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Perché dimentichiamo le parole: stress e multitasking, così i nomi restano sulla punta della lingua

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Intervista al neurochirurgo Giorgio Fiore, coautore di uno studio: “Ogni volta che impariamo un termine nuovo, il cervello cerca di fargli posto fra quelli già noti. Molte défaillance sono dovute alla disattenzione. Se parlando al telefono appoggio le chiavi in un luogo diverso dal solito, è difficile che le ritroverò”
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Le parole non sono mai perdute. Il problema è che amano giocare a nascondino. Quando cerchiamo di acchiapparne una che ci balla sulla punta della lingua mobilitiamo una catena di aree cerebrali che vanno dalle più antiche e profonde, come l’ippocampo, a quelle più evolute e specializzate nelle funzioni superiori, come la corteccia.

Se potessimo aprire una finestra nel cervello vedremmo ronzare una quantità enorme di circuiti. Alcuni si sforzano di farci ottenere il risultato giusto. Altri, sia pur animati da buona volontà, creano confusione e finiscono per suggerirci un termine sbagliato.

“Quasi mai comunque dimenticare le parole è segno di demenza” rassicura Giorgio Fiore, neurochirurgo dell’Irccs Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. “E’ un fenomeno che può avere varie origini. Le più comuni sono l’invecchiamento e la perdita di neuroni legati all’età, oppure lo stress, il multitasking, la disattenzione e la mancanza di sonno che ostacolano la formazione di memorie ro…

Le parole non sono mai perdute. Il problema è che amano giocare a nascondino. Quando cerchiamo di acchiapparne una che ci balla sulla punta della lingua mobilitiamo una catena di aree cerebrali che vanno dalle più antiche e profonde, come l’ippocampo, a quelle più evolute e specializzate nelle funzioni superiori, come la corteccia.

Se potessimo aprire una finestra nel cervello vedremmo ronzare una quantità enorme di circuiti. Alcuni si sforzano di farci ottenere il risultato giusto. Altri, sia pur animati da buona volontà, creano confusione e finiscono per suggerirci un termine sbagliato.

“Quasi mai comunque dimenticare le parole è segno di demenza” rassicura Giorgio Fiore, neurochirurgo dell’Irccs Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. “E’ un fenomeno che può avere varie origini. Le più comuni sono l’invecchiamento e la perdita di neuroni legati all’età, oppure lo stress, il multitasking, la disattenzione e la mancanza di sonno che ostacolano la formazione di memorie robuste”.

Fiore e i suoi colleghi hanno condotto una ricerca all’University College London che collega le dimensioni di alcune aree del cervello (soprattutto nell’ippocampo e nella corteccia cerebrale) all’efficienza della memoria verbale. I risultati sono appena stati pubblicati sulla rivista Brain Communications.

“Lo studio è stato effettuato con la risonanza magnetica e riguarda persone affette da epilessia, ma ci aiuta a capire il meccanismo con cui memorizziamo le parole e le recuperiamo, o cerchiamo di recuperarle, nel momento del bisogno”.

Come funziona la memoria delle parole?

“Pensavamo che l’unico perno della memoria fosse quell’area fantastica chiamata ippocampo. Negli ultimi anni abbiamo scoperto che anche la corteccia cerebrale gioca un ruolo importante. Conserva degli schemi di memoria che possiamo paragonare a impalcature o scaffali. I singoli ricordi, come tanti libri, vi trovano posto sopra. Ma non sempre sono disposti in modo ordinato. E ogni volta che impariamo una parola nuova il cervello cerca di fargli posto fra quelle già note, cercando di capire quanto sia importante e diversa dalle altre”.

Cosa accade quando cerchiamo di ricordare una parola?

“Si attiva un gioco di squadra fra ippocampo e corteccia, in particolare la corteccia pre-frontale. Una terza area, quella del cingolo, funge da ponte. Il direttore d’orchestra di tutto il processo è comunque l’ippocampo. E’ lui a selezionare le aree della corteccia, cioè gli scaffali, dove collocare una nuova memoria”.

Perché a volte la memoria inciampa e la parola non viene?

“Il motivo più frequente è la riduzione del numero di cellule che si occupano di far funzionare il meccanismo. La perdita di neuroni è un fenomeno normale con l’età. Tuttavia, le cause possono essere diverse.”.

Non si può fare nulla?

“L’ippocampo è una delle poche regioni del cervello dove una certa rigenerazione dei neuroni avviene. A favorirla è l’attività fisica intensa. Il termine intensa è relativo all’età: per gli anziani si intende una camminata a passo svelto, per i giovani 4 o 5 piani di scale, per esempio. Si è visto che il movimento spinge il cervello a produrre fattori di crescita dei neuroni che aiutano a rimpiazzare le cellule perdute con l’età”.

Dimenticare le parole può essere un prodromo della demenza?

“Non necessariamente. Dimenticare le parole può avere molte cause, che solo in alcuni casi sono legate a una malattia neurodegenerativa. Nelle demenze la perdita progressiva di neuroni nella corteccia cerebrale compromette la capacità di formare nuove memorie. I ricordi più antichi invece, conservati soprattutto nell’ippocampo, tendono a rimanere intatti più a lungo”.

Ci sono altri fattori che migliorano o peggiorano la nostra memoria verbale?

“Un effetto negativo è dato dall’abuso di alcol, che a lungo andare riduce il numero dei neuroni. La memoria poi è molto influenzata dall’attenzione. Se torno a casa parlando al telefono e appoggio le chiavi in un luogo diverso dal solito, non ricorderò mai dove le ho messe. Poiché nel momento in cui le posavo non stavo prestando attenzione, nessuna memoria è stata codificata per quell’evento. Potrò cercarle per ore, privilegiando i luoghi in cui le avevo appoggiate in passato, ma non ricorderò il posto giusto. E l’attenzione, non a caso, è regolata proprio dalla corteccia cerebrale”.

Non ricordare le parole quindi è anche colpa dello stress?

“Sì, soprattutto se per stress intendiamo il multitasking. Fare due o tre cose insieme è molto oneroso per il cervello. Anche chi dice di riuscirci in realtà perde efficienza e difficilmente formerà ricordi robusti delle attività che ha svolto. Se viceversa un episodio della nostra vita è legato a una forte emozione, bella o brutta che sia, la memoria resterà probabilmente indelebile per il resto della vita. L’amigdala, la regione associata all’elaborazione delle emozioni, si trova proprio accanto all’ippocampo. E neanche questo è un caso”.

Anche dormire poco fa perdere la memoria?

“Sì, perché il sonno è fondamentale per rafforzare i ricordi e smaltire le sostanze di scarto accumulate durante la veglia”.

Cosa accade esattamente nel cervello quando cerchiamo una parola che non vuol saperne di tornarci in mente?

“Viene indetta una sorta di elezione. Immaginiamo che io abbia di fronte una rosa. La corteccia cerebrale ripescherà dai suoi scaffali tre o quattro parole che potrebbero andare bene per descriverla: oltre a rosa, magari geranio o tulipano. Il compito di eleggere la parola giusta spetta all’ippocampo, che sceglie in base a quanto è forte la connessione fra i neuroni che esprimono il concetto di rosa e quelli delle tre parole: rosa, geranio e tulipano. Può darsi che la connessione più forte sia quella relativa al tulipano. In questo caso diventerà molto difficile recuperare il termine esatto. Sappiamo che il fiore che abbiamo di fronte non è un tulipano, ma la memoria continuerà a restituirci sempre e solo quella definizione. Il partito della parola sbagliata è troppo forte, ha vinto le elezioni e continuerà a distrarci dalla definizione giusta. A nulla serviranno gli sforzi di miliardi di neuroni impegnati a recuperare il termine che cerchiamo. Finché non formeremo una nuova memoria di rosa, più forte di quella del tulipano, per noi quel fiore resterà sempre senza un nome”.

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