Università, 550.000 giovani partiti dall’Italia in 13 anni: “Nuova ondata, tocca ai laureati”
di Corrado ZuninoROMA – L’illustrazione del futuro dell’università italiana è passato, questa mattina, per la Scuola Normale di Pisa attraverso un convegno che, tra i molti dati offerti, ha spiegato che solo il 29,2 per cento dei laureati italiani resta in Italia, il 43,1 per cento va a lavorare all’estero.
Sì, è ripartita la migrazione dal Paese e la novità della metà di questi Anni Venti è che la nuova onda è formata da italiani istruiti, intellettuali, qualificati. In un lavoro di Luca Paolazzi, economista, direttore della Fondazione Nord-Est, si spiega come nel 2011-’23 sono stati 550.000 i giovani connazionali (l’età è tra i 18 e i 34 anni) che hanno lasciato l’Italia e, visto che la nostra attrattività per gli stranieri resta bassa, il saldo migratorio è p…
ROMA – L’illustrazione del futuro dell’università italiana è passato, questa mattina, per la Scuola Normale di Pisa attraverso un convegno che, tra i molti dati offerti, ha spiegato che solo il 29,2 per cento dei laureati italiani resta in Italia, il 43,1 per cento va a lavorare all’estero.
Sì, è ripartita la migrazione dal Paese e la novità della metà di questi Anni Venti è che la nuova onda è formata da italiani istruiti, intellettuali, qualificati. In un lavoro di Luca Paolazzi, economista, direttore della Fondazione Nord-Est, si spiega come nel 2011-’23 sono stati 550.000 i giovani connazionali (l’età è tra i 18 e i 34 anni) che hanno lasciato l’Italia e, visto che la nostra attrattività per gli stranieri resta bassa, il saldo migratorio è pari a – 377.000. Il deflusso è ripreso dopo la pandemia e, assicura l’autore, “le cifre reali sono tre volte più grandi di quelle ufficiali”.
Metà di chi lascia il Nord ha la laurea
Per la dimensione quantitativa la nuova emigrazione è analoga ad alcune stagioni del passato, ma è completamente diversa la sua qualità. “Il contesto demografico è senza precedenti, la natalità è ai minimi storici: 370.000 nascite nel 2024. E le partenze verso la Spagna e la Germania ora avvengono dalle regioni più ricche. I migranti laureati del Nord Italia, nel 2022, sono stati il 48 per cento del totale, saliti di sette punti rispetto all’anno prima e di dodici rispetto al 2019. In due regioni, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, gli “expat” con laurea sono più della metà: 51,5 per cento e 50,7 per cento.
Quasi triplicati in dieci anni
Gli espatriati del Paese con il titolo più alto in tasca, sempre considerando il 2022, sono stati il 43,1 per cento: sono aumentati di 25,7 punti percentuali in dieci anni, quasi triplicati. “Come migrazione, in quanto a volumi, siamo ai livelli immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale”, sostiene Paolazzi.
"Le colpe delle imprese”
Il 96,1 per cento di chi è migrato per scelta dice che la responsabilità prima per la migrazione individuale è la disattenzione degli imprenditori alle condizioni dei loro collaboratori. Il 95,7 per cento attribuisce i motivi del proprio addio alla mancanza di una visione internazionale persistente in Italia e alle scarse politiche attivate per i giovani. Gli “expat”, peraltro, sono più ottimisti di chi è rimasto. E sono, ovviamente, più occupati.
Tra coloro che partono per “necessità”, tre su quattro – sono 186.000 in valore assoluto – hanno un’occupazione stabile, quasi tutti sono dipendenti. Un po’ meno della metà svolge mansioni per cui le imprese italiane denunciano “vacancy”, ovvero mancanze. Sono tecnici, lavoratori qualificati nei servizi, operai specializzati e semi-specializzati, lavoratori non qualificati.
Crescono solo digitali e private
Se il totale degli studenti universitari, e qui ci riferiamo alla stagione 2023-’24, è arrivato a quota 1.960.821, in crescita di 193.813 rispetto al 2011-’12, gli iscritti agli atenei pubblici sono in diminuzione di 59.809. Questo, a fronte di una crescita di chi prova il percorso con le università telematiche: sono 273.762, quasi sette volte in più in dodici anni. Si nota, infine, un tenue aumento di chi si rivolge alle private (125.164 universitari, + 23.690 dal 2012).
L’Italia spende meno di un terzo della Danimarca nel sistema universitario. E se nel 2006 i professori stabilizzati erano 62.000 e i precari 10.000, oggi i docenti a tempo indeterminato sono 48.000 mentre il blocco insegnante senza contratto definitivo è raddoppiato: 20.000.
Lo stesso finanziamento Ffo del 2010
Infine, la questione - dibattutissima – sull’entità e il “potere reale” del Fondo di finanziamento ordinario delle università italiane, che nel 2025 è pari a 9,3 miliardi di euro. Per la ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, “la cifra è record”. Il valore attualizzato della stessa, e qui ci si affida a uno studio di centoventidue società scientifiche, ci restituisce tuttavia un Fondo di finanziamento ordinario invariato rispetto al 2000, quando era di 5 miliardi 564 milioni di euro. La Legge di bilancio prevede, peraltro, tagli di 239 milioni nel 2026 e di 216 milioni nel 2027.
"Libertà accademica sotto attacco”
Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, ha detto: "Oggi un corso di laurea su due è tenuto da un precario, con tratti schiavili. Il costo della didattica non deve più essere mascherato da finanziamenti alla ricerca”. Quindi, Montanari ha virato il discorso sulle evidenze di restrizioni della libertà accademica in Italia e nel mondo. Ha detto “Un politico locale del centrodestra ha detto, a proposito di un corso sulla questione queer tenuto nel mio ateneo, che il Paese non può permettersi di lasciare il sistema accademico nazionale nelle mani di chi antepone l’ideologia alla conoscenza. Il potere politico, questa è la verità, vuole prendere in mano l’università. Da Donald Trump a James David Vance, da Viktor Orban alla Forza Italia senese, tutti dicono che dobbiamo tornare alla normalità. Smettere di insegnare il pensiero critico attraverso la ricerca e la partecipazione al discorso pubblico. Siamo sotto attacco del potere esecutivo, che è uscito dal suo alveo per invadere i poteri altrui”.