ROMA – C’è un’Europa unita che prospera. È quella dei lupi. Sotto l’ombrello della Direttiva Habitat e della Convenzione di Berna la loro popolazione nel continente è cresciuta dai 12 mila esemplari di dieci anni fa ai 21.500 di oggi.
L’ultimo censimento pubblicato dalla rivista Plos (Public Library of Sciences) raccoglie i dati di tutti i paesi del continente. «Perché i lupi non conoscono confini. Un esemplare nato in Svizzera, nel cantone dei Grigioni, è stato seguito grazie a un radiocollare fino al confine tra Ungheria e Slovacchia» racconta Luigi Boitani, lo zoologo della Sapienza di Roma che nel 1973 nel Parco d’Abruzzo ha catturato il primo lupo italiano e oggi è coautore del censimento su Plos.
M237 — questo il nome del lupo senza confini — tra il 2022 e il 2023 ha percorso in un inverno più di 1900 chilometri, attraversando città come Innsbruck, Vienna e Budapest, solo per essere abbattuto in aprile in Ungheria. A premere il grilletto, secondo la tv di Budapest, sarebbe stato…
ROMA – C’è un’Europa unita che prospera. È quella dei lupi. Sotto l’ombrello della Direttiva Habitat e della Convenzione di Berna la loro popolazione nel continente è cresciuta dai 12 mila esemplari di dieci anni fa ai 21.500 di oggi.
L’ultimo censimento pubblicato dalla rivista Plos (Public Library of Sciences) raccoglie i dati di tutti i paesi del continente. «Perché i lupi non conoscono confini. Un esemplare nato in Svizzera, nel cantone dei Grigioni, è stato seguito grazie a un radiocollare fino al confine tra Ungheria e Slovacchia» racconta Luigi Boitani, lo zoologo della Sapienza di Roma che nel 1973 nel Parco d’Abruzzo ha catturato il primo lupo italiano e oggi è coautore del censimento su Plos.
M237 — questo il nome del lupo senza confini — tra il 2022 e il 2023 ha percorso in un inverno più di 1900 chilometri, attraversando città come Innsbruck, Vienna e Budapest, solo per essere abbattuto in aprile in Ungheria. A premere il grilletto, secondo la tv di Budapest, sarebbe stato un bambino di 9 anni che accompagnava il padre in una battuta di caccia di frodo.
Europa dell’est, Alpi, Spagna del Nordovest e Scandinavia rappresentano il quadrilatero da cui i lupi europei si irradiano un po’ ovunque. Solo Monaco, San Marino e il Vaticano, secondo lo studio, ne sono privi. Si sono ripresi la Germania, dove si è passati da un unico branco nel 2000 a ben 184 nel 2022. «In condizioni ottimali — calcola Boitani — una popolazione di lupi è in grado di crescere anche del 34% in un anno». Stanno tornando poi in gran parte della Francia, frenati però da una quota di abbattimenti legali fra le più alte d’Europa.
In Italia non c’è territorio o quasi dove la loro presenza non sia stata segnalata, durante il censimento condotto dall’Ispra (Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale) nel 2022. Si prevedeva di raccogliere gli indizi di 1.500-2.000 esemplari. Si è arrivati a 3.300. I branchi si trovano perfino alla periferia di Roma o sulla collina di Fiesole che guarda Firenze. Due anni fa un esemplare fu recuperato in un canale in centro a Verona. A febbraio i vigili del fuoco ne hanno ripescato uno a Milano nei Navigli.
Il ritorno dei lupi in Europa — dove fino agli anni ’70 erano ridotti ai minimi termini — può essere letto in due modi. Da una parte è l’effetto di una natura che rifiorisce e si riprende i suoi spazi, con l’espansione dei boschi e lo spopolamento delle aree montane. Dall’altro è frutto di una selezione che premia le specie più scaltre e capaci di adattarsi a un ambiente antropizzato: le uniche in grado di tenere testa al più vorace fra i predatori, l’uomo.
Il lupo, sottolinea lo studio di Plos, «popola oggi anche regioni con una densità di esseri umani alta». La specie «ha dimostrato una grande capacità di adattamento di fronte alla perdita degli habitat più selvatici a causa di agricoltura, industria e urbanizzazione». I lupi europei sono insomma “scesi dai monti”. Hanno raggiunto i margini delle nostre città e ci osservano, non visti, alla ricerca di cibo comodo.
«Mangiano di tutto e preferiscono le prede più facili», racconta Boitani. «Se c’è solo un alce catturano un alce, ma se c’è una pecora o in tempi di magra si trova solo spazzatura, scelgono di non correre rischi. A Sant’Eufemia a Maiella, quando vicino ai paesi esistevano ancora le discariche di rifiuti a cielo aperto, ne ho visto uno che rovistava fra la spazzatura. Aveva trovato degli spaghetti, che quando ha alzato il muso per guardarmi continuavano a pendergli dalla bocca».
Le perdite di bestiame, calcola lo studio di Plos, sono abbastanza contenute. «I lupi ogni anno uccidono circa 56 mila animali domestici. Le compensazioni dei danni hanno un costo annuale di 17 milioni di euro». In rapporto ai 279 milioni di capi di bestiame allevati in Europa, le prede sono lo 0,02%: soprattutto ovini, ma anche qualche bovino, asini e cavalli e più di recente, vicino ai centri abitati, cani domestici. Ma il danno ai singoli allevatori colpiti può essere devastante, ed è la ragione di un profondo conflitto.
Entrambi abili di artigli, esseri umani e lupi hanno la saggezza di evitare scontri diretti. «Un lupo normale non attacca un uomo» spiega Boitani. «In India di recente sono stati uccisi alcuni bambini, tutti al di sotto dei quattro anni, che erano privi di gabinetti e andavano a fare i loro bisogni al di là dei campi. Ma basta essere più grandi e avere un bastone per non correre rischi, anche se gli incidenti sono sempre possibili, come con qualsiasi animale selvatico». L’avvicinarsi dell’animale alle città e il suo recupero in termini numerici stanno spingendo l’Europa a ridimensionare la protezione del lupo, trasferendolo dalla categoria delle specie rigorosamente protette a quelle semplicemente protette, lasciando così dei margini all’abbattimento di una certa quota di esemplari. «Mi aspetto che la crescita del 58% registrata oggi — conclude Boitani — sia un unicum che non si ripeterà in futuro».