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Dal convento al campo di calcio, la Sister football team è la prima nazionale di religiose al mondo

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Suor Francesca Avanzo racconta la nazionale di calcio di consacrate: “Sogno un mondiale si suore da ogni parte del mondo in Vaticano. Gioco fin da piccola e con le regole imposte dallo sport come obbedienza e spirito di gruppo, è stato più facile entrare in convento”
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Il loro sogno? Un mondiale di suore da ogni parte del mondo in Vaticano. Davanti al Papa ristabilito. Se infatti grazie a Francesco le donne stanno finalmente trovando un ruolo nella gerarchia della Chiesa, le Sister Football team sono andate oltre, con la loro Nazionale di calcio di consacrate. Con calzoncini, maglia e capo scoperto scendono in campo per motivi caritatevoli e per diffondere il Vangelo tra la gente. La squadra è affiliata alla Lazio. La presidente era suor Paola, volto televisivo e tifosa sfegatata, che per prima portò le suore nel mondo del pallone sfidando la diffidenza della Chiesa e della sua superiora. Un esempio di indipendenza che oggi le compagne ricordano con gratitudine.Il mister è Moreno Buccianti ex calciatore e già allenatore della Seleçao, la nazionale sacerdoti. Per quel progetto ha ricevuto anche una lettera di incoraggiamento del Pontefice che oggi considera il suo passaporto per continuare con le suore.

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Il loro sogno? Un mondiale di suore da ogni parte del mondo in Vaticano. Davanti al Papa ristabilito. Se infatti grazie a Francesco le donne stanno finalmente trovando un ruolo nella gerarchia della Chiesa, le Sister Football team sono andate oltre, con la loro Nazionale di calcio di consacrate. Con calzoncini, maglia e capo scoperto scendono in campo per motivi caritatevoli e per diffondere il Vangelo tra la gente. La squadra è affiliata alla Lazio. La presidente era suor Paola, volto televisivo e tifosa sfegatata, che per prima portò le suore nel mondo del pallone sfidando la diffidenza della Chiesa e della sua superiora. Un esempio di indipendenza che oggi le compagne ricordano con gratitudine.Il mister è Moreno Buccianti ex calciatore e già allenatore della Seleçao, la nazionale sacerdoti. Per quel progetto ha ricevuto anche una lettera di incoraggiamento del Pontefice che oggi considera il suo passaporto per continuare con le suore.

A parlare è suor Francesca Avanzo, detta “Chica”, che dietro alla palla sta da quando era bambina nei campetti della sua città. Quarant'anni, laureata in Scienze politiche è maestra di religione nella scuola primaria della sua congregazione: le Suore Agostiniane della Santissima annunziata di San Giovanni Val d'Arno. Tra le sorelle più fortunate, ha ricevuto da subito il vai libera dalla madre superiora che ha capito come oggi il messaggio di Cristo passi anche per gli scarpini.

Come mai una suora gioca a calcio?

“Ho sempre giocato a calcio, da piccola coi bambini a Rovigo dove sono nata e, dai dodici anni, in una squadra di calcio femminile fino al 2019. Ero un maschiaccio, praticavo un po' tutti gli sport, ma il calcio è sempre stato un richiamo anche se era meno femminile degli altri. Quando con la famiglia mi sono trasferita in provincia di Belluno è stato una rivelazione perché c'erano sette o otto squadre di calcio femminile”.

In che ruolo gioca?

“Sono attaccante, precisamente in fascia esterna. Non ho il fisico per giocare centrale, non sono così ben piazzata. Bisogna avere altre caratteristiche...”

Lei segue il calcio ufficiale?

“Il calcio è una passione. Lo guardo quando posso. Ma è un modo che mi ha nauseato, andrebbe resettato. Non sento altro che notizie di tifoserie che si accoltellano o genitori che si aggrediscono alle partite dei bambini. E poi gli ingaggi miliardari che sono fuori da qualsiasi logica se si pensa allo stipendio di chi va a vedere le partite...C'è poco di etico oggi nel mondo del calcio maschile.”

Ha una squadra del cuore?

“Mi piace molto vedere la nazionale, apprezzo il gesto sportivo. Come si fa a non apprezzare il gesto sportivo di grandi atleti così?”

Si sente più Messi o Ronaldo?

“Né uno né altro. Invece seguo Barbara Bonansea, la centravanti della Juventus e soprattutto della nazionale, mi piace molto come gioca. Se dovessi fare un paragone con un'atleta mi piacerebbe tirare come lei”.

Voi giocate in divisa con pantaloncini, maglietta e senza velo, paura delle critiche?

“No mai. Ho consacrato la vita al Signore, l'abito è solo un segno ma rimango suora anche se sono in pantaloncini. La consacrazione va ben oltre l'abito anche se questo si porta dietro secoli di tradizione. Io stessa prima di farmi suora avevo i miei pregiudizi sulle suore. Ma poi la vita stessa ci mette davanti alle meraviglie e ci fa superare i pregiudizi”.

Ma vincete? O l'importante è partecipare?

“Certo che giochiamo per vincere, va bene il divertimento ma noi ce la mettiamo tutta per portarci a casa la coppa. Le mie compagne hanno un passato nel calcio anche in squadre di buon livello, suor Emilia, per esempio che viene dalla Romania giocava nella nazionale del suo Paese.”

Il calcio serve ad evangelizzare?

“Certo. Come lo sport in genere. Io poi che insegno ai bambini sono facilitata perché per loro è più facile credere se faccio delle metafore calcistiche.Per illustrare cosa conta nella vita mi servo dei valori del gioco: conoscere se stessi, riconoscere le fragilità degli altri, apprezzare il sacrificio di ciascuno come per esempio chi rimane in panchina”.

Avete già presentato la squadra al Papa che oggi sta attraversando un periodo molto difficile. Se avesse occasione di giocare per lui e di parlargli cosa gli direbbe?

“Io l'ho incontrato due volte e ho vissuto un'emozione fortissima. Lui è stato meravigliato dal progetto ma ci ha dato la sua benedizione. Gli direi che preghiamo ogni giorno affinché si rimetta presto e possa venire a vederci giocare.”

Ultimo successo?

"Il 23 Marzo a Bologna abbiamo vinto 3 a 1 per beneficenza”.

Una suora è avvantaggiata dall'esperienza comunitaria a fare parte di una squadra?

“Direi il contrario. Avendo giocato a calcio e ritrovato dinamiche di gruppo che già conoscevo: regole, obbedienza, spirito di gruppo, è stato più facile entrare in convento.”

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