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“Ragazzi fragili e genitori ignari così vince il buio”

Andrea Prospero con la sorella 

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Dietro il suicidio di Andrea Prospero, l’angoscia di troppi ragazzi che cercano risposte sul web e non chiedono aiuto. Vicari: “Disturbi non curati e vulnerabilità”. Lancini: “Gli adulti temono il dolore dei figli”
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Al centro di tutto c’è il dolore. Una fatica di vivere che invece di essere gridata e urlata, resta muta e nascosta. Quel dolore però cresce, cresce dentro come una pianta carnivora che divora tutto e se il cuore fa troppo male può accadere, anzi accade, che si facciano gesti estremi. Quando muore un ragazzo, quando un ragazzo si uccide, la domanda è sempre la stessa: dove abbiamo sbagliato? Perché Andrea Prospero, 19 anni, l’aria timida e mille abissi dentro, invece di chiedere aiuto ai genitori, agli amici, alla sorella, è andato a cercare la sua strada di morte dentro la rete, ascoltando i “consigli” maledetti di un altro diciottenne, oggi arrestato per istigazione al suicidio?

Ragazzi vulnerabili

Stefano Vicari, primario di Neuropsichiatria al “Bambin Gesù” di Roma, di ragazzi - e soprattutto ragazze - che compiono tentativi di suicidio o fanno atti di autolesionismo, ne vede a decine ogni giorno. «È molto raro che un giovane si uccida perché qualcuno lo spinge a togliersi la vita…

Al centro di tutto c’è il dolore. Una fatica di vivere che invece di essere gridata e urlata, resta muta e nascosta. Quel dolore però cresce, cresce dentro come una pianta carnivora che divora tutto e se il cuore fa troppo male può accadere, anzi accade, che si facciano gesti estremi. Quando muore un ragazzo, quando un ragazzo si uccide, la domanda è sempre la stessa: dove abbiamo sbagliato? Perché Andrea Prospero, 19 anni, l’aria timida e mille abissi dentro, invece di chiedere aiuto ai genitori, agli amici, alla sorella, è andato a cercare la sua strada di morte dentro la rete, ascoltando i “consigli” maledetti di un altro diciottenne, oggi arrestato per istigazione al suicidio?

Ragazzi vulnerabili

Stefano Vicari, primario di Neuropsichiatria al “Bambin Gesù” di Roma, di ragazzi - e soprattutto ragazze - che compiono tentativi di suicidio o fanno atti di autolesionismo, ne vede a decine ogni giorno. «È molto raro che un giovane si uccida perché qualcuno lo spinge a togliersi la vita. Spesso incontro genitori preoccupati per quelle challenge estreme, addirittura mortali, che catturano gli adolescenti sul web, ma francamente non ho mai visto casi nei quali, dietro un gesto estremo, ci sia una di queste sfide». Il suicidio, spiega Vicari, nasce «da una vulnerabilità della persona stessa che poi incontra, magari, la situazione in cui attuare il suo gesto». «Un soggetto sano che si imbatte in rete in qualcuno che lo sollecita a uccidersi, mica si fa influenzare. Questo può accadere, in rari casi, con il cyberbullismo, ma all’origine c’è sempre una vulnerabilità, un disturbo, un elemento disfunzionale, un trauma».

Il dolore dunque, un’angoscia insopportabile che se fosse stata intercettata, forse avrebbe cambiato il destino di Andrea. Sliding doors. «Mi vergogno per l’acne, ho i denti storti, non ne posso più dell’università, non ce la faccio a continuare, ma ho paura di essere una delusione. Voglio farla finita», queste erano le parole di Andrea nella chat di Telegram dove poi il suo male di vivere si sarebbe “impigliato” nei consigli criminali di un coetaneo. Disagi evidenti.

Paura di chiedere aiuto

Aggiunge Stefano Vicari: «I ragazzi non chiedono aiuto perché hanno paura del giudizio degli adulti. Dire “soffro, vorrei morire”,vuol dire accettare di avere un disturbo mentale, ma purtroppo rispetto ai problemi psichici lo stigma è ancora forte». Allora, capovolgiamo la domanda: come possono gli adulti accorgersi e intercettare un malessere così grande? «I genitori spesso non vedono perché non vogliono o non riescono a vedere. A volte sono distratti e i figli molto bravi a nascondersi. L’unica strada sono le relazioni. Avere confidenza, cercarsi e ascoltarsi. Relazioni che si costruiscono con il tempo e con la pazienza. Allora sì che una mamma o un papà possono captare i segnali di pericolo». Altrimenti è il buio a vincere.

Le porte chiuse dei nostri figli

È la sfida davanti alla porta chiusa delle stanze dei nostri figli, isolati in un universo virtuale invalicabile agli adulti. Magari bisogna provare ad aprirla quella porta, un pochino, magari restando sull’uscio, accettando anche di essere respinti. Infatti è sempre sul tema del dolore, rispetto al pericolo della rete, che si sofferma Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro. «La domanda che ci dobbiamo porre è perché i ragazzi cercano dentro internet le risposte alle loro sofferenze, invece di parlarne con gli adulti, con i genitori, con uno psicologo, con la scuola o il mondo di fuori. La rete è lì, piena di tutto il male e il bene possibile, poi ognuno prende ciò che vuole. Bisogna ribaltare il problema, non confondere le cause».

La crociata contro i social

Ed è alla crociata contro smartphone e social che ogni volta si scatena di fronte alla tragedia di un adolescente e tocca dunque la società tutta, che fa riferimento Lancini. «Sarei anche d’accordo nel vietare social e smartphone, ma allora dobbiamo iniziare dai genitori che sono i veri pusher di internet, quando postano le foto dei figli a partire dalla nascita, abituandoli fin da piccolissimi a vedere la loro vita rappresentata. Dare la colpa alla rete è nascondersi dietro un dito. Non voglio colpevolizzare nessuno ma c’è un dato che osservo ogni giorno: la relazione tra adulti e adolescenti è sempre più rara, perché i grandi hanno paura della sofferenza dei giovani».

Se l’amore acceca

Paura, tristezza, rabbia: la generazione di madri e padri che aveva fatto dell’amore e della felicità dei figli la propria ragione di vita, non riesce a sostenere, spiega Lancini, «il loro dolore, i loro fallimenti, quindi spesso preferiscono non vedere». E il rischio del suicidio è poi tabù. «E invece bisogna parlarne, a casa, a scuola, ovunque. Parlare è l’antidoto».

Aggiunge Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta: «Questa è una storia di solitudine e vulnerabilità, di un ragazzo che ha trovato le risposte sbagliate nel posto sbagliato. Ma il punto non è cercare colpevoli. Non basta più parlare di ‘abisso del web’. I ragazzi in difficoltà non dovrebbero cercare conforto in una chat, ma in persone in carne e ossa che possano accoglierli e aiutarli a trovare una via d’uscita».

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