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Luciana Littizzetto: “Che gioia la sentenza sulle adozioni. Ridà dignità all’amore dei single”

(agf)

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L’intervista alla comica e conduttrice tv, madre di tre figli in affido: “Non ero sposata e scelsi quella strada. Lo rifarei mille volte: aprire la propria casa e il proprio cuore è bellissimo”
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Luciana Littizzetto ha tre figli «che non mi assomigliano ed è meglio perché sono bellissimi». Vanessa ha trent’anni, Giordan e Svetlana ventisette. I primi due, metà italiani e metà kosovari, sono arrivati da diciotto anni in casa Littizzetto; l’ultima, «bielorussa, è entrata stabilmente in famiglia quattro anni fa quando ero già single».

Com’è andata?

«I figli non sono venuti. Con il mio compagno d’allora non eravamo sposati, non potevamo adottare. Certo sarei potuta andare all’altare, ma le adozioni avevano tempi lunghi e l’affido mi sembrava una cosa bella, generosa, una parola che ha a che fare con la fiducia e con il qui e ora. Ci sono situazioni che richiedono disponibilità immediata nell’aprire le porte di casa, senza sapere quanto durerà, se all’infinito oppure no. Così dopo incontri, colloqui, è iniziata un’avventura con due bambini, fratello e sorella, avevano 9 e 12 anni. Poi si è aggiunta Svetlana, un’esperienza diversa: l’avevo già accolta con il progetto Chernobyl, ma q…

Luciana Littizzetto ha tre figli «che non mi assomigliano ed è meglio perché sono bellissimi». Vanessa ha trent’anni, Giordan e Svetlana ventisette. I primi due, metà italiani e metà kosovari, sono arrivati da diciotto anni in casa Littizzetto; l’ultima, «bielorussa, è entrata stabilmente in famiglia quattro anni fa quando ero già single».

Com’è andata?

«I figli non sono venuti. Con il mio compagno d’allora non eravamo sposati, non potevamo adottare. Certo sarei potuta andare all’altare, ma le adozioni avevano tempi lunghi e l’affido mi sembrava una cosa bella, generosa, una parola che ha a che fare con la fiducia e con il qui e ora. Ci sono situazioni che richiedono disponibilità immediata nell’aprire le porte di casa, senza sapere quanto durerà, se all’infinito oppure no. Così dopo incontri, colloqui, è iniziata un’avventura con due bambini, fratello e sorella, avevano 9 e 12 anni. Poi si è aggiunta Svetlana, un’esperienza diversa: l’avevo già accolta con il progetto Chernobyl, ma qualche anno fa si è trasferita qui da noi e siamo diventati quattro».

Ora la Consulta dice che anche lei avrebbe potuto adottarli.

«Una notizia bellissima! Restituisce dignità all’amore delle persone single che hanno moltissimo da dare e possono finalmente accogliere in casa un bambino. Certo ora si dovrebbe aprire anche alle adozioni dei bambini italiani, ma sono fiduciosa, ci arriveremo».

Quando raccontò per la prima volta la sua vita da mamma in affido, disse che “l’amore esclusivo per un figlio lo può dare benissimo una famiglia composta da una sola persona”.

«E lo ridico. Viviamo in una società così complessa, articolata, non lineare, diversa, nuova, che l’amore è l’unica discriminante. E in questo momento di divisioni, di conflitti, l’idea dell’accoglienza, di far spazio nel proprio cuore e nella propria casa a qualcuno la trovo meravigliosa. Certo bisogna esser adatti».

Come?

«Secondo me non c’entra nulla l’istinto di maternità. Bisogna più che altro avere un’attitudine, la testa fatta in un certo modo e il cuore aperto come le porte di un saloon. I figli non sono di nostra proprietà, sono persone con cui facciamo un pezzo di strada insieme e poi bisogna saperli lasciar andare. I bambini adottati o in affido in più vivono situazioni complicate, devono fare i conti con l’abbandono, sono bambini feriti, e sono come la pasta frolla: vanno maneggiati con cura. Ma non per forza si dev’essere in due a maneggiarli».

Lei lo rifarebbe?

«Ogni momento e altre mille volte».

E ora? È tempo di mettere mano alle regole per le adozioni nazionali e internazionali e di aprire a tutte le persone non sposate?

«È chiaro che ci sono grosse difficoltà, Paesi dai quali le adozioni sono bloccate come la Russia, e grandi esclusioni. Però io voglio esercitarmi a vedere il bene in ciò che arriva: la sentenza della Consulta è un cambiamento pazzesco e io voglio gioire di quel che c’è».

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