✕

Myanmar, Doglioni: “È come se un sisma a Palermo devastasse Monaco”

Ascolta l'audio

Il presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia sorpreso dai crolli a Bangkok, a 1300 chilometri dall’epicentro: “Si continua a costruire in zone a rischio. Ma avviene anche da noi”
2 minuti di lettura

È stupefacente che siano crollati palazzi a Bangkok: a 1300 chilometri di distanza dall’epicentro. È come se ci fosse un terremoto a Palermo e venissero giù gli edifici a Monaco di Baviera». Carlo Doglioni di terremoti ne ha visti tanti: da quasi un decennio è presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Ma la scossa di magnitudo 7.7 che ieri ha fatto tremare l’Asia ha sorpreso anche lui.

Professor Doglioni, come si spiega un simile effetto “a distanza”?

«Non è spiegabile che un terremoto provochi danni a oltre mille chilometri. A meno che non si ipotizzi un fenomeno di amplificazione locale: e in effetti Bangkok è costruita su giacimenti alluvionali in prossimità della riva del mare. Un contesto geologico che può aver amplificato una scossa arrivata…

È stupefacente che siano crollati palazzi a Bangkok: a 1300 chilometri di distanza dall’epicentro. È come se ci fosse un terremoto a Palermo e venissero giù gli edifici a Monaco di Baviera». Carlo Doglioni di terremoti ne ha visti tanti: da quasi un decennio è presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Ma la scossa di magnitudo 7.7 che ieri ha fatto tremare l’Asia ha sorpreso anche lui.

Professor Doglioni, come si spiega un simile effetto “a distanza”?

«Non è spiegabile che un terremoto provochi danni a oltre mille chilometri. A meno che non si ipotizzi un fenomeno di amplificazione locale: e in effetti Bangkok è costruita su giacimenti alluvionali in prossimità della riva del mare. Un contesto geologico che può aver amplificato una scossa arrivata da così lontano».

Si è trattato comunque di un sisma violentissimo…

«I terremoti di magnitudo 7 sono molto energetici: il sisma in Turchia del 2023 era equivalente a quello di ieri, magnitudo 7.8, e ha fatto 17 mila vittime».

Quanto conta la profondità dell’epicentro a parità di magnitudo?

«Molto. Più è profondo e meno è pericoloso, perché l’energia rilasciata si dissipa man mano che attraversa il terreno. Per l’evento di ieri si stima un epicentro compreso tra i 15 e i 24 chilometri di profondità. La grande incertezza dipende dal fatto che la rete di sismografi in Myanmar non è certo fitta come quella del Giappone o dell’Italia. Ma in ogni caso si è trattato di un terremoto poco profondo e i danni rischiano di essere importantissimi».

Quando ne sapremo di più?

«Nei prossimi giorni, quando la comunità scientifica potrà accedere alle immagini e ai dati raccolti dai satelliti. Ci diranno di quanto si è mosso il terreno, ci permetteranno di calcolare esattamente il sollevamento del suolo e quanto si è spostato in orizzontale. Ma dobbiamo aspettare: il satellite sorvola quelle aree ogni sei giorni».

Come descriverebbe quello che è successo?

«La placca indiana spinge con un movimento obliquo verso Nord-Nordest. Un movimento che a Nord ha generato la catena dell’Himalaya e a Est le catene montuose del Myanmar. Il terremoto del 2015 in Nepal fu originato dallo stesso fenomeno, ma lì si era di fronte alla placca indiana, qui siamo sul suo lato orientale. È come un pugno che affonda in un cuscino: le nocche provocano una compressione sul cuscino, mentre il dorso della mano esercita anche una sorta di trascinamento del tessuto».

Ricorda la placca africana che spinge verso Nord, generando i terremoti in Italia… Rischiamo qualcosa di analogo?

«Anche da noi c’è nel sottosuolo un prolungato accumulo di energia e poi il suo rilascio sotto forma di eventi sismici. La grande differenza, per nostra fortuna, è che qui le velocità in gioco sono 10 volte inferiori. La placca indiana mostra uno spostamento di 3-4 centimetri all’anno, mentre l’Appennino si dilata a una velocità di 4 millimetri annui. Di conseguenza frequenza e magnitudo sono minori».

Molte città colpite ieri sorgono proprio lungo la principale faglia, la Sagaing. E in quel Paese i terremoti sono molto frequenti. Perché, dall’Italia a Myanmar, si continua a costruire in zone ad alto rischio sismico?

«C’è una grande non conoscenza della Terra da parte degli esseri umani: lo vediamo ogni volta che c’è un terremoto. Non basta liberare o mettere in sicurezza le zone più vicine alla linea di faglia. In Italia le zone che in futuro potrebbero essere aree epicentrali sono molto diffuse e sappiamo dalla statistica che prima o poi avremo lì dei terremoti, perché c’è una media di 20-24 terremoti al secolo di magnitudo superiore a 5.5. È qualcosa di ineluttabile».

Leggi i commenti