editorialista di un grande giornale? O insegnante di chitarra classica, la passione incoraggiata dalla famiglia, borghesi di Trento? E invece a trent’anni finisce la sua corsa terrena sotto il lenzuolo bianco di Cascina Spiotta, a otto chilometri da Acqui Terme. È il 5 giugno 1975. La fine delle prime Brigate Rosse, quelle di Renato Curcio e Alberto Franceschini.

A leggerla con gli occhi di oggi quell’Italia ci pare dolorosamente incomprensibile. Perché Margherita, cattolica osservante, attivista di Mani Tese, una che il sabato va a fare compagnia agli anziani nell’ospizio di Povo, diventa una delle dir…

Chissà come avrebbe potuto spendere i suoi talenti Margherita Cagol se non avesse scelto la lotta armata. Sociologa? Docente universitaria? Editorialista di un grande giornale? O insegnante di chitarra classica, la passione incoraggiata dalla famiglia, borghesi di Trento? E invece a trent’anni finisce la sua corsa terrena sotto il lenzuolo bianco di Cascina Spiotta, a otto chilometri da Acqui Terme. È il 5 giugno 1975. La fine delle prime Brigate Rosse, quelle di Renato Curcio e Alberto Franceschini.

A leggerla con gli occhi di oggi quell’Italia ci pare dolorosamente incomprensibile. Perché Margherita, cattolica osservante, attivista di Mani Tese, una che il sabato va a fare compagnia agli anziani nell’ospizio di Povo, diventa una delle dirigenti del terrorismo rosso? Possiamo coltivare la convinzione di avere la risposta, ma è soltanto un’illusione, la vera risposta non c’è. E proprio in questa sorta di insondabilità risiede in larga parte l’infamia degli anni di piombo. Con Renato Curcio si era sposata al santuario di San Romedio, in val di Non, eretto in onore di un eremita, il primo agosto del 1969. Matrimonio con tutti i sacramenti. Poi all’indomani i due partono per Milano, a fondare le Br.

Mezzo secolo dopo ci sono ancora misteri da dissipare. Si celebrano processi nelle Corti di assise. Con cento testimoni. Come quello di Alessandria. Convocato per chiarire chi c’era con Margherita, che nella clandestinità era diventata Mara, a guardia dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia, 42 anni, che i brigatisti avevano sequestrato il giorno prima. Ieri si è alzato Lauro Azzolini, un ex brigatista di 82 anni, e ha detto: «C’ero io con lei alla Spiotta». Ed è stato come tornare indietro di cinquant’anni.

Telefoniamo a Marco Boato, uno che ricorda tutto, e che fu compagno di studi di Curcio e Cagol alla facoltà di Sociologia di Trento. È credibile Azzolini? «Per me sì. Anche quando scagiona dal concorso Curcio e Moretti. Ricordo che nel 1987 Azzolini venne assolto per le medesime accuse, ma le carte dell’inchiesta andarono perdute nell’alluvione che mise in ginocchio Alessandria sette anni dopo».

Si dice che queste prime Br erano diverse da quelle feroci di Mario Moretti, il regista del caso Moro. Ma diverse in che modo? Alla Cascina Spiotta perse la vita un padre di famiglia, l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, e il tenente Umberto Rocco si ritrovò senza un braccio e un occhio. E l’anno prima avevano già ucciso, a Padova, i militanti missini Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci.

Si deve a un bravo giornalista come Piero Agostini la biografia Mara Cagol. Una donna nelle prime Brigate Rosse, pubblicata da Marsilio nel 1980. Scovò una lettera che Mara aveva mandato alla madre, da Milano, in cui descriveva la sua fede rivoluzionaria: «Potrei dirti molte cose sulla mia nuova vita ma nessuna è più importante della maturazione della mia coscienza. Questa società che violenta ogni momento tutti noi, togliendoci ogni cosa che possa in qualche modo emanciparci, ci manipola nei bisogni, ci reprime a livello psicologico, ha estremo bisogno di essere trasformata da un profondo processo rivoluzionario». Mamma Elsa, farmacista, ha sempre difeso la relazione con Renato («ha due occhi aperti che sembrano sinceri, mi danno una certa fiducia», scrive nel suo diario), a differenza del padre, Carlo, titolare di un’avviata profumeria in via San Vigilio 13, alle spalle del Duomo. Cosa li ha fatti innamorare, studenti universitari, due ragazzi fiduciosi nell’avvenire? E poi cosa si è rotto nella loro umanità? Cinque mesi prima di Cascina Spiotta, il 18 febbraio 1975, sarà Mara a guidare il commando armato che libererà Renato dal carcere di Casale Monferrato: anche questo succedeva in quel tempo selvaggio. È tuttavia un fatto che dopo la morte di Mara – la prima brigatista a essere uccisa – le Br assumeranno un’altra postura, più violenta, come più disperata. I veri anni di piombo iniziano da quel momento. Una sequela di lutti.

Per Curcio, che ha 84 anni, la morte della moglie è un fatto con cui fare i conti ancora adesso. Si è rivolto al sito Insorgenze di Paolo Persichetti, l’ex militante delle Brigate Rosse-Unione dei Comunisti Combattenti, per ribadire che è stata vittima di un’esecuzione «mentre era in stato di arresto, con le braccia alzate, come dimostra inequivocabile l’esame autoptico del professore Athos La Cavera». E quel che ha raccontato anche Azzolini in aula.

Una tragedia è una tragedia. L’Italia è anche la storia delle sue crudeltà. Scriveva Mara alla mamma: «Con Renato stiamo impostando tutto un modo un modo di vita nuovo, teso a raggiungere questi obiettivi. Ed è questo l’amore che ci unisce e che ci apre alla società. Tanti bacioni dalla tua rivoluzionaria».

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